Avvento 3 – Giorno 24

di Simone Borri

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No, mi dispiace. Quei nomi scritti in arabo, proprio non ci siamo. Passi che la finale della Supercoppa italiana si giochi a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, anziché a Roma, capitale del paese in cui le squadre finaliste disputano campionato e coppa nazionale. Il dio quattrino ormai impera dovunque. Gli arabi, insieme a cinesi e russi, sono quelli che ne hanno a quanto pare di più da investire, anche nello sport. Bisogna rassegnarsi ormai a vedere le nostre eccellenze – o almeno quelle che una volta erano tali – passare di mano come succede in ogni altro ambito economico e sociale, da quando il nostro paese è tornato ad essere il fanalino di coda della zona del mondo industrializzata.

Roberto Bettega ed una maglia che aveva un suo stile anche per chi non la tifava

Roberto Bettega ed una maglia che aveva un suo stile anche per chi non la tifava

I soldi degli sceicchi fanno gola, e pazienza. Si giocheranno l’assegnazione di sedi e presto anche di interi campionati con i cinesi. I russi resteranno indietro causa squalifiche. La nostra serie A è destinata ad emigrare, tutta o in parte.

Ma quelle scritte in arabo per favore no. La Juventus stavolta l’ha buttata proprio di fuori. E alla luce anche del risultato che premia la Lazio, alla fine si becca la giusta ironia del web. Ha vinto la squadra italiana. Quello di Szczęsny (il portiere bianconero, ndr.) è diventato il nome più facile da scrivere. E così via.

CR7 in arabo

CR7 in arabo

Non sono anti-juventino, ma questa ironia è meritata. Anche se tecnicamente la decisione è del main sponsor Adidas, che ha commissionato la maglia araba all’artista di calligrafia saudita-marocchina, Shaker Kashgari. «Un omaggio all’ospitalità ricevuta», dicono all’Adidas. Un omaggio di cui non c’era bisogno, diciamo noi. Il favore è reciproco, loro ci mettono i soldi, noi ci mettiamo il prodotto. Che è – ancora e magari ancora per poco – un prodotto italiano.

Voglio il nome di Ronaldo scritto in caratteri latini, come prevede la nostra tradizione, la nostra cultura, la nostra lingua. E non mi importa se Ronaldo è Cristiano di nome o anche di fatto, non è quello il punto. Il punto è che stiamo svendendo tutto quanto ci appartiene come – con rispetto parlando – bottegai di Prato ai cinesi, illuminandoci negli occhi alla vista del rotolo di soldi che spunta dalla loro tasca senza fregarcene di dove va a finire il nostro paese, la nostra comunità, dietro all’azienda che diamo via.

Il punto è che anche ammesso che si tratti di rispetto, e non piuttosto di piaggeria interessata, nessuno ha lo stesso rispetto per noi. Non lo hanno per se stessi, figuriamoci. Si va a giocare in uno stadio dove le donne per legge non possono entrare, in un paese dove lo donne non sono soggetto di diritto. Quale stilista di fama internazionale, quale main sponsor può renderci accettabile una storia del genere, scritta con qualunque calligrafia?

Umberto e Gianni Agnelli

Umberto e Gianni Agnelli

No, non è accettabile, come del resto quasi tutto sta accadendo in questo paese, costretto da una classe dirigente connivente ad accogliere, dentro e fuori casa nostra, chi viene a buttarci all’aria tutto. Non è accettabile avere un’imprenditoria che, quando ancora si mantiene degna di questo nome, agisce ormai come quei soldati di ventura che andavano ad offrire i propri servigi ai tempi di Francia e Spagna. Basta che si magna.

Diciamo Agnelli e pensiamo ancora a Gianni, Umberto, Giovannino. Imprenditori che hanno fatto anche la storia di questo paese, oltre ai loro interessi legittimi. La Juventus F.C. era uno di questi.

Adesso Agnelli – Elkann significa una famiglia a capo di una ditta che ha sede in Olanda, paga le tasse in Inghilterra, produce macchine in America, mette in cassa integrazione in Italia e si prepara a cedere il consiglio d’amministrazione alla Francia. E magari, se la sponsorizzazione lo richiederà, a scrivere Mirafiori in arabo, per omaggiare il paese che ci possiede.

Andrea Agnelli

Andrea Agnelli

Gli Agnelli – Elkann hanno lo sguardo dei condottieri, ma si comportano come capitani di ventura. Gli esperti di economia aziendale e di macroeconomia diranno sussiegosi che FCA e tutto ciò che si sta portando dietro era inevitabile. Non potendo sapere come l’avrebbero pensata i nonni, prendiamola davvero per inevitabile. In campo internazionale la famiglia ormai è un vaso di coccio tra vasi di ferro, al pari del sistema paese da cui proviene. Basta vedere la Ferrari, che dopo l’addio di Michael Schumacher, Jean Todt e Ross Brown – l’ultimo assetto tecnico–aziendale voluto dall’Avvocato – non ha vinto più niente, e raramente c’é andata almeno vicina.

Non siamo juventini ma nemmeno anti, e auguriamo all’altro gioiello di famiglia le soddisfazioni che sarà ancora capace di togliersi, in Italia e in campo internazionale. Ma quelle scritte in arabo no, proprio no. Che siano gli altri ad imparare il nostro alfabeto, se vogliono avere a che fare con noi.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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