Avvento 3 – Giorno 20

di Simone Borri

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Se non è zuppa è pan bagnato, dice il vecchio proverbio. Se non è dolo è colpa, deve aver pensato Alfonso Bonafede, ministro della giustizia trasversale, nel senso che è passato indenne dal governo gialloverde a quello giallorosso. Un uomo per tutte le stagioni, soprattutto considerato che le stagioni – come le intendevamo una volta, almeno – non esistono più.

In questa Italia hasn’t got talent che è il Movimento 5 Stelle non ci sarebbe da meravigliarsi più di tanto che Bonafede sia uno degli uomini di punta, un portabandiera. Il ministro degli Esteri Di Maio quando parte bisogna accompagnarlo all’aeroporto ed accertarsi che abbia fatto il biglietto per il paese giusto. Quello della giustizia ottiene invece un record assoluto: è il primo ministro della storia d’Italia sfiduciato dagli addetti ai lavori. L’Ordine degli Avvocati di Palermo ne ha chiesto le dimissioni immediate per manifesta ignoranza, con il plauso dei colleghi di mezza Italia. L’automatismo no colpa = dolo è stato visto come la Corazzata Potemkin da Fantozzi. Ancora peggio, se come il ministro ha continuato a ribadire perfino mentre gli consegnavano il Tapiro d’Oro questo automatismo è alla base di una riforma che la nostra comunità civile – prima ancora che quella degli addetti ai lavori, appunto – aspetta da una vita: quella della giustizia.

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E dire che il Bonafede addetto ai lavori lo sarebbe anche, essendo registrato come avvocato civilista presso il Tribunale di Firenze. In un panorama politico che come il cubo di Rubik non risolto assegna sempre le poltrone da ministro ai sederi sbagliati, avere un ministro della giustizia avvocato sembra tanta roba. Nel primo governo Conte c’era addirittura un ministro della salute medico, la dott.ssa Grillo. Omonima del fondatore del suo Movimento, a differenza del quale lei sembrava sapere quello che diceva e faceva.

I 5 Stelle parevano partiti proprio bene, attingendo al mondo delle professioni. Almeno nel caso – che non pare tra loro generalizzato e generalizzabile – di chi una professione ce l’ha. Come ha detto Grillo in un fuorionda di recente, la maggior parte di loro se finisce il Movimento torna a casa a non sapere che diavolo fare. Il Bonafede un pezzo di carta ce l’ha, anche se con questa uscita non si è fatto una grande pubblicità.

Il fatto è che nello stesso anno in cui il Tribunale di Firenze lo prendeva in carico, il de cuius si iscriveva anche agli Amici di Beppe Grillo, procurandosi a gioco lungo un corto circuito mentale. Corto circuito che evidentemente non si è risolto con la presentazione della sua riforma, anzi. La legge per il contrasto alla corruzione è, a volergli bene, l’ultimo parto di un delirio giustizialista che sbaglia nuovamente bersaglio. Anziché porre in essere regole certe, semplici ed applicabili, inasprisce le fattispecie di reato e inasprisce le pene rendendo il tutto inverosimile ed inattuabile fin da subito. Ma è proprio lo scopo della riforma.

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Il fatto è, al di là delle sciocchezze che sostanziano il provvedimento nella filosofia personale del Bonafede, in senso generale non c’é legge che possa sostituirsi alla moralità individuale, e nello specifico alla educazione civica dei cittadini ed alla correttezza professionale degli addetti ai lavori. Viviamo un momento in cui la giustizia, nel senso delle sentenze che produce, fa acqua da tutte le parti e scontenta quasi tutti avendo perso di vista l’ago della bussola puntato sulla parola diritto. Viviamo inoltre un momento in cui la macchina della giustizia è più farraginosa ed inefficiente di sempre, come può constatare chiunque sia costretto a trascorrere prima o dopo il fatidico Giorno in Pretura.

Sappiamo bene tutti in realtà perché le cose vanno così. Potremmo dire che le cose vanno come vogliamo che vadano. Come devono andare. Una giustizia inefficiente e/o addirittura asservita o compiacente rispetto a logiche politiche che con la giustizia non dovrebbero avere a che fare, conviene a tanti se non a tutti. D’altro canto, spunta le armi più subdole e letali ad una politica che ha dimenticato Montesquieu e usa la giustizia come braccio secolare medioevale.

In senso più generale, leggi sempre più complicate e cervellotiche obbligano i cittadini alla sopravvivenza. A fronte di ciò, un tribunale che non condanna e che addirittura prescrive permette quella sopravvivenza al pari delle scorciatoie comportamentali individuali. Abolire la prescrizione – pur dopo il primo grado di sentenza – in questo contesto può equivalere ad essere indagati a vita. Soprattutto se poi l’imputato è un avversario politico la cui strada va sbarrata con le buone o con le cattive – esempio quanto mai di attualità -, la modifica dei codici in questo senso è quantomai pericolosa.

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Da un lato c’é il giustizialismo ereditato dalle famigerate Mani Pulite e fomentato dal più recente fanatismo a 5 Stelle, dall’altro la cultura dell’inefficienza tipica di noi italiani. Non tanto per cialtroneria quanto per scientifico sabotaggio di tutto ciò che in uno stato di diritto può mettere limite alla nostra indole anarchica. Facciamo gli scemi per non andare in guerra, come si dice, non perché siamo scemi davvero.

Siamo partiti da un proverbio, chiudiamo con un altro: ogni popolo ha il governo (ed il sistema) che si merita. Il Tapiro d’Oro ad Alfonso Bonafede è un atto dovuto. Ma dovremmo averne una copia in miniatura ciascuno di noi cittadini, da conservare sul comodino. Che la nostra giustizia funzioni e non dica sciocchezze, è l’ultima cosa che vogliamo.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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