Avvento 3 – Giorno 11

di Simone Borri

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La notizia del giorno è che non esiste più – sportivamente parlando – un paese chiamato Russia. La World Anti-Doping Agency (WADA), l’organismo che di fatto governa lo sport planetario omologando o meno risultati e carriere sportive sulla base del rispetto delle norme antidoping, ha preso ieri la decisione di squalificare per quattro anni il paese di Putin da tutte le competizioni sportive, comprese le Olimpiadi di Tokyo 2020 ed i Mondiali di calcio in Qatar del 2022.

Siamo sempre più convinti che se mai scoppierà una nuova guerra mondiale, stavolta sarà per colpa di una delle nostre organizzazioni internazionali, con buona pace del presidente Woodrow Wilson e di chi dopo di lui ha continuato a credere che tali organismi siano un deterrente contro la degenerazione a qualsiasi livello dei rapporti tra stati. La decisione della WADA, a prescindere dalle motivazioni, sembra una di quelle fatte apposta per portare la tensione internazionale ad una escalation pericolosissima.

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La motivazione della sentenza inappellabile – le Federazioni di tutto il mondo aderiscono alla WADA e le delegano ogni decisione in merito a regolamenti e sanzioni anti-doping – è che la Russia avrebbe manomesso i dati forniti alla WADA stessa in ordine ai controlli relativi ad una precedente sanzione, mascherando in tal modo la condizione di dopati di molti suoi atleti. La sanzione cancella dal medagliere uno dei paesi più grandi, popolosi ed in senso lato sportivi del mondo, che ha fatto inoltre la storia delle Olimpiadi piazzandosi sempre nella parte altissima del medagliere, nonché degli stessi tornei di calcio, di cui ha organizzato tra l’altro l’ultima edizione a livello mondiale.

Esiste un caso Russia fin dai Giochi Invernali di Sochi del 2014. Esiste anche la sensazione che il caso sportivo vada di pari passo con quello politico: la Russia è da almeno un decennio nel mirino delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America e della NATO per diverse questioni sostanziali. La vicenda ucraina ha fornito più di un pretesto a chi guarda di nuovo la Russia con una ostilità che non si registrava da prima della caduta del Muro di Berlino. Mosca è tornata ad essere la capitale di un mondo percepito come nemico dalle istituzioni che ci governano in occidente, e lo sport è a questo punto uno dei tanti ambiti sociali in cui questa ostilità si estrinseca e produce i suoi effetti.

Vignetta sul doping russo

Vignetta sul doping russo

E’ furibonda la Russia stamattina, e vive la sensazione (dal suo punto di vista non infondata) di stare subendo una vera e propria persecuzione. Una riedizione in forma diversa del boicottaggio del 1980 che tenne alla larga dal villaggio olimpico di Mosca la metà del mondo che non stava dalla sua parte della Cortina di ferro. Pur ammettendo le sue colpe – atleti russi dopati ce ne sono stati e ce ne sono, ed i sistemi di controllo lasciano spesso a desiderare – a Mosca parlano di isteria anti-russa e di sanzione sproporzionata. Gli atleti del loro paese che risulteranno puliti non potranno gareggiare sotto la loro bandiera, ma sotto quella bianca del C.I.O. come successe agli jugoslavi dopo la dissoluzione della loro federazione.

Comprendiamo e condividiamo la frustrazione della Russia. Lo sport, di tutti i settori della vita umana, è stato ed è spesso e volentieri il pulpito da cui difficilmente può venire la predica. Il primo a sporcarsi mani e piedi, malgrado la prosopopea e la retorica dei Cinque Cerchi, della Tregua Olimpica e della gara pulita come metafora di vita.

Il doping esiste nello sport da quando la medicina lo consente. Americani e tedeschi usavano le metanfetamine già a Berlino nel 1936. Nel dopoguerra le atlete della Germania Est sembravano personaggi di film di fantascienza di quart’ordine, più che donne. E tenevano in gioco colleghe e colleghi dopati in modo e con effetti meno appariscenti. La Guerra Fredda si combatteva anche alle olimpiadi, e con ogni mezzo anche chimico.

C’é una battuta ricorrente che gira negli ambienti sportivi: la squadra dei dopati a che punto si è piazzata nel medagliere? Alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 arrivò ventottesima, con tre ori e davanti a nazioni come Cuba e Svezia. Proprio la Cina è il caso di disparità di trattamento più eclatante. Dei casi di doping (per non addentrarsi nel campo dell’ingegneria genetica) registrati a carico dei suoi atleti ce ne sono stati molti, in quella edizione ma anche prima e dopo. Ci sono state revoche di medaglie, ma tutto sommato sporadiche, poca cosa, e nessuno si sogna di prendere provvedimenti analoghi a quelli presi nei confronti della Russia estromettendo dalle competizioni un potenziale mercato di oltre un miliardo di persone.

OlimpiadiDoping191211-001La Cina è una belva potenzialmente feroce da blandire, perché stia a cuccia e non si scateni. La Russia è una belva potenzialmente feroce da tenere in gabbia. Questo è il diverso approccio psicologico rispetto alle due superpotenze dello sport e dell’economia. La terza superpotenza, gli Stati Uniti d’America, ha vissuto casi individuali come Marion Jones o quel Lance Armstrong del cui doping ci si accorse solo dopo che aveva vinto ben sette Tour de France e dopo che aveva minacciato perfino gli ex compagni di squadra che volevano ribellarsi alla sua dittatura chimico-sportiva. Tutti casi individuali, il sistema americano finora non è mai andato sotto accusa nel suo complesso, verosimilmente o meno. Sul nostro, del resto, la vicenda Schwazer recentemente ha sollevato dubbi più che legittimi. Chi è senza peccato, pare di poter dire, scagli il disco, il giavellotto, o quello che ha sottomano da scagliare.

Alex Schwazer, un giallo a tutt'oggi senza soluzione

Alex Schwazer, un giallo a tutt’oggi senza soluzione

La WADA sembra proprio non fare eccezione rispetto a tutte le istituzioni internazionali, aggiungendo le proprie sanzioni a quelle della politica. La tensione con la Russia nei prossimi quattro anni è destinata a salire fino al calor bianco. Di giustizia non parliamo. Non è di questo mondo, almeno non finché qualcuno non ci spiegherà esaurientemente come è potuta accadere la seconda squalifica di Alex Schwazer o la prima e unica ma definitiva di Marco Pantani. Come mai un signore giamaicano domina tre Olimpiadi a fila nella corsa veloce e poi sparisce di colpo e non se ne parla più. Come mai nel tennis, ad esempio, non ci sono controlli degni di questo nome, e sempre nel tennis a pensar male ci si sorprende comunque del fatto che ai primi tre posti della classifica ci siano tutt’ora tre signori rispettivamente di 37, 34 e 33 anni. La stagione tennistica rischia di diventare un sequel del film Cocoon?

Ci si droga ormai abitualmente anche per fare una gita in bicicletta sulle colline intorno casa. Smettiamola di fomentare casini in nome di una Tregua Olimpica che non è mai esistita. Mosca non crede alle lacrime, era il titolo di un vecchio film. Non ci crede più nessuno.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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