Avvento 3 – Giorno 10

di Simone Borri

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Avere in famiglia un tossicodipendente dev’essere qualcosa di devastante. Per questo cerchiamo di capire la famiglia Cucchi. La tragedia della morte di Stefano è cominciata molto tempo prima. Dev’essere stata dura per tutti questi anni avere a che fare con lui come figlio e fratello.

Non ci permettiamo di rivangare emozioni come quelle che avevano portato una madre ed una sorella a non volerne sapere più di quel consanguineo che si era ridotto a spacciare droga per potersela procurare. A fare la vita del balordo, malgrado avesse lo stesso titolo di studio (geometra), lo stesso background familiare e le stesse possibilità di partenza che a tanti aprono le porte di una vita serena, “normale”.

Non ci permettiamo nemmeno di giudicare le motivazioni che hanno spinto poi una sorella a chiedere giustizia, quando a seguito dell’ennesimo incontro-scontro con le forze dell’ordine le è stato restituito il cadavere del fratello in condizioni tali da far sorgere più di un dubbio che le cose in quell’ultima circostanza non fossero andate proprio da manuale, o per meglio dire da codice penale.

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Giustizia, in senso formale, ha cominciato ad esserci con le indagini – faticose e farraginose com’era inevitabile che fosse, date le circostanze ed i protagonisti – e soprattutto con il processo, arrivato recentemente a sentenza di primo grado. Tre carabinieri condannati, Ilaria Cucchi ha proclamato la sua vittoria, e tutto doveva fermarsi lì. In attesa del secondo grado ed eventualmente anche del terzo, perché – e anche qui non ci permettiamo di esprimere giudizi che ancora non ci competono – come ha chiarito il sindacato di polizia ci sono nella vicenda molti aspetti non chiari e non chiariti da questa sentenza di primo grado.

In un paese normale aspetteremmo l’esito dei procedimenti fino a sentenza definitiva, e passeremmo poi oltre lasciando una famiglia al tentativo di recuperare un minimo di serenità; un corpo di polizia, i carabinieri, al proprio di recuperare la consueta immagine di serietà ed efficienza agli occhi dell’opinione pubblica; gli attori del procedimento giudiziario al loro tentativo rispettivamente di recuperare innocenza o dimostrare colpevolezza al di là (per una volta) di ogni ragionevole dubbio.

Ma questo non è un paese normale, men che meno quando si tratta di fare giustizia. Siamo solo al primo grado, e già della vicenda se ne sono impossessati un po’ tutti, urbi et orbi, per strumentalizzarla. Ed è a questo punto che ci permettiamo di intervenire, con il giudizio che spetta ad ogni cittadino.

Non ci piace quel baciamano del carabiniere ad Ilaria Cucchi. La peggiore immagine tra quante consegnate alla storia dell’Arma. Quel carabiniere avrebbe dovuto riflettere, prima di fare un gesto che non gli competeva e non onora la divisa che porta.

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Non ci piace l’atteggiamento dei mass media, schierati da una parte e per di più in modo neanche tanto subliminale. Quanta differenza nel trattamento della vicenda del geometra romano da parte dei mass media rispetto ad episodi limitrofi, come la morte di Desirèe Mariottini abusata da extracomunitari, presentata tra le righe quasi come una sbandata che ha trovato ciò che cercava).

Non ci piace neanche l’atteggiamento di Ilaria Cucchi da quando ha ricevuto quel baciamano ed ha capito che lo Stato, lungi da rendere giustizia al fratello ed alla sua famiglia, aveva come fa sempre di solito in questi casi calato le brache e cercato qualche selfie da prima pagina di rotocalco o da Istagram per recuperare un minimo di immagine a buon mercato.

Non ci piace assolutamente Ilaria Cucchi che cessa di essere una cittadina in cerca di giustizia e si lancia in politica facendo leva sulla vicenda del fratello e sull’immagine di pasionaria di famiglia che si è costruita. Magari i tre gradi di giudizio alla fine le daranno ragione, e sarà confermato che il fratello è stato pestato a morte da tre persone che indossavano la divisa in modo indegno. Magari emergerà qualche altra verità. Magari si tratterà dell’ennesimo procedimento giudiziario che si concluderà con un nulla di fatto quando le nostre barbe bianche avranno raggiunto i nostri piedi e nessuno si ricorderà più nemmeno di cosa si parla, o si giudica.

Ciò che è certo è che Ilaria Cucchi nel frattempo sarà passata lei oltre. Candidandosi per quel PD a cui non pare vero di mettere le mani e la coccarda su un qualche eroe popolare, visto che la nomenklatura ufficiale e i corpi speciali delle sardine non gli stanno ancora cavando elettoralmente un ragno da un buco.

«L'ennesima riprova che la droga fa male», ha commentato sibillinamente Matteo Salvini la sentenza di primo grado. Ilaria Cucchi querela.

«L’ennesima riprova che la droga fa male», ha commentato sibillinamente Matteo Salvini la sentenza di primo grado. Ilaria Cucchi querela.

Liberissima Ilaria Cucchi di avere in antipatia Salvini e la Lega, per i giudizi espressi in merito al fratello al di là della questione specifica della sua tragica morte. Liberissima perfino di querelare Salvini per tale motivo, se crede, aggiungendo l’ennesima causa inutile alle miriadi che già sommergono i nostri tribunali. Ma non è libera di farne una candidatura al Campidoglio, questo no. E se la fa, siamo liberi tutti noi di chiederci cosa ha fatto di male la città di Roma per meritarsi dopo Virginia Raggi un altro eventuale sindaco (che sia donna anch’essa, sia chiaro, è assolutamente incidentale) eletto sull’onda dell’emotività e senza – politicamente ed amministrativamente parlando – né arte né parte.

No, non ci piace Ilaria Cucchi, alla fine di questo primo round della storia. Né tantomeno la proposta di contorno subito avanzata da qualche buontempone del PD di intitolare una strada a Roma a suo fratello, al geometra. Avevamo da poco acquietato i fautori di Via Carlo Giuliani, adesso dovremo far fronte per chissà quanto ai facinorosi di qualche Piazza Stefano Cucchi.

Come ha fatto notare Forza Italia in un commento ufficiale, le strade si intitolano agli eroi o quantomeno a chi ha servito la patria, lo stato, la nazione, la società, il mondo intero. Non ai tossicodipendenti. Non a chi ha scelto la strada della delinquenza o comunque di uno stile di vita per il quale, al pari di Desirée, non meritava certo la fine che ha fatto. Ma non avrebbe mai neanche meritato la nostra riconoscenza di concittadini.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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