L’alluvione di Riccardo

di Barbara Chiarini

Firenze, 4 novembre 1966

Firenze, 4 novembre 1966

Oggi è il 4 novembre, sono già trascorsi cinquantatré anni dalla ormai storica Alluvione di Firenze. Cinquantatré anni fa io non ero nata, ma come ogni fiorentino che si rispetti, o che non si rispetti, l’Alluvione ce l’ho nel sangue: dell’Alluvione ne parlavano i miei nonni, i miei genitori, gli amici dei miei genitori.

Dell’Alluvione ne parlano ancora tutti quanti: per esempio, se ti rechi al Mercato di San Lorenzo e chiedi a chiunque ti si pari davanti dell’Alluvione, sappi che dovrai avere il giorno libero da ogni altro tipo di impegno, perché ognuno degli intervistati avrà un ricordo, o più probabilmente, ne avrà cento da raccontarti e ti terrà fermo immobile, lì ad ascoltarlo, per ore ed ore!

Dunque, anche se non c’ero, volendo fare un riassunto dei miei ricordi – di seconda o terza mano che siano ma comunque tutti documentati – ho elaborato in dieci punti i fatti salienti di quei terribili momenti: probabilmente vi suoneranno un poco strani, scarni, o forse vi renderanno curiosi, magari invece li riterrete straordinariamente normali… qualunque sarà la vostra reazione, vorrei enunciarveli  ugualmente!

Firenze, 4 novembre 1966

Firenze, 4 novembre 1966

1. Marito: «O Rosa, ma che l’hai chiuso l’acquaio ieri sera? Sento un gran pisciolio d’acqua!» Moglie: «Agesilao, vien via, e tu lo sai e’ la solita storia: è la signora Algisa, del piano di sopra, il suo marito è andato in bagno e lei fa pisciare il figliolo dalla finestra sui miei fiori».  E invece era l’Alluvione che stava devastando la nostra città e questo non è altro che l’inizio di una canzone di Riccardo Marasco, poeta e cantante fiorentino.

2. Alle 8:00 del mattino del giorno 3 novembre giunse da Roma una comunicazione ufficiale: «State tranquilli, niente allarmismi». 

3. Poco dopo, il  sindaco Pier Francesco Bargellini, riferendosi alla pioggia incessante, disse: «Firenze pulita va bene, ma così mi pare che si esageri».

4. Il primo fiume a straripare fu il torrente Mugnone, poi seguirono tutti gli altri.

5. A causa dell’alluvione morirono ben 35 persone, 70 cavalli dell’ippodromo e quasi tutti gli animali dello zoo del Parco delle Cascine, compreso il dromedario Canapone, il preferito dai bambini.

6. Alle ore 12:00 gli agenti della polizia penitenziaria aprirono le celle dei detenuti del carcere de Le Murate. I detenuti vennero accolti nelle case dei fiorentini, residenti in zona agli ultimi piani. Un uomo tra loro promise fermamente ad un’anziana signora che lo ospitava, che si sarebbe sdebitato, non appena libero, con il primo colpo che sarebbe riuscito a mettere a segno!

7. In molte zone della Provincia di Firenze gli allevatori misero in salvo le mucche come poterono, facendole addirittura salire al primo piano di alcune Case del Popolo.

8. Terminata l’esondazione, migliaia di giovani arrivarono a Firenze per spalare fango e furono soprannominati  gli Angeli del Fango; la definizione fu merito del giornalista Giovanni Grazzini che con tale soprannome li indicò in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera (poi ripreso da tutti gli altri cronisti). Fra gli Angeli del Fango, si ricordano personaggi famosi  quali Ted Kennedy e Margherita Hack, ma anche tanti bagnini della costa versiliese, i quali giunsero con patini e gommoni per offrire il loro soccorso alla nostra città.

9. E poi c’erano  I Fiorentini, che come al solito riuscirono a riderci su: con quello spirito graffiante tutto nostro, che dell’esorcizzare i propri guai ha fatto una ragione di vivere. Maledetti toscani (!) che anche di fronte all’alluvione hanno saputo ridere. E però, con quel riso si sono tirati fuori dai guai e anche dall’acqua e dal fango e dalle macerie, rispondendo con sarcasmo, ironia e efficienza al disastro: alcuni negozi, andati distrutti, esposero cartelli del tipo: «Ribassi incredibili, prezzi sott’acqua»!  Alcune trattorie del centro scrissero invece: «Oggi, specialità in umido»!

10. «Oh fiorentini m’avete esiliato, prendete ”quel ” che Dio v’ha mandato». Questa invece, è parte della strofa conclusiva della medesima canzone con cui ho dato inizio al punto primo: descrive il momento in cui Marasco immagina Dante Alighieri che guarda Firenze ed i fiorentini e ringrazia Dio per aver vendicato il suo esilio da queste terre.

Firenze, 4 novembre 1966

Firenze, 4 novembre 1966

Ebbene, come avrete potuto osservare, la mia cronistoria in dieci punti, ha avuto un inizio ed una fine con  una canzone: perché, non importa quanti anni avete, non importa se non siete proprio nati a Firenze, ma Riccardo Marasco (1938-2015) è stato patrimonio di tutti. 

Cantautore sboccato e irriverente, acculturato ed ironico, il suo teatro musicale ha per anni affabulato e divertito: artista poliedrico, cantastorie dei nostri giorni, appariva al pubblico con una strana chitarra, gli occhi sgranati, pronto ad alternare momenti di musica irriverente a monologhi pungenti. 

Per oltre quarant’anni è stato un ricercatore assiduo, l’interprete della tradizione fiorentina.

In altre parole: il cronista in musica degli eventi della sua città.

Riccardo Marasco

Riccardo Marasco

La Firenze allagata del ’66 è raccontata nella sua famosissima L’ Alluvione (1972) nella quale dà la parola ad un risentito Dante Alighieri, gongolante nel vedere le sorti della città che lo aveva esiliato.

Anche nel cinema il tragico evento fu celebrato con l’ironia tipica dei fiorentini,  in un classico della commedia all’italiana, Amici Miei atto secondo (1982) di Mario Monicelli (1915-2010): l’acqua che all’alba invade le vie della città impedisce al Melandri – proprio sul più bello – di sedurre la donna di cui si era da mesi invaghito e fa sì che il Perozzi venga scoperto nel letto dell’amante dal marito di lei, il fornaio, tornato con barca, apposta per salvarla.

Oggi, nelle vie della città le conseguenze dello straripamento dell’Arno sono ormai visibili soltanto grazie alle molte targhe (alcune poste ad un’altezza che impressiona, circa quattro metri dal suolo) che recitano «Il 4 novembre 1966 l’Arno arrivò a quest’altezza».

"Qui siamo su un dosso, l'acqua 'un po' arrivare!" (Amici Miei - Atto II°)

“Qui siamo su un dosso, l’acqua ‘un po’ arrivare!”
(Amici Miei – Atto II°)

L’alluvione del 1966 non fu la prima ad aver colpito Firenze. Molte altre se ne ricordano, fin da secoli lontani. Ad esempio, esattamente  il 4 novembre, ma dell’anno 1333, si era verificata un’altra gravissima alluvione, descritta con dovizia di particolari da Giovanni Villani nel dodicesimo libro della sua Nuova Cronica. Altre gravi alluvioni si erano verificate nella seconda metà del Cinquecento (particolarmente devastante quella del 1557) e attorno alla metà del Settecento; catastrofica fu anche quella del 3 novembre 1844.

Piazza Santa Croce Statua di Dante

Piazza Santa Croce
Statua di Dante

Nel 1864 i danni di una nuova inondazione vennero invece limitati grazie agli interventi delle autorità cittadine; ma l’evento, che seguiva quello molto più grave di vent’anni prima, rese manifesta la necessità di effettuare lavori volti alla protezione della città, lavori  che furono realizzati sotto la direzione di Giuseppe Poggi, l’architetto di Firenze Capitale.

L’anno successivo, nel 1865, fu eretta in Piazza Santa Croce una statua che celebrava il 600° anniversario della nascita di Dante Alighieri. 

E proprio ai piedi della statua del divino poeta, cento anni dopo, si sarebbe ritrovato Agesilao, lo sfortunato protagonista della canzone di Marasco, che travolto dal fiume in piena veniva trascinato dall’acqua attraverso le vie della città. 

L’Alighieri, guardando con marmoreo sdegno l’immane casino che gli si presentava davanti, con l’acqua che arrivava a lambirgli i piedi appena, poteva finalmente gustarsi la propria rivincita!

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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