Il caso Segre

di Simone Borri

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La vicenda raccontata – qualcuno dice: montata – dal quotidiano Repubblica sugli insulti antisemiti ai danni della senatrice a vita Liliana Segre, che ha portato alla istituzione della omonima commissione parlamentare sui reati di odio razziale e antisemita, è nota. Per chi avesse bisogno di ricostruirla, pubblichiamo qui di seguito il link agli articoli con cui Dagospia ha riportato alle reali proporzioni dei fatti:

DAGOSPIA – Il caso Segre e le precisazioni di Repubblica.

Siamo alle solite. In un paese normale ci sarebbero a questo punto giornalisti che dovrebbero far fronte alla necessità di trovarsi un altro mestiere. Ci riferiamo a quelli di Repubblica, non nuovi tra l’altro a queste prodezze, o addirittura a direttori come Enrico Mentana, avventatosi come una fiera sulla notizia iniziale salvo poi prodursi in una frettolosa quanto poco convincente marcia indietro. Il fact-checking, caro Mentana, si fa prima. Non dopo, a cazzata ormai divulgata o ampiamente ripresa e accompagnata come una grancassa.

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Lilaiana Segre con la scorta

Ma del resto, siamo il paese in cui Report continua imperterrito a produrre falsi scoop, confidando nelle spalle coperte da Mamma Rai (versione 3, quella da sempre in quota al PCIPDSDSPD) o nella compiacenza di magistrature per le quali dare del fascista a Salvini è una espressione di libero pensiero. Siamo nel paese in cui Michele Anzaldi può pubblicamente candidare un personaggio francamente impresentabile come Chef Rubio alla conduzione di una trasmissione nel servizio pubblico. Davvero un gourmet maestro di bon ton, non c’é che dire.

Siamo nel paese in cui Giorgia Meloni può essere tranquillamente definita una «troia da ammazzare a bastonate», e la Commissione Segre, come certi arbitri del calcio, si gira dall’altra parte, mentre Lilli Gruber La Rossa minaccia l’interessata dagli insulti di toglierle l’audio, se continua a lamentarsi.

Giorgia Meloni: il web non è uguale per tutti

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In un paese normale, la sig.ra Segre a questo punto sarebbe opportuno che rimettesse la sua nomina. Perché delle due l’una: o la sig.ra è inconsapevole della farsa a cui si è prestata (ma per la sinistra che l’ha sponsorizzata è ben più di una farsa, è l’ennesimo tentativo di instaurazione di polizia morale e Grande Fratello in questo paese), e allora – con tutto il rispetto – non è adatta a sedere in un emiciclo in cui, fino a prova contraria, si va a rendere un servizio al paese (ben pagato tra l’altro), non a trascorrere il tempo come (absit iniuria verbis) in casa di riposo. Oppure la signora è consapevole, eccome, e allora il pessimo servizio l’ha reso a chi è stato meno fortunato di lei, e ad Auschwitz ci ha lasciato le penne. No, le vittime dell’Olocausto una caciara come questa proprio non se la meritavano.

In un paese normale, a quest’ora avremmo avuto anche le dimissioni di chi l’ha nominata senatrice a vita. Ma è una sensibiltà che il sig. Sergio Mattarella ha ampiamente dimostrato di non possedere. Il popolo ebraico e quello italiano sono invitati a farsene una ragione.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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