Viva la Pappa col Pomodoro!

di Barbara Chiarini

LAPAPPAALPOMODORO-GIANBURRASCA.2019.10.28-01

I piatti tipici della nostra tradizione toscana, sono tutti poveri e fatti di ingredienti semplici ed umili.

La loro bontà, però, è universalmente conosciuta in tutto il mondo, e questo ci onora! 

Tra questi il più famoso su tutti è nato dalla antica tradizione fiorentina, checché ne dicano i senesi!

La ricetta è una delle più semplici: pane raffermo, poco aglio, tanto basilico, olio, sale, pepe e pomodoro. Ecco pronta la famosa Pappa al Pomodoro.

Sarà il pomodoro, sarà il basilico, sarà che sa così tanto di casa e di cose semplici preparate con cura magari in un caldo cantuccio della cucina, sarà quel che volete voi, ma la Pappa al Pomodoro costituisce in se’e per se’, un’unione di sapori che rappresenta appieno ciò che si intende per cucina italiana. 

La pappa più famosa del mondo non ha però ispirato solo cuochi, casalinghe, nonne e chef stellati.

In realtà, non sembra che siano stati né programmi televisivi, né siti online di ricette, a far conoscere per primi in tutta Italia un piatto che, anche se sembra semplice, in pochi sanno preparare a dovere.

L’attrice Rita Pavone, interprete di Gian Burrasca

L’attrice Rita Pavone, interprete di Gian Burrasca

Correva l’anno 1964 quando una vivacissima Rita Pavone cantò in televisione davanti a milioni di italiani l’Inno della Pappa al Pomodoro, rendendo famoso in eurovisione il gustoso piatto fiorentino: «Viva la pappa col pomodoro che è un capolavoro!».

Rita Pavone era allora appena diciannovenne, ma godeva già da qualche anno di un enorme successo come cantante: la sua voce si era fatta conoscere con alcuni singoli di musica leggera italiana che sono rimasti nell’immaginario collettivo di quei primi anni Sessanta: La partita di pallone, Come te non c’è nessuno, Il ballo del mattone, Datemi un martello, tanto per citarne alcuni.

In quel 1964 però la Pavone esordì come attrice, protagonista di una delle miniserie prodotte dalla Rai come adattamenti televisivi di romanzi della letteratura europea: il titolo  era Il Giornalino di Gian Burrasca ed andò in onda tra il dicembre del 1964 e il febbraio del 1965: la pièce, firmata da Lina Wertmüller, che ne fu anche la regista, era un libero adattamento dell’omonimo romanzo breve, egli inizi del secolo.

Il romanzo per ragazzi (ma non troppo!) narrava, in forma di diario, le vicende del piccolo Giannino Stoppani, soprannominato dalla famiglia, a causa della sua esuberanza, Gian Burrasca: in costante contrasto con il mondo dei grandi, Giannino commetteva un’interminabile serie di marachelle e svariati tentativi di fuga.

Lo sceneggiato della Rai non rappresentò la prima ed unica fortuna per Gian Burrasca: uscito a puntate tra il 1907 e il 1908, riscosse talmente tanto successo che venne ripubblicato in un volume illustrato nel 1912 con successive ristampe che lo portarono addirittura sul podio dei libri italiani per ragazzi più venduti, secondo soltanto a Pinocchio e a Cuore.

Ma Gian Burrasca non è legato a Firenze soltanto per l’ambientazione che, seppure non sia specificata parrebbe indubbiamente essere la sua città natale, ma piuttosto perché il suo autore era uno dei rappresentanti più attivi all’interno di una generazione di scrittori fiorentini, vissuti fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, facenti parte di quell’ambiente culturale legato alla stagione letteraria d’annunziana, e futurista: il suo nome era Luigi Bertelli.

La copertina del libro “Il Giornalino di Gian Burrasca”.

La copertina del libro “Il Giornalino di Gian Burrasca”.

Nato e vissuto a Firenze, giornalista di ispirazione mazziniana, sempre pronto a denunciare i misfatti ed i compromessi di una classe dirigente che tentò di tutto pur di mantenere il potere, si presentava al pubblico con lo pseudonimo di Vamba.

Dopo una carriera brillante, sentì che la sua missione era quella didattica: spese moltissime energie per educare le giovani generazioni e  pubblicò numerosi periodici, raccolte di novelle, romanzi brevi e antologie per le scuole; il suo obiettivo era quello di coltivare nei giovani i principi che avevano animato il Risorgimento, esortandoli alla libertà ed alla spensieratezza (tipici dell’età adolescenziale), ma anche all’onestà e all’incorruttibilità.

Il Giornalino di Gian Burrasca è senza dubbio il suo capolavoro: Giannino con la sua esuberanza, con la sua ritrosia all’imposizione di ogni sorta di regola, con la sua voglia di libertà e la sua innocenza, finisce sempre per cacciarsi in guai gravissimi, in cui poi è lui stesso a doverci rimettere.

Ma ciò che vuole essere messo in evidenza, di fatto, va oltre quello che è noto (vale a dire la famosa trasposizione musicale di Rita Pavone  con le mille marachelle combinate  del nostro scapestrato interprete): quello che conta è il ruolo sociale della pappa fatta con il pomodoro.

Nello specifico, la pappa è per Gian Burrasca e per gli altri convittori del collegio dove alloggia, il risultato di una grande vittoria: una battaglia vinta contro i cuochi della mensa i quali erano soliti propinare ai ragazzi tutti giorni della settimana una misera minestra di riso, ma che dopo l’intervento di Gian Burrasca e dei suoi amici saranno costretti a cambiare!

«Evviva, evviva!…Oggi a desinare si è finalmente cambiato minestra!… Abbiamo avuto una eccellente pappa col pomodoro alla quale le ventisei bocche dei convittori dei collegio Pierpaoli han rivolto con ventisei sorrisi il più caldo e unanime saluto…Anche nelle storie delle nazioni ci sono i popoli che ogni tanto si stancano d’aver sempre minestra di riso, e allora avvengono le congiure, i complotti, e saltan fuori i Michelozzi e gli Stoppani che affrontano i pericoli finché per la loro abnegazione, non si passa alla pappa al pomodoro…»

Tra le pagine del diario di un bambino di otto anni, emerge un messaggio tutt’altro che pacifico ed innocuo: Vamba, l’antico mazziniano, schifato dalla corruzione della borghesia italiana, incita ad una onestà e ad una ribellione morale valida non soltanto per l’Italia giolittiana, ma  per l’Italia di tutti i tempi.

Lo sceneggiato  con la sua divertentissima trama e l’interpretazione magistrale non solo della Pavone, ma anche di altri grandi attori come Valeria Valeri, Milena Vukotic, Paolo Ferrari, Arnoldo Foà, metteva infatti in scena sul palcoscenico nazionale della televisione un testo che evidenziava le lacune di una società che, in quegli anni, stava vivendo profonde modificazioni sociali ed economiche.

Infatti, suona strano alle nostre orecchie ammettere che, per mezzo di un’apparentemente innocua canzoncina per bambini (la quale con il suo testo dovrebbe celebrare la bontà di uno dei piatti più gustosi della cucina fiorentina), si possano invece pronunciare parole dall’eco decisamente rivoluzionaria: «Viva la pappa col pomodoro! La pancia che borbotta è causa del complotto, è causa della lotta abbasso il direttore… il popolo affamato fa la rivoluzion! La zuppa ormai l’è cotta e noi cantiamo tutti, vogliamo detto fatto, la pappa al pomodor!».

Ma infondo, ogni mezzo è lecito per esortare le proprie cause ed il successo del brano e della pièce furono sfolgoranti (a prescindere dalle diverse e possibili interpretazioni!): ancora oggi  L’Inno alla Pappa viene ricordato da tutti, anche da chi allora non era neppure nato, come me! 

E dunque, associandomi al grido di «Viva la Pappa al Pomodoro», ho deciso che andrò in cucina a prepararla per cena. 

Buon appetito a tutti!

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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