Uomo di lettere o figura rivoluzionaria ?

di Barbara Chiarini

Le Courbusier, al secolo Charlese Edouard Jeanneret- Gris

Le Courbusier, al secolo Charlese Edouard Jeanneret- Gris

«L’importante non è essere moderni, l’importante è essere eterni», scriveva Le Corbusier anticipando in vita le tesi critiche contemporanee.

Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Edouard Jeanneret-Gris, nacque in Svizzera il 6 ottobre 1887; la sua fama internazionale era ormai consolidata (nonostante le molte critiche riguardo alle sue utopie architettoniche) già quando morì (peraltro proprio come aveva sperato che potesse accadergli), ben oltre 5o anni fa, nel mare della sua amata Costa Azzurra, nuotando vicino al suo Cabanon, un piccolo bungalow in località Roquebrune-Cap Martin, in cui egli amava trascorrere  gran parte dell’anno insieme alla moglie.

Di professione homme de lettres, come fece scrivere sul proprio documento di identità, la figura rivoluzionaria di Le Corbusier, si inserisce come uno dei più creativi e influenti architetti del ‘900, all’interno di un inquadramento storico difficile da definire: anni di grandi ragionamenti attorno all’uomo, anni di ricostruzione e trepidazione, perché se da una parte la Prima Guerra Mondiale era finita, dall’altra non ci fu il tempo di ricreare equilibri solidi poiché una Seconda e tragica Guerra Mondiale stava attendendo la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso.

Chaise-longue LC4

Chaise-longue LC4

Sostanzialmente autodidatta, non conseguì mai una laurea architettonica. Nonostante sia stato allievo di tre fra i maggiori architetti del tempo – Joseph Hoffmann a Vienna, Auguste Perret a Parigi, Peter Behrens a Berlino – la sua fu una formazione da decoratore, più che da architetto e urbanista. Frequentò infatti l’Ecole Industrielle, poi l’Ecole d’Art nella sezione di incisione ornamentale fino al 1905; tuttavia, a partire dal 1904, si orienterà verso il design (è suo il celebre modello LC4 di chaise longue).

L’architettura per Le Corbusier è stata una ricerca paziente, l’uso logico di un metodo per poter pensare la forma in funzione dei principi razionali, un gioco sapiente di volumi sotto la luce, rifacendosi alla lezione del maestro del modernismo pittorico Paul Cézanne: «I cubi, i coni, le sfere, i cilindri e le piramidi, sono le più grandi forme primarie che la luce invera con efficacia, perché sono forme belle, le forme più belle…».

È a partire dal 1920 che l’energia di Le Corbusier (pseudonimo adottato proprio in quell’anno per firmare gli articoli pubblicati sulla rivista L’Esprit Nouveau), si concentra in progetti architettonici e in un ampio studio teorico, una rivalutazione delle forme dell’architettura e della progettazione urbanistica basata su nuovi principi e nuovi canoni: al centro l’Uomo (misura armonica e criterio di tutte le cose) e la dignità dell’uomo nel suo rapporto con una città ormai cementificata, ostile e disumanizzata, in favore della produzione e della velocità, pericolosa sia in senso fisico che psichico. 

Per meglio intendersi, il protagonista assoluto, il destinatario di ogni progetto per Le Corbu è stato  sempre e comunque l’Uomo: ma, diversamente dai canoni quattrocenteschi di un Leonardo Da Vinci, non ci troviamo piu di fronte all’Uomo Vitruviano, idealmente contenuto in un quadrato e in un cerchio.

Con il maestro svizzero, la prospettiva si ribalta: non è l’Uomo a doversi inserire in uno Spazio ma è lo Spazio che deve inserirsi nell’Uomo. E inserirsi, non vuol dire circondare o racchiudere: la casa non è il guscio protettivo del lavoratore, la casa non è solo un letto per dormire e un tavolo per mangiare. La casa è il luogo dove ritrovare l’armonia, la casa è uno spazio congruo alla grandezza del corpo ma anche alla vastità dei pensieri.

Villa Savoye a Poissy , 1929.

Villa Savoye a Poissy , 1929.

Le Corbusier ha sempre immaginato la casa come cellula fondante della società; sognava di dare agli uomini case belle, comode ed economiche, addirittura non riusciva ad accettare che i residenti, una volta tornati ad abitarvi,  ne stravolgessero in qualche modo  l’aspetto originario. In ogni suo lavoro è possibile ritrovare queste sue forti convinzioni estetiche.

Forse, la costruzione più famosa in assoluto di Le Corbusier è Villa Savoye a Poissy, un luogo non troppo distante da Parigi. Realizzata tra il 1929 e il 1931, quando l’architetto svizzero stava cominciando a farsi conoscere sulla scena europea, esprimeva al suo interno tutte le regole del Movimento Moderno. L’edificio fu costruito su commissione di Pierre Savoye (il quale, si dice, non rimase neppure molto soddisfatto del lavoro!) ed è ad oggi considerato il massimo esempio del Cubismo architettonico. Tanto è vero che, dopo anni di abbandono, è stato soltanto recente recuperato e aperto al pubblico.

Unité d’ Habitation a Marsiglia, 1947

Unité d’ Habitation a Marsiglia, 1947

Ma il più grande esempio espressivo delle sue nuove idee di  architettura, che da un lato volevano accordarsi con la moderna società industriale e dall’altro servire alla esigenze dell’uomo moderno, possiamo ritrovarle  nell’Unité d’Habitation di Marsiglia, realizzate tra il 1947 e il 1952. L’idea era quella di costruire delle case per il proletariato e il ceto medio urbano che potessero essere veramente vivibili. Case in cui si replicasse infinite volte lo stesso modulo ( il cosiddetto Modulor), quasi come in una catena di montaggio, al fine di realizzare appartamenti per 2, 3, 4 o 5 persone: case collegate tra loro, non tanto da corridoi, quanto più da strade, ai lati delle quali sorgessero negozi e luoghi di ritrovo. Il palazzo veniva interpretato così una sorta di città verticale (e infatti è famoso anche col nome di Cité Radieuse): mentre i bambini  avrebbero giocato nel giardino sul tetto, i genitori  avrebbero potuto fare la spesa, andare in lavanderia, entrare in biblioteca, pur senza mai uscire dall’edificio.

Nonostante qualche critica, il progetto fu un vero e proprio successo: abitata ancora oggi, l’Unité d’Habitation marsigliese è anche monumento storico e tappa obbligata di numerosi percorsi turistici.

In ultimo, quasi al confine con la natia Svizzera, vorremmo ricordare l’esistenza di un altro dei suoi edifici, o meglio, il più famoso il più bello fra tutti: la Cappella di Notre-Dame du Haut. Un edificio che dimostra come i dettami teorici dell’architetto non si adattavano per forza solo a costruzioni civili, ma potevano lasciare il segno perfino nell’architettura religiosa. La cappella, che sorge nei dintorni di Belfort, fu progettata nel 1950 ma realizzata tra il 1954 e il 1955, quando fu benedetta. È stata però consacrata solo nel 2005, molti anni dopo la morte del suo ideatore.

Unité d’ Habitation a Marsiglia, 1947 Interni

Unité d’ Habitation a Marsiglia, 1947
Interni

La struttura è molto particolare, ma non tradisce le idee di Le Corbusier. Colpisce subito, sia dall’esterno che dall’interno, il tetto, creato con una gettata di calcestruzzo che è stato modellato come a formare una vela rovesciata. Il peso della copertura, però, non poggia sui muri, ma  su pilastri che riescono a dare un’idea di leggerezza al tutto. Le finestre, poi, pur essendo meno ampie di quelle degli edifici civili, sono però numerosissime e di dimensioni molto diverse, creando strani effetti di luce all’interno.

Molte sono state le opere realizzate da questo grande maestro e forse ancora di più  sono stati i progetti rimasti incompiuti: tantissimi i taccuini e le lettere pieni di appunti, disegni, teorie, pensieri tratti dagli innumerevoli viaggi da lui compiuti in giro per il mondo, come il Grand Tour in Italia, in cui il giovane utopista lasciò da parte la macchina fotografica, per non dimenticare di guardare con gli occhi dello stupore.

Cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp, 1950. Interno

Cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp, 1950.
Interno

Pur non senza polemiche, Charles-Edouard Jeanneret è stato e rimane la figura di maggior spicco nel complesso panorama dell’architettura del XX secolo: abilissimo costruttore del proprio mito, ha esercitato (e continua a esercitare) un’influenza straordinaria sulle generazioni di architetti che gli sono succeduti per progettare abitazioni e città sempre più al servizio dell’Uomo e di una qualità di vita urbana dignitosa.

Vale la pena ricordarlo con le parole del grande Giovanni Klaus Koenig, composte in occasione della sua morte: «E allora cosa resta in bilancio? Poco di quel che si pensava, ma ciononostante moltissimo. Resta il debito più disprezzato, la moneta che cerchiamo disperatamente di metter fuori corso, e che si ostina a restare l’unico valore che fa aggio all’oro: la poesia. Poesia, nella fattispecie, dei volumi e dello spazio; il diritto dell’espressione ad arrogarsi ancora come fonte di godimento, di pura contemplazione. Quella poesia che faceva meditare Brunelleschi sulle rovine di Roma e Le Corbusier sull’Acropoli di Atene»

Cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp, 1950.

Cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp, 1950.

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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