Trieste c’é. L’Italia ha altri impegni.

di Simone Borri

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Trieste si stringe attorno ai feretri di Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, il giorno dell’ultimo saluto alle loro spoglie mortali. Fuori della Chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, lungo il canale del Ponte Rosso che porta alle Rive, una intera città si raccoglie piangendo e soffocando la sua rabbia in silenzio, mentre in disparte alcuni poliziotti in divisa si abbracciano sottraendosi agli impietosi obbiettivi fotografici.

E’ un momento di massima commozione e raccoglimento funebre per la più grande tragedia che ha colpito le forze dell’ordine italiane in epoca recente, quella di due agenti uccisi in servizio dentro le mura della loro Questura. L’omelia del vescovo Giampaolo Crepaldi scuote tutti i presenti: «Sono certo che, dopo questo atto di addio, Trieste continuerà a ricordarvi come i suoi angeli e, con lungimiranza umana e civile, vi ha già dedicato un segno a perpetua memoria del vostro sacrificio, che resti come un monito soprattutto per le giovani generazioni, che da voi sono chiamate ad imparare una fondamentale lezione di vita. Questa: a costruire sono gli uomini e le donne pronti al servizio e al dono di sé, mentre a distruggere sono quelli che coltivano la violenza, l’odio e il proprio egoistico interesse».

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Trieste ha accusato il colpo, ma qui sulle Rive a tributare quest’ultimo saluto dovrebbe esserci tutta l’Italia. Come al solito, c’é e non c’é. Il paese reale assiste attraverso i media, e si raccoglie nello stesso abbraccio soccombendo alla stessa commozione, anche se virtuali, della cittadinanza giuliana. E forse, è da auspicare, riflette una buona volta e fino in fondo sul senso che può avere mandare ancora per strada dei ragazzi in divisa sostanzialmente disarmati e delegittimati, senza le spalle coperte da nessuno, politici o magistrati, tra le beffe di chi delinque e gli oltraggi di chi si sente impunito, il tutto per stipendi che sono e continueranno ad essere da fame. Matteo e Pierluigi li vediamo ogni giorno, e ogni giorno ci chiediamo – come fanno ormai esplicitamente gli stessi sindacati e le rappresentanze di polizia sui social network e di fronte all’opinione pubblica -, come facciano ad andare avanti. A rimontare ogni giorno e ogni sera su quelle volanti simili alla numero 2 di Demenego e Rotta, senza sapere mai se lo stanno facendo per l’ultima volta. O a che scopo.

Non è mai il momento di fare polemica un rito funebre. Ma stavolta fa parte del quadro, come un particolare mancante che stona clamorosamente. Il paese reale c’é, dicevamo. Lo si sente. Lo si percepisce. Manca quello legale. L’assenza delle prime due cariche dello Stato è come uno schiaffo in faccia. Ai poliziotti vivi, a quelli morti, a Trieste, all’Italia, agli italiani.

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Il presidente della repubblica Mattarella è in viaggio di Stato, ne parliamo in altra parte del giornale e diamo conto di cosa ha combinato. Non è mai il giorno adatto per fare danni, ieri lo era meno di ogni altro.

Il presidente del consiglio Conte è in altre faccende affaccendato. Ha fatto nottata a conciliare nella finanziaria le due anime perse del suo impresentabile governo, e adesso – mentre dagli scranni di Montecitorio indirizza un cenno di saluto alle vittime ed ai loro cari e con quello se la cava – ha le occhiaie e la pettinatura di solito così curata decisamente fuori posto.

Questa è l’Italia delle istituzioni, presente sul luogo dove tutti avremmo voluto essere in queste ore soltanto con quello che era a disposizione, quelli che erano liberi, non avevamo impegni: il presidente della camera Fico ed il ministro dell’interno Lamorgese. In due non riescono a spiccicare una frase di senso compiuto che dia almeno il segno della partecipazione di un popolo alla sua tragedia presente. In un modo che in questo momento francamente ci sfugge, evidentemente questo ci siamo meritati. Questi sono i nostri rappresentanti.

Addio Matteo e Pierluigi. Coraggio Trieste. Arrivederci Italia. Alla prossima disgrazia. Con queste istituzioni si può star certi che non mancherà, e presto.

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Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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