My Sweet Lord

di Simone Borri

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Parlando di Quadrophenia, giorni fa, abbiamo rievocato tra i brani che fanno parte della colonna sonora del film di Frank Roddam He’s so fine, delle Chiffons. Nel 1962, quando uscì, la canzone ebbe un discreto successo, ed il gruppo raggiunse una certa notorietà.

Niente di eccezionale, senonché a volte il destino fa scherzi strani, e finisce per farti brillare non solo della tua luce propria, ma anche di luce riflessa. Una gran luce, nel caso specifico.

Successe, qualche anno dopo, che un gruppo molto più famoso – alcuni, molti per la verità, sostengono il più famoso e importante di tutti i tempi – arrivò a sciogliersi lasciando al suo posto quattro solisti di gran nome.

George Harrison non iniziava la sua nuova carriera, nel 1970, come il più famoso degli ex Beatles. Al pari di Ringo Starr, aveva vissuto gli anni d’oro dei quattro ragazzi di Liverpool all’ombra delle personalità più esuberanti (alcuni dicono più carismatiche, e non siamo d’accordo) di John Lennon e Paul McCartney.

Sta di fatto che invece fu proprio lui il primo ad avere successo come single. Il primo a raggiungere la posizione numero uno sia nelle classifiche inglesi che in quelle americane, quando ancora i più accreditati ex partners stavano a chiedersi cosa avrebbero fatto da grandi.

GeorgeHarrison191030-003George Harrison era reduce da un viaggio spiritualmente formativo in India. La sua personalità, già estremamente raffinata e sensibile, ne era tornata accresciuta, arricchita. All things must pass fu l’album con cui si fece trovare pronto per primo a liquidare il glorioso passato e a gettarselo dietro le spalle. Di quell’album, My Sweet Lord era il brano di punta, quello che sbancò il botteghino anche come singolo e che gli fece da viatico per il celebre concerto per il Bangladesh dell’anno successivo, con cui Harrison divenne una leggenda umana oltre che musicale.

Il brano era intriso di spiritualità induista, ed era inteso come inno alla spiritualità in generale, abbracciando tutte le religioni del pianeta. Ma aveva un difetto, ed il suo autore se ne accorse quando era troppo tardi. Assomigliava troppo nella musica e in certi versi a quel brano del 1962 delle Chiffons. Alle quali, versando in cattive acque al pari della loro casa discografica, la Bright Music, non parve vero di intentare causa per plagio.

Da persona onesta qual era, Harrison rigettò l’accusa ma ammise la somiglianza, commentando un «non me n’ero accorto» che era un inno alla sincerità ma che fu la base per ottenere torto in tribunale. Harrison ebbe un bel sostenere che se si era ispirato ad un brano del passato questo era semmai Oh Happy Day! Nel 1976 la corte federale degli Stati Uniti lo giudicò colpevole di plagio inconscio, imputandogli di versare buona parte dei proventi del disco alle Chiffons, agli eredi del compositore Ronnie Mack nel frattempo scomparso ed alla casa discografica Bright, che nel frattempo essendo sull’orlo del fallimento veniva rilevata dall’ex manager di Harrison Allen Klein, rimasto in pessimi rapporti con il suo ex assistito. Una storiaccia, insomma.

Il video ironico di "This song"

Il video ironico di “This song”

Che non impedì il successo planetario di Harrison e del suo pezzo. Il cantante liquidò alla fine le sue pendenze versando qualcosa come 500.000 dollari ai vincitori della causa, e dedicando a loro ed alla vicenda successivamente la sprezzante e ironica This song. Ad oggi nessuno ricorda più il pezzo delle Chiffons (che ebbero tra l’altro il cattivissimo gusto di festeggiare la vittoria incidendo una cover di My Sweet Lord), tutti ricordano il poeta George Harrison e la sua spiritualità ed il suo impegno che ne fecero a gioco lungo una figura molto più significativa di quella dell’ex compagno John Lennon, nella cui ombra aveva vissuto in passato.

GeorgeHarrison191030-004Un John Lennon che pochi mesi prima di morire, nel 1980, si era reso autore di una velenosa intervista in cui metteva in dubbio la involontarietà del plagio di Harrison: «Non poteva non saperlo, dai… Lui [Harrison, ndr] è più intelligente di così… Avrebbe potuto cambiare un paio di battute in quella canzone e nessuno avrebbe mai potuto toccarlo, ma invece lasciò correre e ne pagò il prezzo. Forse pensava semplicemente che Dio gliela avrebbe fatta passare liscia».

Ai poster e ai fan l’ardua sentenza. Ci permettiamo di suggerire, anche alla luce di quanto sopra, che a parità di genio musicale la persona migliore tra i due non si è rivelata essere John Lennon, pace all’anima sua. Anzi, a questo punto di entrambi.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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