Gli ultimi imperatori

di Simone Borri

1° ottobre 1949, Pechino

1° ottobre 1949, Pechino

Il 1° ottobre 1949 il segretario portavoce del Partito Comunista Cinese Mao Tse Tung proclamò la vittoria nella guerra civile e la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, e ne divenne il primo presidente.

L’ultimo imperatore della dinastia Qing, Pu Yi, aveva abdicato nel 1912, al termine della prima guerra civile che si era conclusa con la fine del millenario Celeste Impero e la nascita di una Repubblica cinese guidata dal partito nazionalista di sinistra democratica Kuomingtang e dal suo leader, il progressista Sun Yat-sen.

Pu Yi

Pu Yi

La Cina di quegli anni era un paese diviso tra i Signori della Guerra che governavano di fatto le regioni periferiche, le potenze coloniali che con le loro cannoniere controllavano le vie del commercio cinese ed il Giappone imperiale che cominciando dalla Manciuria aveva invaso il suo territorio nazionale anticipando la Seconda Guerra Mondiale. Non per nulla al primo posto del suo programma il Kuomingtang aveva l’indipendenza e l’unità nazionale, prima ancora della giustizia sociale e della democrazia. Nozioni che sembravano decisamente d’importazione occidentale, poco affini alla cultura di un popolo sottomesso da tempo immemorabile ad un potere assoluto e teocratico.

SunYat-sen

SunYat-sen

Nel Kuomingtang di Sun Yat-sen trovavano spazio tutti i patrioti, dai nazionalisti ai comunisti che nel 1921 avevano tenuto il loro primo congresso a cui aveva partecipato un giovane intellettuale, Mao Tse Tung. Ma come già era successo in Russia, la rivoluzione popolare si tramutò ben presto in una feroce e forse inevitabile dittatura alla morte del leader che seguì di un anno quella di Lenin. Il posto di Sun Yat-sen fu preso nel 1925 dal suo braccio destro militare Chiang-Kai-shek, il quale poco dopo avviò una nuova guerra civile, stavolta condotta contro i comunisti.

Chiang Kai-shek

Chiang Kai-shek

Dal 1927 al 1949, la guerra civile cinese si intrecciò con le fasi dell’espansionismo nipponico e poi con la Seconda Guerra Mondiale. Mao ed il PCC sopravvissero al loro momento più drammatico a metà degli anni Trenta conducendo a buon fine la cosiddetta Lunga Marcia, che vide loro attraversare a piedi mezza Asia per sfuggire all’accerchiamento dei nazionalisti di Chiang-Kai-shek.

Quando il Giappone entrò nell’Asse, nell’ora più buia per lei e per il mondo intero il destino della Cina fu deciso. Sostanzialmente, i comunisti di Mao combattevano dalla parte degli Alleati, ed erano pertanto destinati al pari della Francia Libera di De Gaulle ad essere annoverati tra i vincitori.

Costretta ad una vicinanza politica con l’Unione Sovietica che cozzava contro secoli di pessimi rapporti fra bianchi e gialli di pelle, la Cina approdò ad un dopoguerra più roseo di quanto i trent’anni precedenti avevano fatto sperare. Mao si ritrovò il padrone di un subcontinente abitato da quasi un miliardo di persone, apparentemente in quel momento ridotte allo stremo dalla miseria e dalle travagliatissime vicende, ma suscettibili in futuro di diventare una superpotenza mondiale.

Il Grande Timoniere

Il Grande Timoniere

Il leader cinese – mentre il suo vecchio antagonista Chiang-Kai-shek espatriava trasformando Formosa in Taiwan, la Cina nazionalista sotto la protezione americana – rivaleggiò in quanto a spietato pragmatismo e a eterodossia marxista con il suo omologo sovietico Stalin. Al pari del georgiano sovietico, il cinese era un dittatore spietato, che risolse un sacco di contraddizioni sociali ed economiche ereditate dal passato pre-comunista ricorrendo ad una violenza di massa inaudita.

Come per lo stalinismo, Marx ed Engels avrebbero storto assai la bocca a proposito dell’impianto teoretico e pratico del maoismo. Ma stava di fatto che la rivoluzione proletaria si era affermata nei due paesi più improbabili secondo l’analisi marxiana: la medioevale Russia zarista e la preistorica Cina imperiale. E sulla base di questo le teorie e le prassi rivoluzionarie in tutto il mondo furono aggiornate e riadattate, e Mao Tse Tung al pari di Ho Chi Mihn e di altri leader terzomondisti divennero il nuovo faro ideologico, una volta che Stalin fu dichiarato non più presentabile.

 Deng Xiaoping


Deng Xiaoping

Russi e cinesi continuarono a odiarsi come fratelli e farsi atroci dispetti per tutti gli anni Sessanta, finché la Ragion di Stato impose alla Storia nuove giravolte. Alla ripresa virulenta della Guerra Fredda negli anni Settanta, gli USA si resero conto che la Cina maoista era una spina nel fianco per l’URSS di Breznev, e Nixon andò a stringere clamorosamente la mano a Mao. Quando quest’ultimo morì, nel 1976, il mondo era ulteriormente cambiato. Aveva voglia di una distensione reale che era tuttavia ancora di là da venire, come le benedette riforme che Deng Xiaoping bandì nel 1979 dopo aver liquidato il tentativo di restaurazione maoista della Banda dei Quattro, capitanata dall’ultima moglie del Grande Timoniere, Jiang Qing.

Xi Jinping

Xi Jinping

Nella piazza in cui oggi la Cina Imperale Comunista celebra i settant’anni di se stessa, dieci anni dopo Deng i carri armati soffocarono nel sangue l’unico tentativo di occidentalizzazione di un regime che continua a chiamarsi comunista ma che in realtà ha dato un assalto formidabile all’Occidente capitalista con il minimo storico di scrupoli. A Tien An Men il 4 giugno 1989 gli studenti furono spazzati via senza pietà, sorte che il mondo paventa possa toccare anche alla coraggiosa Hong Kong che non si rassegna ad abdicare al suo passato cino-britannico ed alle nozioni di libertà individuale instillate in una etnia in tutto e per tutto cinese, a dimostrazione che il background culturale può giocare brutti scherzi anche a civiltà supposte come millenarie, come il paese governato da imperatori che non risiedono più nella Città Proibita ma piuttosto adesso nell’edificio adiacente di Zhongnanhai. E tuttavia sempre di imperatori, di autocrati si tratta.

Bernardo Bertolucci

Bernardo Bertolucci

Pu Yi è stato l’ultimo Imperatore Celeste. Mao Tse Tung il primo Imperatore Rosso. Xi Jinping è l’ultimo imperatore di un mondo che ricordavamo fatto di una moltitudine di persone vestite allo stesso modo, e tutte a cavallo di una bicicletta, salvo svegliarsi una bella mattina e trovarcele qui alla guida di Mercedes e Suv, con rotoli di banconote in tasca in grado di comprare qualsiasi cosa. Con un missile che sfila sulla Piazza Tien An men e che risulta in grado di coprire la dstanza tra Pechino e San Francisco o qualsiasi obbiettivo strategico americano in circa un’ora. Di questo nuovo mondo, oggi Xi Jinping è il primo, orgoglioso e per noi più inquietante imperatore.

Ryuichi Sakamoto

Ryuichi Sakamoto

Preoccupati? Per oggi pensiamo di stemperare ogni fosca visione del futuro con il brano del giorno. E’ di Ryūichi Sakamoto, che tra tanti capolavori firmò nell’anno di grazia 1987, undici anni dopo la morte di Mao e due prima del massacro di Tien An men, questa soundtrack dell’Ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci, il film che da solo vinse nove Oscar, e tutti gli altri premi che non si contano più. Il film che ha raccontato come nesun altro una vecchia Cina che ormai non c’é più, e a pensarci bene adesso sembra non esserci mai stata.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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