Dies irae

di Simone Borri

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Il 15 ottobre 1582 fu un giorno di una particolarità unica. Non era preceduto dal 14 infatti, ma dal 4. Quel giorno entrò in vigore infatti la riforma più riuscita tra quelle promosse dalla Chiesa Cattolica: quella del calendario.

La Cristianità andò a letto infatti la sera del 4 ottobre staccando la pagina quotidiana al calendario giuliano, cioé a quello messo in vigore da Caio Giulio Cesare al tempo del suo consolato e rimastoci per tutto il Medioevo. E si svegliò la mattina del 15 attaccando al muro al suo posto il calendario gregoriano.

La riforma era stata resa possibile dagli studi astronomici che la Chiesa dell’epoca rinascimentale non aveva avversato (come avrebbe fatto in seguito al tempo di Galileo) ma piuttosto incoraggiato. Niccolò Copernico aveva pubblicato nel 1543 i suoi Sei libri sulle rivoluzioni delle sfere celesti, e da quel momento il mondo, o per meglio dire l’universo, non sarebbe stato più lo stesso.

Cardinale Ugo Boncompagni, poi Papa Gregorio XIII

Cardinale Ugo Boncompagni, poi Papa Gregorio XIII

La riforma era stata messa in vigore da Papa Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni da Bologna, uno dei sovrani più illuminati della storia della Chiesa o, a seconda dei punti di vista, uno dei più intransigenti. L’altra riforma a cui legò il proprio nome fu infatti una Controriforma, la risposta di Roma al Protestantesimo di Lutero e Calvino, la trasformazione del Cattolicesimo in un corpus iuris ed in un novero di precetti rigidissimi, che avrebbero allontanato culturalmente e spiritualmente le due confessioni ed i popoli che le professavano in modo forse irreversibile.

Sul calendario riformato, almeno, nessuno ebbe da ridire. Si trattava di correggere l’errore che il mondo si trascinava dietro dai tempi di Cesare, che pure a sua volta aveva corretto tanti altri errori contenuti nei calendari precedenti: quel quarto di giorno che avanzava alla fine di ogni anno, e che la commissione pontificia aveva calcolato avere assommato nell’anno di grazia 1582 ben dieci giorni di sfasamento rispetto alla tempistica del moto terrestre. Non era una riforma scontata, se si pensa che ancora nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione, la Russia zarista aveva ancora il calendario di Cesare (da cui lo Czar si proclamava di discendere) e che molti paesi mussulmani ancora disconoscono il calendario cristiano e vivono, almeno da questo punto di vista, in un medioevo per noi ormai superato.

Papa Gregorio avrebbe potuto essere gratificato dall’appellativo Magno, il Grande. Senonché questa qualifica era già toccata in precedenza ad un altro Gregorio, il primo del suo nome. Era un frate di San Benedetto, uno dei primi cioé che avevano accettato e canonizzato la regola stabilita a Montecassino: ora et labora, il fondamento dei monasteri che avrebbero traghettato la civiltà dal Mondo Antico a quello Moderno attraverso i secoli bui.

San Gregorio Magno

San Gregorio Magno

Gregorio apparteneva alla gens Anicia, alla nobiltà romana sopravvissuta alle invasioni barbariche che ancora si riuniva (pro – forma) nell’antico Senato della Repubblica e nominava le sue magistrature. Il praefectus urbi Romae si rese talmente popolare da essere acclamato Papa, dopo aver inutilmente tentato di sensibilizzare l’Imperatore Romano d’Oriente a Costantinopoli circa la necessità di riconquistare l’Italia all’Impero che sopravviveva alle scorrerie dei barbari, in quel momento i Longobardi.

Gregorio Magno serrò i ranghi della Chiesa e la riorganizzò in modo che potesse sopravvivere come unico potere effettivo nella penisola non soltanto dal punto di vista spirituale ma anche temporale. Convertì i Longobardi al Cristianesimo ortodosso (convincendoli ad abbandonare l’eresia ariana, che in sostanza negava la Trinità considerandola politeismo) grazie al favore della leggendaria regina Teodolinda.

E’ rimasto nella storia della Chiesa anche per aver dato il via e raccolto i cosiddetti canti gregoriani, canti liturgici cantati a cappella (senza accompagnamento strumentale) da cori di voci maschili. La musica che avrebbe fatto da colonna sonora alla Chiesa medioevale, e che avrebbe mantenuto la sua suggestione anche in epoca moderna tanto da spingere molti autori ancora nel Sette-Ottocento a rielaborare i canti trascritti da Gregorio e dai suoi successori.

Wolfgang Amadeus Mozart

Wolfgang Amadeus Mozart

Questo Dies Irae è forse il più famoso, anche se tecnicamente risale al XIII° secolo ed è quindi postumo rispetto alla produzione originale dei tempi di Gregorio Magno. Ve lo proponiamo come brano del giorno nella versione rielaborata e consegnata all’immortalità da Wolfgang Amadeus Mozart.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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