Che sarà

di Simone Borri

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Televisione in bianco e nero, televisione pubblica, due soli canali, cinquant’anni fa, un altro mondo, un altra vita. Eravamo un popolo che viveva in bianco e nero, con pochi svaghi, malgrado avessimo appena vissuto un’epoca che veniva chiamata boom economico.

Pochi, pochissimi svaghi. Uno di questi erano i programmi di intrattenimento di una televisione dal palinsesto supercontrollato, e supercensurato. Il film il lunedi sera, i festival musicali al sabato, o come nel caso di Sanremo in settimane appositamente dedicate.

Sul palco dell’Ariston, e grazie alla RAI nei nostri soggiorni, sfilavano i più grandi campioni e le più grandi promesse dell’epoca d’oro della nostra canzone. Nel 1971 si presentò questo strano signore di lingua spagnola, con gli occhiali scuri sul volto e la chitarra al fianco.

Si chiamava José Montserrate Feliciano García, era nato il 10 settembre 1945 a Portorico , in quella strana isola che fa parte degli Stati Uniti senza esserne mai diventata – fino ad oggi – uno degli Stati confederati. Era nato da famiglia poverissima, e siccome la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo, era nato cieco anche lui, a causa di un glaucoma.

L’handicap non gli aveva impedito di inseguire una carriera di cantante e musicista di prima fascia, arrivando ad esibirsi nei pub e nei teatri del Greenwich Village a New York insieme ad artisti del calibro di Bob Dylan e Joan Baez, con cui si alternava nel corso delle serate. La sua chitarra divenne famosa come quella di Andres Segovia, il suo sound divenne caposcuola, apripista di quella musica crossover che avrebbe finalmente riunito le sonorità latinoamericane a quelle rock yankee e che avrebbe prodotto molto più avanti i Ricky Martin e le Christina Aguilera.

Le sue cover, rifacimenti di successi come Light my fire, e California dreamin’, erano suggestive. Ma proprio su una di queste la sua carriera si era bloccata all’improvviso. Oggi è normale che prima della finale del Superbowl l’artista del momento si esibisca nella sua versione personale di Star Spangled Banner, l’inno nazionale U.S.A.. José Feliciano fu il primo a farlo, nel 1970. Era una versione soulblues bella quanto poco ortodossa, e sulle prime gli americani non capirono e si offesero.

L’artista che divenne improvvisamente il classico nemo propheta in patria fu invitato nel 1971 a Sanremo dalla RCA, per la quale incideva. Allora si usava affiancare un artista italiano ad uno internazionale. Lucio Battisti aveva cantato due anni prima Un’avventura con Wilson Pickett, ed era arrivato nono.

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Stavolta al singer portoricano furono affiancati i Ricchi e Poveri. La canzone era di Jimmy Fontana. Si chiamava Che sarà, e dalla sera in cui fu cantata per la prima volta non manca mai di stringere il cuore e la gola dall’emozione a tutti coloro che la sentono. La canzone degli emigrati, di coloro che sono dovuti partire, e non sanno se e quando torneranno, e cosa troveranno.

José ed i Ricchi e Poveri arrivarono secondi, dietro Il cuore è uno zingaro di Nada e Nicola Di Bari, e davanti a 4 marzo 1943 di Lucio Dalla e dell’Equipe 84.

1971, un’ottima annata. Indimenticabile per chi risente come fosse appena ieri quella voce e quell’accento spagnolo, e vede quelle mani pizzicare quella chitarra, su quello sfondo in bianco e nero…. cinquant’anni fa.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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