Balla coi lupi, Goyathlay

di Simone Borri

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Il 4 settembre 1886 a Skeleton Canyon in Arizona l’ultimo grande capo indiano si arrese alle giacche blu dell’esercito degli Stati Uniti.

Si chiamava Goyathlay in linua apache, ma era diventato leggendario con il nome che gli avevano dato i messicani. Geronimo, nella lingua spagnola che derviva a sua volta dal greco e dal latino antichi, significa nome sacro. L’ultimo dei grandi condottieri pellerossa aveva infatti cominciato la sua carriera come sciamano e gli Apache Chricaua presso cui era nato nel 1829 lo avevano soprannominato il sognatore, per la sua presunta capacità di vedere il futuro.

Geronimo190904-003Ma il tempo dei sogni era destinato a finire presto per Goyathlay. Nel 1851 i messicani gli sterminarono la famiglia, per poi scoprire che Geronimo era anche un temibile e vendicativo guerriero. Per i 35 anni successivi a nord e a sud del Rio Grande tutti conobbero la fama del capo che prese l’ascia di guerra dalle mani di altri capi leggendari come Mangas Coloradas, Cochise, Victorio, per diventare lui alla fine il più leggendario di tutti.

Sfuggito più volte alla cattura grazie alla sua proverbiale astuzia (ciò che probabilmente era stato scambiato dagli uomini della sua tribù per preveggenza), alla fine fu costretto ad arrendersi agli Stati Uniti a causa del ristretto numero di guerrieri rimastigli. La sua resa fu raccolta dal tenente Charles B. Gatewood, a cui aveva voluto arrendersi personalmente dato il rapporto di rispetto che si era stabilito tra i due da anni.

Quel giorno allo Skeleton Canyon ebbero termine di fatto le Guerre Indiane, anche se la data ufficiale si fa coincidere con il 28 dicembre 1890, giorno del massacro di Wounded Knee. Quando Geronimo si arrese, Toro Seduto era ormai confinato in una riserva da cinque anni. A lui stesso toccò girovagare per alcune riserve – prigioni in Florida e Oklahoma, prima di diventare un fenomeno da circo come era successo a Buffalo Bill e ad altri superstiti dell’epopea del Far West.

Geronimo190904-001Ancora nel 1905, a 86 anni, aveva l’energia di montare a cavallo e sfilare nella parata inaugurale della presidenza di Theodore Roosevelt. Sempre a cavallo incontrò la sua fine, quattro anni dopo. Fu disarcionato e trascorse un paio di giorni all’addiaccio, prima di essere soccorso. La polmonite non gli lasciò scampo. Le sue ultime parole furono: «Non avrei mai dovuto arrendermi, avrei dovuto combattere fino a quando non fossi l’ultimo uomo vivo». Le sue spoglie riposano nel Beef Creek Apache Cemetery a Lawton, Oklahoma.

Ma le leggende chiamano altre leggende, e c’é chi vuole che le sue spoglie sarebbero state trafugate nel 1918 da un gruppo di studenti universitari di Yale facenti parte della setta segreta Skull and Bones, e che addirittura tra questi figurasse Prescott Bush rispettivamente padre e nonno di due presidenti degli Stati Uniti, George H. W. Bush (1989-1993) e George W. Bush (2001-2009). Il teschio sarebbe da allora conservato in una teca di vetro e utilizzato durante il rito di iniziazione.

Chissà se a Geronimo avrebbe fatto piacere l’idea di diventare una così preziosa reliquia per quei visi pallidi che aveva combattuto per tutta la vita e avrebbe voluto combattere anche oltre.

Chissà se gli sarebbe piaciuto il film da cui è tratto il brano di oggi.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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