A che stadio siamo?

di Simone Borri

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«Fast, fast, fast!», ripeteva Rocco Commisso nei primi giorni della sua nuova esperienza fiorentina. Il nuovo patron era arrivato con entusiasmo pari alla determinazione con cui aveva inseguito questa sua nuova avventura imprenditoriale. Aveva firmato da pochi giorni l’atto di acquisizione della ACF Fiorentina dalla precedente proprietà, il gruppo Tods di Diego e Andrea Della Valle, e già la sede del Nasdaq a New York si tingeva di viola, le prime mosse della nuova proprietà venivano decise a bordo di suggestivi battelli che risalivano lo Hudson River, mentre mr. Rocco raccontava deliziato e trasognato del suo ritorno al paese in grande stile, sicuramente in uno stile che chissà se aveva mai immaginato prima.

Quell’entusiasmo non si è certo spento, tre mesi dopo, ma è certo che nella voce del patron si è insinuata una nota di disappunto, forse di delusione. Nei suoi occhi brilla una luce un po’ meno vivida, e non c’entrano nulla né Firenze (in senso lato) né la Fiorentina.

C’entra la burocrazia in cui viviamo, o per meglio dire annaspiamo ogni giorno. Quando si parla dello stadio del futuro, la voce si incrina e gli occhi si offuscano. E’ l’Italia, mister, verrebbe voglia di dire. Bentornato al paese. Qui le cose si fanno in tempi non storici, ma addirittura biblici.

E a volte non si fanno nemmeno, come è capitato ai precedenti proprietari. Che saranno stati quello che saranno stati – poco interessati alla dimensione sportiva, poco attenti agli umori e ai desideri della piazza, in questo momento di poco spazio per le analisi spassionate chi più ne ha più ne metta -, ma di sicuro nei sedici anni e passa trascorsi a Viale Manfredo Fanti la faccia sulla burocrazia comunale e nazionale ce l’hanno sbattuta eccome.

Se Della Valle si era disamorato (così narrano le cronache e dimostrano i fatti, sportivi e non), Rocco Commisso per ora si limita ad essere sorpreso. Qui non si può fare nulla, disse giorni fa il patron, i monumenti nazionali non si possono toccare. Anche Wembley e lo Yankee Stadium lo erano, ma inglesi e americani in sei mesi li hanno buttati giù e rifatti. Qua ci vogliono almeno sei anni, solo per partire.

E ieri, al termine di un nuovo incontro con il sindaco Nardella che gli ha promesso di andare a perorare la causa del nuovo stadio fiorentino presso il neo ministro dei beni culturali Franceschini, se n’é uscito con un desolato – più che minaccioso – «se devono volerci dieci anni, lo stadio nuovo non lo faccio!»

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Sorte migliore del restyling del Franchi sembra per ora non avere un eventuale nuovo stadio. Campata sempre per aria l’ipotesi di spostare in un per ora ipotetico altrove il colosso Mercafir o di espatriare di Comune (Campi Bisenzio o Bagno a Ripoli), in sostanza siamo sempre in alto mare né più o né meno di come lo eravamo nell’era Della Valle. La burocrazia è un avversario più formidabile per la Fiorentina di quanto lo sia il cosiddetto Palazzo federale contro cui i suoi tifosi si sono più volte scagliati. Le leggi italiane vigenti sono ancora più assurde dei regolamenti sportivi.

Dice: ma la Juve…. Lasciamo stare. Altra situazione, altro mondo. Qui siamo a Firenze, caro mr. Rocco, e i fiorentini hanno sempre tante idee a proposito della loro città e di se stessi – sono ancora quei pensatori visionari che erano al tempo dei Medici, come diceva un recente sceneggiato -, ma poi rispetto al passato concludono poco. Ci son voluti 30 anni per riqualificare l’ex area FIAT di Novoli, per dirne una. Il nuovo tribunale è stato ultimato dopo 40 anni. Dell’aeroporto è meglio non parlare, né in un senso né nell’altro.

Lo stadio nuovo, se qualcuno mai lo farà, lo offrirà alla vista dei nostri nipoti, così come a quella del nipote di mr. Rocco Commisso. Le probabilità sono le stesse di vedere le Olimpiadi a Firenze.

Aspettiamo di essere smentiti.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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