11 settembre

di Simone Borri

11settembre190911-001

Nel corso della mia vita ho vissuto l’11 settembre due volte. Quasi cinquant’anni fa queste erano le ore in cui il capo di stato maggiore dell’esercito cileno Augusto Pinochet fece la sua mossa, scatenando il golpe che avrebbe deposto il legittimo governo socialista di Unidad Popular ed eliminato fisicamente il suo presidente Salvador Allende, per sostituire al suo governo quello di una Junta militare che avrebbe sottoposto il paese ad una delle più feroci, efferate dittature della storia, per ben 18 anni.

Salvador Allende, presidente del Cile (1970-73)

Salvador Allende, presidente del Cile (1970-73)

Qui era pomeriggio, a Santiago del Cile era l’alba quando l’aviazione cilena cominciò a bombardare la Moneda, il palazzo dove risiedeva il suo comandante in capo. Nello stesso momento, com’era già successo ad Atene qualche anno prima, i carri armati si riversavano per le strade della capitale, iniziando la caccia ai sostenitori di Allende e del governo democratico, diventati in un batter d’occhio gli oppositori del nuovo regime.

Lo stadio di Santiago, dove si erano disputati undici anni prima i Mondiali di Calcio, divenne un centro di raccolta e smistamento improvvisato dei dissidenti verso i campi di concentramento e le camere di tortura ed eliminazione allestite dai militari golpisti. Tre anni prima dell’Argentina, il Cile ebbe le sue matite spezzate, i suoi desaparecidos, i suoi martiri famosi e non. Allende era stato il primo di questi, togliendosi la vita (o più probabilmente vedendosela togliere) con la mitraglietta che gli aveva regalato il presidente cubano Fidel Castro durante una visita di stato, senza immaginare a cosa sarebbe servita.

Pinochet e Kissinger, una tragica stretta di mano

Pinochet e Kissinger, una tragica stretta di mano

Per la mia generazione, il Cile fu uno spartiacque morale, politico, culturale. Il secondo esperimento socialista sul continente americano aveva avuto vita breve. Se Cuba resisteva accerchiata dall’embargo e dalle armi U.S.A., il Cile fu affrontato con sistemi diversi. L’amministrazione americana era quella dell’odiato (in tutto il mondo) Richard Nixon, del segretario di stato Henry Kissinger, della C.I.A. che aveva abbandonato ogni remora o scrupolo tra i pochi che poteva aver avuto negli anni precedenti. I punti guadagnati in occasione della cessazione delle ostilità in Vietnam e della distensione con la Cina di Mao Tze Tung furono persi dagli americani tutti insieme il giorno che a Santiago del Cile parlarono le armi. Tutti sapevano dove era stato messo a punto il golpe, chi appoggiava Pinochet e i militari ribelli, chi era da incolpare per il sangue che si stava versando a fiumi e per i diritti che venivano brutalmente calpestati, senza possibilità di risarcimento se non al termine di una notte tra le più buie della storia occidentale.

Carri armati per le strade di Santiago

Carri armati e prigionieri per le strade di Santiago

Gli americani di Nixon credevano di adottare la Dottrina di Monroe (*) in versione riveduta e adattata alla Guerra Fredda. In realtà dimostrarono soltanto di avere una visione limitata della politica internazionale (al di là di ogni giudizio morale in merito al quale ognuno può pensarla come ritiene opportuno). La lotta al Comunismo, se condotta in quel modo così efferato, finiva per favorire il Comunismo stesso, ed infatti la mia generazione fu quella che vide soprattutto a sinistra l’esplosione di un antiamericanismo viscerale e in certi casi totale, a trent’anni di distanza dalla nostra Liberazione e dall’incontro con una America di segno del tutto diverso, incarnata da quelli che Guccini definiva i G.I. di Roosevelt. Quelli di Nixon e tutta l’amministrazione che avevano dietro – ma in certi casi addirittura il popolo che avevano dietro – furono da molti in Europa identificati come brutali assassini, e in tante coscienze non ci fu poi più verso di ritornare indietro. Da allora, a sinistra specialmente, gli U.S.A. hanno sempre torto, malgrado la democrazia in Cile e dintorni sia ritornata da tempo.

11settembre190911-003Quasi vent’anni fa, fu la volta degli americani di piangere. Era il pomeriggio di un altro 11 settembre quando Osama bin Laden e al-Qaeda dettero sostanza alla loro Fatwa contro il Grande Satana americano, e distrussero insieme ai simboli della way of life americana e occidentale anche le nostre illusioni di poter vivere finalmente in un mondo se non di pace quantomeno che non aveva ormai più bisogno della guerra.

Gli aerei stavolta decollarono per schiantarsi contro le Twin Towers a Manhattan, il Pentagono e la Casa Bianca. Fecero quasi tremila vittime, lo skyline di New York cambiò per sempre, le nostre vite cambiarono per sempre.

Per la prima volta dal 1812 la guerra veniva portata sul suolo americano. Gli antiamericanisti di cui sopra pronunciarono il loro ben gli stà! con voce stentorea trattenuta da decenni. Le coscienze più avvedute si limitarono – si fa per dire – allo sgomento, ed alla intuizione, che presto sarebbe diventata certezza suffragata dai fatti, che qualcosa sarebbe cambiato irrimediabilmente dentro e fuori di noi. E non soltanto le procedure per salire su un aereo e viaggiare per il mondo.

A Ground Zero suona di nuovo la campana

A Ground Zero suona di nuovo la campana

Avevamo creduto di aver vinto una volta per tutte, sconfiggendo un nemico indottrinato dall’ideologia. Un nemico potentissimo, che aveva fatto impallidire e infine quasi cancellare il ricordo del Nazismo. Ma che come tutti i nemici ideologici reggeva botta finché l’ideologia forniva spiegazioni e motivazioni. Un attimo dopo, crollava e di colpo non esisteva più.

Il nemico che si parava davanti adesso era ed é il peggiore di tutti. Quello religioso. La religione è assenza di ragionamento, di uso del cervello, non c’é bisogno di scomodare i grandi filosofi dell’Occidente e nemmeno John Lennon. La religione quando oltrepassa la soglia del fanatismo diventa l’arma più devastante, la causa di guerre che non hanno termine. Lo scontro con l’Islam, che qualcuno definì appropriatamente scontro di civiltà (**), esiste dai tempi di Maometto, 1400 anni fa circa. Non abbiamo mai convissuto in pace, ci separa una distanza culturale più o meno come quella che ci potrebbe essere tra noi ed eventuali abitatori di Marte. Adesso è giunto il tempo di una nuova recrudescenza. E’ di nuovo il tempo della Jihad, la Guerra Santa.

Il nuovo profeta Osama bin Laden aveva lanciato nel 1996 una Fatwa che imponeva ai credenti musulmani di uccidere gli americani – ed in second’ordine i cristiani – «dovunque essi si trovino».

L’11 settembre 2001 le torri che crollarono furono quelle su cui avevamo edificato la nostra sicurezza, le nostre certezze morali e materiali. Come a Ground Zero, non abbiamo ancora capito o deciso cosa e come riedificarvi sopra, al loro posto.

Nel frattempo il mondo continua a dividersi anche ed ancora tra coloro che odiano gli Stati Uniti d’America (e gioiscono delle loro sofferenze) e coloro che come Oriana Fallaci continuano a pensare che siamo tutti americani, non solo nel momento della disgrazia, ma anche in quello in cui ci dobbiamo ricordare chi siamo e da dove veniamo.

E tu, mi si chiede, come la pensi? Da quale parte stai? Perché bisogna stare da una parte, altrimenti resti nel mezzo, nella terra di nessuno dove cadono i colpi di entrambi gli eserciti. Tu non combatti per niente e nessuno, niente e nessuno combatte per te.

E’ presto detto. Gli americani hanno tanti difetti, e capita a tutti di avere dei dubbi, a volte, a proposito delle persone o delle cose a cui si vuole bene. Ma sono la mia gente. E almeno in questa vita lo saranno sempre.

I miei dubbi a proposito degli U.S.A. li risolvo sempre facendomi un giro al World War II Cemetery di Falciani, alle porte di Firenze, o all’altro lungo i tornanti del Giogo, verso quella che era la Linea Gotica, l’ultima difesa di Hitler in Italia.

E come ogni volta, mi basta poco per ritrovare sia me stesso che gli amici a cui voglio bene, osservando con l’immancabile groppo alla gola quella distesa di croci bianche. Al di sotto delle quali dormono per sempre quei ragazzi che 70 anni fa, poco prima che io nascessi, vennero fino a qui per permettere a me e a tutti noi altri di nascere in un mondo migliore.

11settembre190911-002

«Non chiederti per chi suona la campana (…) essa suona anche per te»

(John Donne, Nessun uomo è un’isola)

(*) Dottrina di Monroe: «l’America agli Americani!», pronunciata nel 1823 al Congresso U.S.A. dal presidente James Monroe a sostegno delle lotte di liberazione dei paesi sudamericani dal colonialismo delle potenze europee.

(**) Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Samuel P. Huntington, Simon & Schuster, New York, 1996

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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