Viva la Tigre

di Simone Borri

EmilioSalgari180821-001
E’ questa l’isola dove avevi promesso di portarci?
Sì… Mompracem….
E’ molto bella, potremmo starci per sempre?
Sì, perché non ci lasci vivere qui con te?
Dovrete tornare nel vostro regno. Anche se ora siete dei bambini, voi siete due principi.
La mia sorellina ha paura….
Io vi ho liberati da Brooke….. dalla paura dovete liberarvi da soli.
Ma tu verrai se ti manderemo a chiamare? Se quell’uomo cattivo ritorna?….
Nessuno vi farà più del male…. non temete….
Ma tu dicci il tuo nome!
Il mio nome?
Sì!
Sandokan!
Kabir Bedi e Philippe Leroy, protagonisti dello sceneggiato di Sergio Sollima

Kabir Bedi e Philippe Leroy, protagonisti dello sceneggiato di Sergio Sollima

Cominciava così, la sera del 6 gennaio 1976, uno degli sceneggiati più attesi tra quelli che abitualmente la RAI all’epoca forniva ai propri telespettatori trasponendo sul piccolo e grande schermo i capolavori della letteratura italiana e mondiale. E gli spettatori puntualmente ringraziavano, rimanendo incollati alla televisione fino all’ultima scena dell’ultima puntata.

Quella volta, grazie anche all’irrompere del colore nella tecnologia televisiva che rendeva particolarmente suggestiva quella bandiera rossa su cui campeggiava la testa di una tigre, una generazione di bambini e di adolescenti si appassionarono a quello che scoprirono essere un classico – per di più nostrano – della letteratura avventurosa per eccellenza, portato sullo schermo dal bravo regista Sergio Sollima (con un passato già consolidato nel cinema d’azione) ed affidato all’interpretazione di attori che più che scelti per le rispettive parti da recitare sembravano nati per esse.

Quella sera, Kabir Bedi diventò per sempre nei nostri cuori la Tigre della Malesia, Philippe Leroy fu consacrato come il suo fedele compagno, il fratellino Yanez de Gomera y Marañao, Andrea Giordana – dopo essere già passato alla storia ed alla leggenda televisiva come un insuperabile, ed insuperato, Conte di Montecristo – si confermò alla propria altezza come Sir William Fitzgerald, l’ufficiale di Sua Maesta britannica la Regina Vittoria che contende alla Tigre il cuore della principessa Marianna.

Carole André nei panni di Lady Marianna

Carole André nei panni di Lady Marianna

E non ci fu bambino o adolescente che non si innamorò a prima vista proprio di lei, Carole André, nei panni esotici e suggestivi della Perla di Labuan, la nobile inglese che dona infine il suo cuore al nobile principe malese diventato fuorilegge e pirata per combattere la Compagnia delle Indie e l’Impero Britannico. Destinata a rimanere per sempre sull’isola di cui era diventata regina, Mompracem, sepolta insieme al cuore di Sandokan dopo essere stata strappata alle sue braccia durante la fuga dei tigrotti dai Sepoys di James Brooke, il Rajah bianco, interpretato a sua volta da uno dei più grandi attori italiani di tutti i tempi, Adolfo Celi.

Rimasti in sospeso sui titoli di coda che scorrevano sull’evocativa scena finale in cui la bandiera della Tigre viene issata nuovamente sul pennone dell’ultima scialuppa rimastagli e Sandokan annuncia al nemico ed agli spettatori: «Inghilterra, la Tigre è ancora viva!» – annuncio che rinviava al sequel arrivato due anni dopo, che narrava la riconquista dell’isola di Mompracem –, i ragazzi di quei giorni d’inverno del 1976 scoprirono uno dei loro eroi immortali per antonomasia. E scoprirono che non erano stati loro la prima generazione  ad appassionarsi alle sue avventure. Erano la terza, se non addirittura la quarta, a partire da quel 10 dicembre 1883 in cui su La Nuova Arena, quotidiano veronese, fu pubblicata la prima puntata della Tigre della Malesia, romanzo il cui autore era il fino a quel momento sconosciuto giornalista locale Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgàri.

Non era l’opera prima del giornalista scrittore, ma fu quella che ebbe immediato, travolgente successo. La moda del feuilleton a puntate veniva dalla Francia di Victor Hugo, Eugene Sue, Alexandre Dumas, e aveva attecchito subito in Italia. Il capitano di marina mancato Emilio Salgàri, che non aveva e non avrebbe mai lasciato la patria se non con il volo della propria sconfinata (e documentata) fantasia, si impose prepotentemente all’attenzione del pubblico con i suoi eroi e le sue avventure.

I due personaggi immortali creati da Emilio Salgari

I due personaggi immortali creati da Emilio Salgari

Le sue minuziose descrizioni, riprese dai resoconti di viaggio di esploratori e navigatori, riecheggiavano tante pagine altrui, da Daniel De Foe ad Alessandro Manzoni, ma in modo assai più avvincente. Il racconto delle avventure della Tigre e quelli che seguirono come un fiume in piena scorrevano attraverso le pagine dell’autore veronese come una moderna sceneggiatura cinematografica, ricca di azione e colpi di scena. Tra gli autori ottocenteschi, Salgàri venne paragonato a Jules Verne, e adesso possiamo dire che fu un paragone lusinghiero per entrambi. Il Capitano Nemo e Sandokan erano figli della stessa concezione romantica della vita e della letteratura, venivano dalla stessa cultura esotica (perfettamente in linea tra l’altro con la moderna sensibilità antiimperialista, emersa nel secolo successivo), fuggivano lo stesso implacabile nemico che combattevano con armi diverse, ma con la stessa malinconica consapevolezza di un destino inesorabile, per quanto nobile. La modernità rappresentata dall’Impero della Regina Vittoria lasciava poco spazio al Nautilus come ai prahos di Mompracem. Ma il pubblico chiedeva eroi romantici e tifava per loro, e lo scrittore veronese, al pari di quello francese, ne forniva in quantità e qualità.

Kabir Bedi nei panni del Corsaro Nero

Kabir Bedi nei panni del Corsaro Nero

Alle Tigri di Mompracem, come fu ribattezzata definitivamente l’opera dell’esordio salgariano, ne seguirono altre ottanta, oltre a circa duecento racconti, suddivise in vari cicli: quello malese e quello dei pirati dei Caraibi, per citare solo i principali, con il Corsaro Nero – Emilio di Roccabruna signore di Ventimiglia – destinato a rivaleggiare con Sandokan come eroe di maggior spicco della produzione salgariana. Nel 1897 la sua fama era così consolidata che la Regina Margherita di Savoia lo propose affinché fosse insignito dalla Real Casa del titolo di Cavaliere dell’ordine della Corona d’Italia.

A tanto onore e successo tuttavia non corrisposero ricchezza né tantomeno fortuna. La sua sterminata serie di romanzi gli valse poco in termini economici, e ciò alimentò la sua depressione congenita. Era nato a Verona in riva all’Adige il 21 agosto 1862. Quando si tolse la vita in riva al Po a Torino, ripetendo il gesto del padre avvenuto nel 1889, non aveva neanche 49 anni, il 25 aprile 1911. Da diverso tempo la moglie era stata ricoverata in manicomio.

Nella lettera che lasciò ai figli, Salgàri si dichiarò «….un vinto: non vi lascio che 150 lire, più un credito di altre 600 che incasserete dalla signora… ». Figli che peraltro sarebbero stati destinati allo stesso suo tragico destino. Vittima della tubercolosi la figlia Fatima, suicidi i figli Romero e Omar, vittima di un incidente di moto (come Lawrence d’Arabia, e più o meno nello stesso anno) l’ultimo figlio Nadir.

Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgàri

Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgàri

La vita era stata un romanzo assai tragico e senza il lieto fine per la famiglia Salgàri. Eppure, quando la RAI decise di commissionare a Sergio Sollima dapprima le avventure di Sandokan e poi quelle del Corsaro Nero, i due eroi erano saldamente in testa a quella classifica del cuore e della fantasia che generazioni di ragazzi stilavano dalla fine del secolo precedente. Due eroi generati da un padre italiano che inorgogliva la nostra letteratura seppur nella versione più popolare, ma non per questo meno nobile.

157 anni dopo la nascita del suo creatore, possiamo ancora dire che la Tigre è più viva che mai.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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