Se questa è una Costituzione

di Simone Borri

Comunque vada a finire questa crisi di governo, chi ne esce veramente sconfitta è la Costituzione della Repubblica Italiana. Quali e sacrosante che fossero le ragioni che nel 1946 – 47 portarono i Padri Costituenti a disegnare un Parlamento onnipotente e nello stesso momento autobloccante, un Esecutivo il più debole possibile ed una Presidenza della Repubblica appena un po’ meno dotata di poteri autoreferenziati del Regno d‘Italia a cui succedeva, adesso nell’anno di grazia 2019 sono da considerare non soltanto superate ma addirittura inaccettabili.

Arriviamo come al solito gran tempo dopo i francesi, che su certe cose sono avanti a noi almeno di 200 anni. Di 60 di sicuro dall’epoca in cui si resero conto che la democrazia parlamentare non funziona, e svoltarono per quella presidenziale. Certo, bisognerebbe avere un De Gaulle per poterlo fare anche noi, e la nostra storia per ora non ce l’ha fornito. Continuiamo quasi 80 anni dopo a riferire a contrario qualsiasi nostra teoria o architettura politico – istituzionale al Fascismo e a Mussolini, che stanno al nostro presente ormai come Garibaldi e l’impresa dei Mille da Quarto a Marsala.

La democrazia parlamentare, potrebbero insegnarci i cugini francesi se non ci fermassimo osservandoli a Macron ed al Camembert, rischia costantemente la deriva assemblearista, che i politologi – non ultimi i nostri maestri costituzionalisti dei tempi di Guarino, Barile e compagnia bella – hanno sempre stigmatizzato fin dal suo primo manifestarsi, ai tempi della Rivoluzione Francese.

Non abbiamo un De Gaulle e grazie a Dio neanche una Guerra d’Algeria – anche se di qui a poco, di questo passo, potremmo trovarci in conflitto con mezza Africa e con chi ce la sta sobillando contro -, ma abbiamo di sicuro lo stesso problema che si pose a Parigi nel 1958. Così com’é adesso, il nostro Parlamento non solo non funziona più, ma non rappresenta il nostro popolo neanche un po’.

Abbiamo trascorso gli ultimi 25 anni, a stare stretti, con l’intento dichiarato di riformare la nostra Costituzione in quel Titolo II che regola il funzionamento degli organi costituzionali. Nel senso altrettanto dichiarato di imprimere una svolta presidenzialista al nostro ordinamento, avendo sperimentato abbondantemente durante la cosiddetta Prima Repubblica che l’imprinting parlamentarista ormai produceva solo danni, e coartazioni della volontà popolare.

Senonché, la forza principale che si è fatta per la maggior parte di questo tempo carico di questa riforma è stata la sinistra nelle sue articolazioni derivate dal P.C.I.. E come tutte le intenzioni di quell’area politica, sono durate fintanto che erano funzionali alla presa ed al mantenimento del potere da parte di se stessa. Quando si è palesata la probabilità che ciò andasse a beneficio degli avversari – Forza Italia di Berlusconi, la Lega di Bossi e Salvini, Alleanza Nazionale di Fini e poi Fratelli d’Italia della Meloni e per finale i 5 Stelle di Beppe Grillo (altre figure in quel movimento contano zero, crisi attuale alla mano) – i buoni propositi del PD o come si chiamava prima si sono sciolti come neve al sole.

Dalla Bicamerale di D’Alema in poi, la sinistra ha perso soprattutto e scientemente tempo, ed i suoi legulei – come quel Sabino Cassese che è stato l’esponente principale del braccio armato della conservazione gattopardesca dell’ordinamento giuridico costituzionale finalizzato al mantenimento del predominio cultural professionale della propria parte politica – sono tornati ad arringare quel popolo che di nuovo non ha più diritti, non è più sovrano, per spiegargli come mai sovrano è il Parlamento, e non appunto il popolo che lo elegge.

GiuseppeConte190820-002

E così, ci ritroviamo nel 2019 con un Presidente del Consiglio che deve decidere che forma dare alla crisi (manco si trattasse di una crisi domestica), e con un Presidente della Repubblica che deve decidere poi cosa farne (manco si trattasse di un problema condominiale). Che maggioranza inventarsi (a suo esclusivo genio) e a chi dare l’incarico, né più né meno come l’ultimo Re d’Italia Umberto II di Savoia.

Chiunque esca vincitore dalla partita scacchi che stasera Giuseppe Conte avvia con chissà quale apertura, c’é poco da gioire, a meno di non essere renziani sopravvissuti ad una debacle degna di Caporetto o grillini sopravvissuti ai vaffanculo di Grillo nonché a più voti popolari, da non confondere – come dice Cassese, anche se non se n’é accorto – con le piattaforme Rousseau o simili ritrovati della Casaleggio & c.

Se le cose vanno come ci spiegano gli illustri costituzionalisti o gli altrettanto illustri addetti all’informazione, stasera perdiamo tutti, come popolo italiano. Non siamo riusciti per quasi trent’anni a costringere la nostra classe politica a riformare la nostra Costituzione nel senso di farle riconoscere i nostri diritti e le nostre prerogative di cittadini (e secondo Di Maio dovremmo essere capaci di far votare ai parlamentari il taglio di metà di se stessi?).

Abbiamo gli stessi diritti che avevamo ai tempi del De Gasperi che cercava di allontanare dalla memoria il Fascismo, del Craxi che cercava di allontanare De Gasperi, del PDS che cercava di allontanare Craxi, del Popolo delle Libertà che cercava di allontanare il PDS, di ogni repubblica comunque la si numeri che ha cercato di allontanare e modificare la precedente.

Siamo come Serafino, il perpetuo del monsignore del Nome del Papa Re: non contiamo un cazzo. E stasera chiunque vinca avrà buon gioco a ricordarcelo, ridendoci in faccia sentito il parere dell’esimio professore di diritto costituzionale dell’Università Tal dei Tali.

Tranquilli, domattina Cassese vi spiega perché.

GiuseppeConte190820-001

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo