Molotov, Ribbentrop e quel patto scellerato

di Simone Borri

Jozip Stalin tra Joachim Von Ribbentrop e Vjačeslav Michajlovič Molotov a Mosca il 23 agosto 1939

Jozip Stalin tra Joachim Von Ribbentrop e Vjačeslav Michajlovič Molotov a Mosca il 23 agosto 1939

L’ultima settimana di agosto del 1939 cominciò freneticamente e finì nel dramma. Inglesi e Francesi avevano lasciato a Monaco le illusioni circa la volontà di Hitler di assicurare la pace al loro tempo, come aveva auspicato ingenuamente il primo ministro Chamberlain dopo l’abbandono della Cecoslovacchia al suo destino. All’inizio dell’estate, il Fuhrer tedesco aveva rivolto gli occhi malevoli sulla Polonia, e stavolta a Londra e Parigi nessuno si fece illusioni.

L’Europa dell’Est stava diventando quel lebensraum tedesco di cui l’ex caporale asburgico aveva parlato nel suo Mein Kampf. Da quando era andato al potere nel 1933, uno dopo l’altro gli stati sorti a Versailles dalla dissoluzione dei Grandi Imperi erano stati fagocitati. La Polonia era l’ultima frontiera prima dell’Armageddon, e non a caso gli alleati occidentali si erano legati a lei per tempo con un’alleanza militare.

Il problema era che a lasciare l’ultima parola ai militari Inghilterra e Francia non erano pronte, la Germania sì. Si stava riarmando da almeno quattro anni in barba al Trattato di Versailles, e la Wehrmacht era risultata assai efficiente nel corso della partecipazione della Legione Condor alla guerra civile in Spagna. Hitler sapeva di poter sfidare la sorte e la vecchia alleanza che aveva sconfitto il Kaiser 20 anni prima. L’unico suo problema era evitare che si rinsaldasse la Triplice Intesa, con l’accerchiamento dei tedeschi da est e da ovest. Era fondamentale tenere fuori la Russia dalla resa dei conti che si avvicinava.

Per Neville Chamberlain e Paul Reynaud non si trattava altro che di rimettere in piedi un vecchio schema che aveva funzionato, malgrado la Rivoluzione Russa avesse rischiato alla fine di metterlo in crisi. Quando l’agosto del 1939 si arroventò così come era successo al luglio del 1914, gli anglo-francesi avvicinarono il ministro degli esteri sovietico Maksim Litvinov proponendogli quello che essi erano disposti a fare: morire per Danzica.

Vjačeslav Michajlovič Molotov (9 marzo 1890 – 8 novembre 1986)

Vjačeslav Michajlovič Molotov (9 marzo 1890 – 8 novembre 1986)

Ma Litvinov era soltanto un sopravvissuto. Scampato alle purghe staliniane degli anni 30, era comunque non più in sintonia con il dittatore di Mosca. Stalin aveva un punto di vista del tutto differente da quello che aveva avuto lo Zar, e che gli occidentali speravano avesse anche lui. Il leader della rivoluzione sovietica non poteva dimenticare gli anni in cui la rivoluzione aveva rischiato di essere strangolata dall’attacco delle potenze occidentali. Non si fidava di inglesi e francesi più di quanto si fidasse dei tedeschi. La sua decisione, il suo schieramento furono frutto di un calcolo meramente utilitaristico. Ancor più di quanto lo fosse per i suoi sprovveduti interlocutori dell’Ovest.

Dal suo punto di vista, Stalin non aveva tutti i torti, sapendo che per gli occidentali l’ideale sarebbe stato assistere ad una Germania nazista e ad una Russia sovietica che si sbranavano tra sé, rimanendo sul terreno esauste ed alla mercé di un nuovo cordone sanitario come quello del 1919. Con l’Armata Rossa stremata dalle purghe che ne avevano decimato i ranghi degli ufficiali, il Piccolo Padre stimò che più che le assicurazioni e le promesse degli occidentali fosse confacente ai suoi interessi stornare la più vicina e immediata minaccia della Wehrmacht. I nazisti erano lì, a due passi dal confine, e fra loro e i russi si frapponeva ormai solo la fragile Polonia.

Nella fase cruciale dei negoziati (russo-occidentali e, in parallelo, russo-tedeschi) Stalin sostituì il filo-occidentale Litvinov con lo spregiudicato Vjačeslav Molotov. Anche lui un sopravvissuto della volontà di potenza assoluta staliniana, ma perfettamente in sintonia con i pensieri e gli appetiti del suo padrone. Con Molotov, i vecchi schemi saltarono ed il mondo accelerò verso il nuovo, più terrificante precipizio.

Joachim von Ribbentrop (30 aprile 1893 – 16 ottobre 1946)

Joachim von Ribbentrop (30 aprile 1893 – 16 ottobre 1946)

Dall’altra parte del tavolo dove le trattative accelerarono improvvisamente c’era Joachim Von Ribbentrop. Ex commerciante di vini all’estero, era tornato in patria richiamato come molti dal fascino della nouvelle vague hitleriana. La Germania stava diventando un paese prospero, dopo gli anni della miseria e della fame di Weimar, e molti personaggi senza scrupoli come Ribbentrop si misero volentieri al servizio del suo Fuhrer.

Anche Ribbentrop era in sintonia con il suo capo, e da anni ne attuava fedelmente le direttive. Il suo principale successo era stato l’alleanza con l’Italia fascista, il Patto d’Acciaio che aveva dato vita al cosiddetto Asse Roma-Berlino. Se l’ex venditore di vini e spumanti avesse ripetuto il colpo con la Russia, nel Wahlalla germanico avrebbe avuto un posto speciale, e la Germania stessa avrebbe conquistato quel posto speciale nel mondo che il suo dittatore la stava abituando a sognare.

Molotov incontrò Ribbentrop a Mosca il 19 agosto. Il 23, mentre gli alleati si impantanavano sull’altro tavolo, quello che sarebbe rimasto senza esito, la Terza Internazionale Comunista annunciò trionfante al mondo intero – attonito – che la patria della rivoluzione aveva sventato le nuove manovre dell’Occidente capitalista siglando un patto di non aggressione con la Germania.

La seconda guerra mondiale sarebbe cominciata una settimana dopo, con il passaggio del confine polacco da parte della Wehrmacht (senza dichiarazione formale di guerra) e la risposta anglo-francese con la drole de guerre, la nuova guerra di trincea lungo la Linea Maginot che sarebbe durata fino al maggio dell’anno successivo. Ma il primo sparo risuonò con quel comunicato sensazionale. Con i comunisti che esultavano per la sagacia del loro leader massimo e tutti gli altri che si disperavano per le tenebre che si stavano allungando sull’Europa.

Era un patto tra belve feroci e fameliche. Hitler non faceva mistero delle sue mire sui granai ucraini e sullo spazio vitale da estendere prima o poi fino alla Siberia, fino ai territori conquistati dagli alleati giapponesi nella Manchuria asiatica. Stalin non si nascondeva che il rinvio delle ostilità era destinato ad avere comunque breve durata, forse soltanto quanto gli bastava per riorganizzare l’esercito. Ed annettersi metà della Polonia, riportando i confini della Santa Madre Russia a quelli che erano stati sotto i Romanov.

Tutti i vecchi trattati e le vecchie intese di non aggressione furono stracciate il 1 settembre 1939 dalla Germania ed il 17 dello stesso mese dalla Russia. Gli ufficiali polacchi finirono nelle fosse di Katyn, il Ghetto di Varsavia nei campi di concentramento, la Polonia nelle fauci dei dittatori. Il 3 settembre Nevile Chamberlain aveva annunciato al mondo che la Gran Bretagna e i Dominions erano in guerra con la Germania, ed altrettanto aveva fatto Paul Reynaud per la Francia.

La vignetta con cui l'Evening Standard del 28 settembre 1939 celebrò il Patto Nazi-Sovietico. Adolf Hitler saluta Stalin: La feccia dell'umanità, suppongo? e Stalin lo ricambia "Il maledetto assassino dei lavoratori, presumo?

La vignetta con cui l’Evening Standard del 20 settembre 1939 celebrò il Patto Nazi-Sovietico. Adolf Hitler saluta Stalin: «La feccia dell’umanità, suppongo?» e Stalin lo ricambia: «Il sanguinario assassino dei lavoratori, presumo?»

Il patto tra le belve avrebbe retto fino al 22 giugno del 1941, allorché Hitler avrebbe gettato via l’ultima maschera di ipocrisia dando il via all’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Unione Sovietica. L’errore che probabilmente gli costò la guerra, con l’Occidente già soggiogato e l’Inghilterra costretta sulla difensiva sotto l’ombrello della RAF e la protezione delle acque della Manica. L’errore che precedette quello giapponese a Pearl Harbor. Errori che avrebbero ridato speranza al mondo.

Il miracolo allestito da Molotov e Ribbentrop non era destinato a reggere, era scritto nei destini di due paesi che non hanno mai convissuto bene, oltre che nella psiche dei due dittatori che li governavano allora. I suoi autori non si sarebbero più incontrati. Joachim Von Ribbentrop, lo sconfitto, avrebbe concluso i suoi giorni sulla forca allestita per i criminali nazisti a Norimberga, nei pressi del tribunale speciale. Molotov, il vincitore, avrebbe allungato la sua striscia di sopravvivenza portandola abbondantemente nel dopoguerra (nel quale l’URSS si sarebbe trovata come superpotenza vittoriosa) e addirittura oltre la vita del suo stesso terribile padrone. Morì nel 1956, dopo aver fatto a tempo a criticare la destalinizzazione di Nikita Kruscev e ad assistere ormai vecchio decrepito alla perestrojika di Mikhail Gorbacev. Era l’ultimo sopravvissuto di quella élite di bolscevichi che avevano guidato il popolo russo all’assalto del Palazzo d’Inverno nel 1917, esattamente 69 anni prima della sua morte, l’8 novembre 1986.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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