L’ora più buia

di Simone Borri

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Sono passate da poco le 20 e le consultazioni sono terminate da un’ora abbondante quando si apre la porta dello studio presidenziale. Ma non è il Presidente a mettere fuori la faccia, bensì il suo segretario Giovanni Grasso. L’annuncio è scarno ed essenziale. «Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato Giuseppe Conte giovedì mattina alle 9.30».

Lui, il Presidente, come detto rimane dentro, non si mostra. Non ci mette la faccia, in questo esito che aveva definito ineludibile già una settimana fa e che noi poveri cittadini sentivamo più che altro come ineluttabile.

I costituzionalisti da bosco e da riviera (inizialmente i professori universitari di ogni ateneo e grado, preoccupati di difendere cattedre e prebende più che il dettato costituzionale, successivamente buona parte della base dei sostenitori PD e 5Stelle, ed è il primo caso di cyber istruzione di massa) l’hanno ribadito per giorni come un sinistro tam tam provieniente dalla giungla romana: siamo una repubblica parlamentare, il popolo elegge il Parlamento e poi per cinque anni saluta i suoi diritti, sperando di rivederli un giorno; è il Parlamento che è sovrano in Italia, non il popolo. E il Parlamento ha deciso di autoprocrastinarsi, alla faccia del paese reale.

Ancora nel primo pomeriggio i sondaggi più o meno ufficiali davano un 67% degli italiani favorevole al ritorno immediato alle urne. In quel mentre Mattarella ascoltava da Zingaretti che il PD chiedeva svolta e discontinuità e che pertanto accettava sia Conte primo ministro che tutto ciò che i grillini gli avrebbero imposto. Dopodiche Di Maio, per giustificare il proprio trasformismo di pessima tradizione democristiana, cadeva di stile peggio di Conte, svelando retroscena della trattativa con la Lega in perfetto stile grillino wikileaks. Mentre Conte gongolava privatamente, vedendosi già nella storia d’Italia per esser riuscito a fare ciò che nemmeno a Monti era riuscito: il bis, e con una maggioranza diametralmente opposta a quella che l’aveva innalzato agli onori di Palazzo Chigi. Non c’é che dire, l’avvocato del popolo al popolo gli ha fatto proprio un bel servizio.

Il paese reale chiede elezioni, ma come insegnano i manuali di diritto costituzionale non conta niente, e continuerà a farlo. Il paese legale vuole mantenere poltrone, privilegi e posti di comando, e lo farà. O almeno cercherà di farlo con ogni mezzo, anche se le due parti che si sono messe d’accordo nel patto delle poltrone non sono fatte per convivere, malgrado al presente abbiano gli stessi interessi di mercato e di bottega.

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E’ senza dubbio una delle pagine più buie della nostra storia repubblicana quella andata in scena ieri al Quirinale. Come quella scritta la sera in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro in via Caetani. O come l’altra in cui Antonio Di Pietro da un’aula di tribunale disfece un intero sistema politico a nome e per conto di un popolo il cui consenso anche all’epoca fu dato per scontato. O come quando il legittimo governo della prima svolta, il Berlusconi del 1994, fu detronizzato da una congiura di palazzo a beneficio del burocrate Dini, che mise poi le mani in un’amministrazione che era tutto fuori che ordinaria, con buona pace del popolo che non fu interpellato ed al quale comunque Mattarella (ma vedi un po’…) aveva già sfilato di mano la possibilità di dire la sua mediante una legge elettorale che consentisse un vero sistema maggioritario. O in occasione del bis di qualche anno dopo, quando lo stesso scherzetto toccò al primo governo Prodi, detronizzato anch’esso da una congiura parlamentare. O per finire, in occasione di quel precedente del 2011 che l’allora regista Napolitano deve aver ricordato nella telefonata che come di prassi Mattarella gli ha fatto aprendo queste consultazioni già scritte, già decise prima che si cominciasse a giocare, come certe partite del nostro campionato di calcio.

Del resto, se l’arbitro è di parte, non c’é Var che tenga, nello sport come nella politica. E tutti ricordano i salti da canguro che Matteo Renzi fece nel momento in cui seppe di essere riuscito a far eleggere Sergio Mattarella. A tale proposito, per coloro che sperano in una breve durata di questa brutta pagina della nostra storia (che non possiamo a questo punto più definire democratica come abbiamo fatto per l’intero dopoguerra, a meno di non voler perpetuare una ipocrisia ormai sconfinante nel ridicolo), ricordiamo che nel corso della legislatura per l’intera durata della quale il governo giallorosso vorrebbe restare in carica c’é l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica nel 2022. Il nome che si fa è quello di Romano Prodi, e senza ritorno alle urne adesso c’é anche la maggioranza.

Auguri, Italia.

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Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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