Erin go bragh

di Simone Borri

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L’ultimo ad andarsene dei provisionals dell’I.R.A. che avevano cominciato lo sciopero della fame subito dopo Bobby Sands nel carcere britannico di Long Kesh, fu Mickey Devine, il 20 agosto 1981.

La lunga e sanguinosa storia dei rapporti conflittuali – per usare un eufemismo – tra irlandesi e inglesi l’abbiamo raccontata nell’articolo che trovate a questo link: Il sangue dell’Ulster.

La vicenda dei detenuti che si lasciarono morire di fame piuttosto che piegarsi, insieme all’orgoglio nordirlandese, al giro di vite deciso dal governo di Margaret Thatcher (indubbiamente la pagina più oscura nella storia personale di costei) segnò il culmine di una guerra dichiarata secoli prima, e rispetto a cui da quel momento cominciò un difficile periodo di normalizzazione.

Normalizzazione nei rapporti, non certo nell’orgoglio irlandese, che si manifesta a tutt’oggi attraverso una ripresa economica assolutamente imprevedibile soltanto alla fine del secolo scorso, oltre che ancora nelle tradizionali parate di San Patrizio che fanno parte del folklore di New York e nelle ballate che continuano imperiture a testimoniare il regalo fatto alla musica dalla tradizione celtica del popolo dell’isola anticamente chiamata Eire.

I brani del giorno oggi sono tre, e dentro ci trovate la storia dell’Irlanda, oltre che una irresistibile voglia di ballare.

Erin go bragh, significa Ireland forever in lingua gaelica. E’ una specie di inno, ed era anche il titolo di una ballata che gli irlandesi composero e cantarono in risposta alle discriminazioni subite all’interno della stessa Gran Bretagna, che spinsero molti di loro ad emigrare negli Stati Uniti durante le carestie dell’ottocento. Ma mai a dimenticare la loro Madrepatria, e la loro bandiera verde.

The foggy dew, la nebbia del mattino, è la ballata che racconta la Rivolta di Pasqua del 1916. Easter Rising, da cui nacque la Repubblica d’Irlanda libera e indipendente. Quell’Eire da cui l’Ulster rimase separato, e destinato a prolungare nel ventesimo secolo con una lunga striscia di sangue l’ormai secolare contesa tra protestanti e cattolici. I primi fedeli alla corona inglese che li aveva trapiantati lì, i secondi fedeli al sangue puro irlandese con cui il cattolicesimo (il papismo come sprezzantemente veniva definito dagli avversari) era venuto ad identificarsi.

The rising of the moon è la più antica, risale addirittura alla ribellione del 1798. Era un canto di guerra, e lo è rimasto. Gli uomini con le picche dovevano unirsi alla ribellione al sorgere della luna. Così avvenne. I picchieri irlandesi furono sconfitti dalle giubbe rosse inglesi, ma come dice la canzone ci saranno sempre coloro che seguiranno i loro passi, will follow in their footsteps, sollevando nuove rivolte.

«Se non sono capaci di distruggere il desiderio di libertà, non riusciranno a spezzarci. Non mi spezzeranno, perché il desiderio di libertà, della libertà del Popolo Irlandese, è nel mio cuore. Giorno verrà in cui tutto il Popolo d’Irlanda mostrerà il desiderio di libertà. Sarà allora che vederemo sorgere la luna.»

(ultime righe del diario dello sciopero della fame di Bobby Sands)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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