Un uomo

di Simone Borri

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«… La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti. Eccola, e tu mio unico interlocutore possibile, laggiù sottoterra, mentre l’orologio senza lancette segna il cammino della memoria».

Quando il nuovo libro di Oriana Fallaci uscì per la Rizzoli il 1° luglio 1979, il protagonista era morto da tre anni. La notte del 1º maggio 1976, Alexandros Panagulis era rimasto vittima di un misterioso incidente automobilistico ad Atene. L’inchiesta ufficiale aveva affermato che si era trattato di un errore dello stesso Panagulis, la cui Fiat 124, era finita nello scivolo di un’autorimessa. Le perizie di parte, condotte da esperti italiani, erano giunte invece alla conclusione che l’incidente fosse stato provocato ad arte tramite speronamento da parte di due automobili di grossa cilindrata. Non era un caso che Panagulis avesse da tempo cominciato a raccontare tutto ciò che sapeva ed aveva subito al tempo (da poco trascorso) della dittatura dei colonnelli, nelle cui prigioni aveva soggiornato per ben cinque anni. Nel 1973 aveva riacquistato la libertà, a pochi mesi di distanza dal suo paese, la Grecia, a cui era stato concesso il ritorno ad una democrazia più apparente che reale.

Quando Alexandros Panagulis era diventato un simbolo della resistenza greca alla dittatura (che si era instaurata il 21 aprile del 1967) tentando di far saltare in aria il dittatore Giorgios Papadopoulos, Oriana Fallaci era a giro per il Vietnam, da cui raccontava per conto del Corriere della Sera la sporca guerra, ed altre parti del mondo dove si rischiava la vita. A Piazza delle Tre Culture, a Città del Messico, nell’anno delle prime olimpiadi contestate dal popolo della storia, era andata vicinissima a rimettercela.

Quando si incontrarono era il 1973, Panagulis era appena uscito di galera e la giornalista italiana andò ad intervistarlo. Per tornarsene via con i primi sintomi di un amore che fisicamente sarebbe durato poco, tanto quanto la vita che restava da vivere al suo compagno diventato scomodo per molti, ma che l’avrebbe segnata per il resto della sua, di vite.

21 aprile 1967, Atene invasa dai carri armati dei golpisti

21 aprile 1967, Atene invasa dai carri armati dei golpisti

La figlia del comandante partigiano detenuto e torturato a Villa Triste dai nazifascisti che aveva inforcato la bicicletta al suo posto e si era messa a fare la staffetta a nemmeno quattordici anni di età, sapeva da sempre cosa voleva dire per lei un uomo. L’archetipo paterno le aveva chiarito le idee ben presto e a sufficienza, ma era stato poi quel partigiano greco incontrato a più di quarant’anni a mettergliele prima in versi e poi in prosa, condizionando quella di lei per il tempo a venire.

«Se per vivere, o Libertà / chiedi come cibo la nostra carne / e per bere / vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime, / te li daremo / Devi vivere», aveva scritto Panagulis dal carcere in una delle sue poesie.

Alla domanda di lei, nella sua Intervista con la Storia, «Alekos, cosa significa essere un uomo?», lui aveva risposto né più né meno come lei si aspettava, da tutta una vita: «Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se».

OrianaFallaci190701-001Un uomo era dunque il titolo obbligato per quel libro che – profeticamente – Panagulis aveva chiesto ad Oriana di scrivere su di lui una volta morto. Un libro biografico ed autobiografico come tutti quelli che lei ha scritto nel corso della sua vita, e che comincia il 13 agosto 1968, allorché un giovane studente di ingegneria proveniente da una famiglia di democratici oppositori del regime (il fratello Giorgios, ufficiale dell’esercito, era stato misteriosamente eliminato dalla polizia politica nel novembre precedente) fu colto sul fatto mentre sistemava ordigni per un attentato contro il dittatore Giorgios Papadopoulos.

«(….) Ripeto con orgoglio: sì, ho sistemato io gli esplosivi, ho fatto saltare io le due mine. Ciò allo scopo di uccidere colui che chiamate presidente. E mi dolgo soltanto di non esser riuscito ad ucciderlo. Da tre mesi quella è la mia pena più grande, da tre mesi mi chiedo con dolore dove ho sbagliato e darei l’anima per tornare indietro, riuscirvi.», aveva dichiarato Panagulis al tribunale che lo aveva condannato a morte, sentenza che sarebbe stata poi sospesa e commutata in un carcere durissimo da scontare nelle famigerate prigioni militari di Boiati. La comunità internazionale si era mobilitata per ottenerne la grazia, ma sarebbe riuscita a far scarcerare soltanto il suo compagno di prigionia Mikis Theodorakis, che in seguito avrebbe messo in musica tra l’altro tutte le sue poesie. Lui avrebbe dovuto attendere il 21 agosto del 1973, quando la Giunta militare sentiva ormai che il suo tempo era contato e cercava di ricrearsi una immagine favorevole davanti all’opinione pubblica. Malgrado il suo rifiuto, inteso ad evitare proprio il crearsi di quell’immagine, la grazia gli sarebbe stata concessa ugualmente. E Panagulis, tornato libero, avrebbe trovato Oriana ad attenderlo.

Il libro finisce al funerale di Panagulis, celebratosi il 5 maggio 1976 presso la cattedrale ortodossa di Atene. A tutt’oggi considerata la più grande manifestazione di popolo della storia greca. La folla che grida ζει! Ζει! Ζει! Egli vive! come in quel film di Costa Gavras di qualche anno prima dove il regista esiliato aveva raccontato la storia di un altro omicidio politico, quello di Grigoris Lambrakis che aveva aperto tredici anni prima il cerchio che veniva chiuso adesso da quello di Panagulis.

Alekos Panagulis ha tre monumenti funebri. Uno lo ricorda nel luogo della morte, a viale Vouliagmenis ad Atene dove la sua auto fu speronata. Uno è sulla tomba che condivide con la madre Athena, nei pressi della capitale greca. Uno infine è a Firenze, nel Cimitero degli Allori, voluto da Oriana Fallaci presso la tomba dove lei è scesa, il 15 settembre 2006, trent’anni dopo il compagno della sua vita.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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