Space Oddity

di Simone Borri

L'Aquila è atterrata. L'Apollo 11 è sulla Luna.

L’Aquila è atterrata. L’Apollo 11 è sulla Luna.

Il brano uscì l’11 luglio del 1969. David Bowie era ancora un artista alla ricerca di se stesso, con più fallimenti al passivo che trionfi all’attivo. Secondo i critici musicali, che qualcuno definisce vil razza dannata (ogni riferimento a Francesco Guccini è…. beh, fate voi), questa Stranezza spaziale è un brano dai contenuti meramente psicologici. Il giovane David Jones era alle prese con un esordio artistico più difficile del previsto, lasciato anche dalla sua fidanzata dell’epoca, che non credeva più in lui né come artista né come uomo.

Ma i duri entrano in gioco quando il gioco si fa duro, non prima. Il giovane David di suggestioni ne aveva tante, e alcune erano comuni alla sua generazione. Più avanti, avrebbe dichiarato che la sua canzone ha a che fare con l’alienazione, con il sentirsi soli. Sta di fatto che nel 1968-69 è più facile che un ragazzo come lui fosse suggestionato piuttosto dalle parole di Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio: «Planet Earth is blue, and there’s nothing I can do, Il Pianeta Terra è triste e non c’è nulla che io possa fare». O da 2001 Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, uscito l’anno prima e terminato con quell’apologo della solitudine che reinterpretando il testo di Arthur C. Clarke aveva messo in bocca e nei gesti all’astronauta Dave Bowman, il vero primo uomo nello spazio secondo certe correnti di pensiero tutt’ora dure a morire.

2001 odissea nello spazio

2001 odissea nello spazio

Oppure ancora dalle notizie che giungevano da Cape Kennedy, dove l’equipaggio dell’Apollo 11 si stava preparando a quella missione che si sarebbe rivelata, che uno ci creda o no, un grande passo per l’umanità. Quando David Bowie pubblicò il suo album che conteneva come brano di apertura Space Oddity, Neil Armstrong, Buzz AldrinMichael Collins stavano per imbarcarsi sull’Apollo. Partirono il 16, e atterrarono sul nostro satellite il 20 di quel luglio. E probabilmente, se ne hanno mai avuta voglia, il disco di David Bowie l’hanno ascoltato soltanto al loro ritorno.

DavidBowie190720-001Se mi chiedete un parere, io sono certo soltanto di una cosa. Che un grande artista come David Bowie aveva fiuto per i soggetti e le ispirazioni più potenti. Che lo spazio esercitava su di lui come su tutti i suoi coetanei un richiamo irresistibile. Era la nuova frontiera verso cui la razza umana poteva indirizzare ogni suo sogno e riversare ogni sua preoccupazione circa il proprio futuro. Il mondo era pronto per lo spazio così come Neil Armstrong e compagni erano pronti ad affrontare un viaggio verso l’ignoto che poteva benissimo concludersi come quello di Major Tom, o di Dave Bowman.

Quando Armstrong toccò il suolo lunare con il suo piccolo grande passo, ci sentimmo tutti sollevati dalle nostre alienazioni, figlie della costrizione nel piccolo mondo rappresentato dal pianeta in cui eravamo stati confinati fino a quel momento.

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Quando David Bowie sbancò il botteghino rimanendo in testa alle classifiche per oltre sei anni ed avviò la carriera che sappiamo, ci regalò una emozione forse altrettanto grande. Lo spazio era il nostro destino, ma sognare era possibile anche rimanendo qui.

«Molti film mi hanno profondamente impressionato negli anni sessanta e uno dei più importanti è stato 2001 Odissea nello spazio. Lo collegavo al senso di isolamento. Questo e diversi altri elementi modellarono molte delle mie performance, e forse hanno predetto il mio stile di vita negli anni settanta.»

(David Bowie)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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