La coraggiosa passione di Artemisia

di Barbara Chiarini

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della pittura

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della pittura

«L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità..

(Roberto Longhi, 1916)

Per chiunque non la conoscesse, oggi vorrei raccontare la storia di una grande donna, nostra concittadina d’adozione, vissuta oltre tre secoli fa. I tragici eventi che la coinvolsero paiono però fin troppo attuali, una triste conferma di quanto l’indole umana  rimanga purtroppo sempre la medesima,  nonostante l’evoluzione culturale che dovrebbe permearci tutti.

Una massima latina sostiene «Nomen omen», vale a dire che «Il destino sta nel nome». Artemisia è il corrispettivo mitologico femminile di Artemis ovvero Artemide, la dea dei boschi, della caccia e della Luna, meglio conosciuta con il nome di Diana: espressione di un personaggio indipendente dagli uomini, ma solidale con le donne.

Ebbene, per uno strano gioco del destino, sembra che Artemisia Gentileschi (questo è il nome della protagonista della mia storia odierna), giunse nella sua vita esattamente a questo epilogo. Figlia di Prudenzia Montone e del pittore Orazio Gentileschi, nacque a Roma l’8 luglio 1593: fin da quando era piccola, il padre le infuse l’amore per la pittura, iniziandola all’arte e facendole conoscere le opere del grande Caravaggio. Fu subito evidente che  la giovane Artemisia aveva un talento pittorico davvero unico e precoce: le sue innate capacità furono apprezzate e incoraggiate da amici e frequentatori della casa Gentileschi. 

Artemisia Gentileschi, autoritratto come suonatrice di liuto (1615 - 1617)

Artemisia Gentileschi, autoritratto come suonatrice di liuto (1615 – 1617)

Purtroppo, Artemisia era nata donna e, a quel tempo, alle donne era proibito studiare ogni sorta di materia o di arte e tantomeno potevano  accedere alle  scuole per l’istruzione, che venivano frequentate soltanto dagli uomini; pertanto, ella fu iniziata all’arte della pittura lavorando nella bottega di famiglia, insieme ai suoi due fratelli. 

La sua vita giunse a una svolta quando, incitata dal padre, volle prendere  lezioni da Agostino Tassi, un maestro di prospettiva pittorica che al tempo della vicenda era impegnato, insieme ad Orazio, alla decorazione di Palazzo Pallavicini Rospigliosi a Roma.

Era il 1612 e Agostino Tassi stuprò la giovane Artemisia.

In realtà, il triste fatto era avvenuto addirittura qualche anno addietro: all’epoca esisteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, qualora fosse seguito un  matrimonio riparatore tra l’accusato e la persona offesa. Nella speranza che le nozze salvassero la sua reputazione, in principio Artemisia aveva pertanto continuato ad intrattenere la relazione con il maestro: quando però la ragazza scoprì che il Tassi era già sposato, ogni speranza andò perduta.

A quel punto, Artemisia decise di intentare un processo nei confronti del suo stupratore ed i fatti, purtroppo, si trasformarono in maniera grottesca: Artemisia la vittima, divenne Artemisia la carnefice.

Fu sottoposta ad una tortura chiamata Sibilla: le vennero strette fino ad essere schiacciate, le dita della mano, in modo da indurla a parlare, a dire la verità. Subì la crudezza dei metodi inquisitori del tribunale e venne condannata moralmente dalla giuria: alla fine della vicenda ricevette una giustizia formale (non certo una vera vittoria), e il Tassi uscì praticamente indenne dal processo.

Dopo la conclusione della vicenda giudiziaria, la nostra giovane artista dovette combattere a lungo contro i pregiudizi e le false voci messe in giro sul suo conto: venne addirittura accusata di rapporti incestuosi con il padre Orazio, nonché di avere numerosi amanti ed una condotta disdicevole. È a questo periodo che risale una delle sue opere più note: Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613).

Il giorno dopo la fine del processo sposò un artista fiorentino, Pierantonio Stiassesi e, per mettere a tacere le maldicenze, lasciò Roma e si trasferì a Firenze. Il talento, la determinazione  e la grande forza di volontà di cui era da sempre dotata, le permisero di ottenere grandi risultati nella vita, fino ad arrivare ad essere ammessa ad entrare  all’Accademia delle Arti e del Disegno, prima donna in assoluto a ricevere questo onore.

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni (1610), particolare.

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni (1610), particolare.

Ottenne importanti commissioni da molte  famiglie fiorentine (tra le quali la famiglia Medici) e strinse una forte amicizia  con Galileo Galilei che nutrì per lei grande stima. Anche Michelangelo Buonarroti il giovane, il nipote del celebre artista,  fu suo amico e committente: per lui realizzò infatti  una tela celebrativa del suo illustre antenato.

In quegli anni realizzò alcune delle sue opere più celebri: La conversione della Maddalena (1615-1616) e la Giuditta con la sua ancella (1625-1627), che hanno come tema donne coraggiose e determinate, come le eroine bibliche.

Ebbe due figlie ma nel 1621, mostrando ancora una volta il suo spirito indipendente, lasciò il marito e tornò a Roma. Le difficoltà lavorative però la spinsero nel 1630 a spostarsi prima a Venezia e poi a Napoli, dove – a parte una parentesi a Londra per lavorare insieme al padre – rimase fino alla morte, avvenuta nel 1653.

Per lungo tempo Artemisia Gentileschi è stata  ignorata dal mondo dell’arte, e poi considerata solo in relazione all’evento drammatico che aveva sconvolto la sua vita. Per questo, il suo talento è stato messo spesso in secondo piano rispetto alla sue vicende biografiche, vicende che poi hanno prodotto una considerazione del  suo personaggio come una sorta  di femminista ante-litteram. Ma Artemisia era una donna del suo tempo, costretta soltanto a sottostare alle regole della sua epoca; volerne fare una femminista, a mio vedere, è solo un esercizio retorico.

Seppure numerosi critici abbiano interpretato le opere della Gentileschi in questa chiave, l’evoluzione  che ella ha voluto evidenziare e ritrarre nel ruolo della donna (da sottomessa e perdente rispetto alla figura maschile, fino ad una donna forte e capace di vendicarsi e di trionfare sull’uomo), è solamente il segno che la violenza subita lasciò in lei: una ferita profonda da risarcire, che fortunatamente trovò una cura nell’uso dell’arte, come terapia.

Ecco perché  Artemisia è considerata anche al giorno d’oggi  un esempio di donna capace di affermarsi nella società. È stata la prima pittrice a portare nell’arte i soprusi subiti dalle donne del XVII secolo, trasformando nei suoi quadri la violenza in bellezza. 

Grazie al suo coraggio e alle sue doti, Artemisia Gentileschi ha sfidato le consuetudini del suo tempo: già la scelta di dedicarsi alla pittura, nei primi anni del ‘600, era indubbiamente cosa inconsueta!

Di lei Roberto Longhi parlò come dell’«Unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa fosse la pittura, e il colore, e l’impasto, e simili essenzialità…». Li aveva imparati dal padre Orazio, è chiaro, ma ci aveva messo del suo, aggiungendo una carica di dolore e umiliazione che solo chi ha subito un episodio di violenza può trasporre su tela.

I segni, le cicatrici di quell’evento le portò incise nell’anima e nelle sue tele: Susanna e i vecchioni del 1610, Giuditta che decapita Oloferne del 1620, sono riferimenti alla solidarietà femminile.

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne (1610 - 1616)

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne (1610 – 1616)

E proprio Giuditta e Oloferne può essere assunto come emblema perfetto dell’interiorità distrutta di Artemisia Gentileschi; commissionato da Cosimo II de’ Medici, ad oggi esposto nella nostra città alla Galleria degli Uffizi, il dipinto impressiona per la violenza della scena raffigurata, interpretata, al di là di ogni dubbio, come desiderio di rivalsa per il terribile torto subito. Qui Artemisia trasferisce con forza tutto l’odio per l’oppressore, chiunque esso sia: l’eroina biblica, per tradizione, esempio di virtù e castità, viene così rappresentata proprio nel momento della decapitazione di Oloferne, nemico assiro che la donna aveva sedotto con l’inganno, tutelando però la propria purezza.

Giuditta, che qui ha il volto di Artemisia, esprime l’odio profondo nei confronti di colui che sta per uccidere, impugnando l’arma con mano ferma, afferrando con la mano la testa della sua vittima, mentre rivoli di sangue macchiano il letto. Un quadro di un realismo estremo che, al tempo in cui fu commissionato, finirà relegato in un angolo buio di Palazzo Pitti. 

Soltanto la mediazione di Galileo Galilei permetterà ad Artemisia Gentileschi, dopo la morte di Cosimo, di ottenere il compenso pattuito; soltanto molto tempo dopo, l’opera farà mostra di se’ in tutto lo spazio che essa meritava e merita.

Essere (ri)conosciuti soltanto dopo lunghissimi, se non infiniti lassi di tempo,  è un po’ il destino dei grandi artisti: questo è stato pure il destino di Artemisia, celebrata in tutta la sua grandezza col trascorrere di tre secoli, ricordata da troppo poco tempo da mostre che ne esaltano il genio e ancora richiamata ai posteri da scrittori poco avveduti che, solo per qualche copia in più, riscriverebbero persino la più triste delle storie.

Proprio per questo il modo migliore di ricordarla è ripercorrerne la vita, decantarne il coraggio, assaporarne la sua forza e  leggerne la veritiera descrizione che ne fece Anna Banti nel suo splendido Artemisia (Sansoni, Firenze, 1947): «Oltraggiata appena giovinetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s’azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi».

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


Visualizza gli altri articoli di Barbara Chiarini

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo