Il poeta del caro immaginare

di Barbara Chiarini

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«Il Forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non delle certezze… Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito».

Il 29 Giugno di un lontano 1798 nasceva il conte Giacomo Leopardi (al battesimo Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi), ritenuto, ad oggi, uno dei massimi poeti dell’Ottocento, un filosofo geniale, un rappresentante della letteratura mondiale, tra i più influenti.

Formò la sua poetica nel solco del Classicismo, approdando poi al Romanticismo (di cui risultò tra i più autorevoli esponenti) e fu anticipatore di riflessioni filosofiche sull’esistenza umana  e sul suo rapporto con la Natura, diventando, di fatto, il primo poeta esistenzialista della storia della letteratura italiana. Morì  a soli trentanove anni il 14 giugno del 1837, a  Napoli.

Il poeta Giacomo Leopardi

Il poeta Giacomo Leopardi

Le poesie di Leopardi hanno per me, come suppongo per molti, risonanze che rievocano l’adolescenza. Ricordo di essere rimasta incantata dinanzi ad alcuni dei suoi versi: non basta dire che li ho letti, li ho studiati. Ai tempi in cui ero bambina, usava ancora mandare a memoria molte poesie, affinché rimanessero ben impresse nelle nostre menti di giovani scolari. La mia generazione ha imparato a recitare, privatamente e pubblicamente,  tutti quei versi.

Chi non porta nella memoria e nel cuore alcune immagini che affiorano dalle poesie di questo magico poeta? Figure di fanciulle, aspetti di paesaggio, opere di umile gente? 

Silvia al telaio, che canta nel maggio odoroso, con la mente piena di un vago sogno, e il giovane signore che lascia le carte e tende l’orecchio al suono di quella voce e congiunge il suo sogno a quello della bella fanciulla.

Silvia, la fanciulla amata dal Leopardi

Silvia, la fanciulla amata dal Leopardi

Un tranquillo villaggio, descritto alla sera del sabato, prima del di’ di festa: una ragazza che ha in mano i fiori per adornarsi i capelli l’indomani mattina e la vecchierella che parla del passato e i fanciulli che saltano e gridano: lo zappatore che torna alla sua parca mensa pensando al giorno del suo riposo. Il fabbro e il falegname che, quando già tutto dorme, si affrettano per portare a compimento il loro lavoro per godersi anch’essi, l’indomani, il meritato riposo.

Le sere che si susseguivano nel giardino della casa paterna del Leopardi: il cielo stellato, il canto di una rana, la lucciola che svolazzava vicino alle siepi, le voci domestiche che  trapassavano le mura e  la mente del poeta che, avvolta nei pensieri, prendeva a navigare nell’infinito.

E ancora, le rive di un lago solitario di taciturne piante incoronato, presso cui Giacomo usava recarsi, abbandonandosi alla contemplazione della natura.

Quell’ indimenticabile sensazione della  vita che si ravviva dopo la tempesta; e mille altre simili, nuove ed eterne, creazioni!

Il sabato nel villaggio

Il sabato nel villaggio

Leopardi è stato il poeta lunare, il poeta delle domande estreme affidate al canto del pastore errante, il poeta della ricordanza, del colloquio col caro immaginare, con le parvenze sottratte all’oblio, tra queste la Silvia dagli «occhi ridenti e fuggitivi». È stato  il poeta del fiore che, sorgendo sulla lava, tra le rovine, con il suo profumo consolava il deserto. 

Mi accadeva anche di sentire rappresentati in quei versi bellissimi il senso dell’indefinito, una forte tensione immaginativa, uno stato di malinconia che apparteneva alla condizione di attesa e di desiderio privo di risposte proprio dell’adolescenza.

Non vorrei mettermi ad elencare le molte sue opere: mi piace ricordarlo citando, soltanto,  una sua poesia; una su tutte, quella che io porto sempre nel cuore e nella mente, ma che poi credo appartenga a molti di noi: il nostro Infinito.

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare».

Barbara Chiarini

Barbara Chiarini è nata a Firenze, è laureata in Architettura, indirizzo storico, restauro e conservazione dei Beni architettonici. Tra le sue passioni, l’ arte, l’ architettura, la musica, la letteratura, il cinema ed il teatro.


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