Mille e non più Mille

di Simone Borri

Achille Varzi, vincitore dell'edizione 1934

Il rumore è lo stesso, i colori sfuocati dalla velocità forse anche. Era un mondo che ci immaginiamo in bianco e nero, per via delle foto che ce l’hanno tramandato, e che adesso pretendiamo di modificare con colori moderni, artefatti (non si salvano nemmeno Stanlio e Ollio). Ma di colori ne aveva, eccome. I suoi, magari resi più netti, essenziali, a volte quasi drammatici dalla qualità di una vita che di superfluo, di estetizzante prevedeva ben poco.

Eppure, la Mille Miglia ed altre corse del genere, altri omaggi alla nuova divinità del ventesimo secolo, la velocità, erano prima di tutto un inno all’estetica. Quella dei tempi nuovi, dei cavalieri a motore, dei futuristi, dei piloti e dei capitani di un’industria in cui non contava solo guadagnare. Un mondo antico che era rimasto uguale a se stesso per secoli e generazioni si riversava ai bordi delle strade ancora sterrate di un’Italia sorpresa a mezza strada tra l’immutabilità della vita contadina e l’improvvisa velocità con cui stava cambiando, mettendosi a correre come quei bolidi che sfrecciavano prima verso Roma, poi verso Brescia, poi verso avventure e destini inimmaginabili.

Il rumore è lo stesso, i colori anche. Alfa Romeo, Vauxhall, Auto Union ed altre macchine volanti con temerari a bordo che assomigliano nel vestiario a Varzi, Nuvolari, Moss, Biondetti, sfrecciano adesso come sbucate da un vecchio film che conoscono tutti a memoria e nessuno si stanca di rivedere.

TazioNuvolari190518-001Ma è il mondo tutto attorno che è cambiato. Irrimediabilmente. Per sempre. Lungo queste strade che si snodano attraverso l’Italia centrosettentrionale (adesso asfaltate, e già questa è una bestemmia, come l’orologio del centurione di Cinecittà o il Cristo che sfila nella Via Crucis con la felpa sponsorizzata visibile sotto i panni di scena), c’è ancora gente che si assiepa con gli occhi luccicanti. Ma non è più la stessa gente. E ce ne sarebbe stata ancora di più se gli organizzatori non avessero scelto un giorno lavorativo, un orario da ora di punta metropolitana, da prefestivo e preserale.

Fa freddo, anche perché questo maggio climaticamente fa più danni di chi ha anticipato la corsa dall’ultima domenica del mese alla seconda. Di gente lungo la strada ce n’è comunque molta meno di quanta ne ricordavo. Nel 1995, un’ottima annata, ad applaudire Gehrard Berger e Jean Alesi che risalivano la Bolognese verso Pratolino a bordo di una Ferrari d’epoca c’era tanta di quella gente che quasi non si respirava. Quanta ce n’era stata nel 1930 a veder passare Nuvolari, o nel 1950 Biondetti, all’epoca in cui la vittoria in questa corsa equivaleva ad entrare nella leggenda. Da Roma a Brescia l’Italia era per strada quando passavano i bolidi della Mille Miglia. L’ACI di Brescia l’aveva voluta per la rabbia di essersi vista preferire Monza per il Gran premio d’Italia. Adesso vi facciamo vedere noi, dissero. Era pericolosa, mortalmente pericolosa, la più lunga ed estenuante delle corse che si svolgevano su strada libera. E infatti finì in tragedia. I piloti erano esausti quando riscollinavano gli Appennini verso Bologna. O prima o dopo, l’uscita di strada in mezzo alla folla ed il dramma erano in agguato. E puntualmente si verificavano.

MilleMiglia190326-001Dal 1977 questa corsa è classificata come storica. Non conta più vincere, ma solo partecipare, esserci. E’ diventata un passatempo da ricchi (lo è sempre stata, ma anche i poveri potevano almeno sognare, a bordo strada….), una attrazione per turisti. Se la litigano il vecchio tracciato della Futa (quest’anno ritornato in auge) e quello alternativo dell’Abetone. Se la litigano perché è pubblicità, marketing, scena. Di ciò che la rendeva vita vissuta, la Mille Miglia – come quasi tutto ciò che apparteneva al suo tempo – non ha più nulla. Questa 72^ edizione me la vedo a Covigliaio, a mezza strada tra Futa e Raticosa. Per chi è pratico del luogo, postazione ideale, eppure c’è poca gente. Pochissimi italiani, perlopiù tedeschi. Sono arrivati qui a bordo di macchine che hanno poco da invidiare a quelle che corrono. Sono qui da tempo, e quanto tempo lo si misura dalle lattine di birra vuote che accantonano. Si sentono solo loro, vuoi per l’entusiasmo alcoolico, vuoi per quello indotto da una spensieratezza che forse gli italiani hanno dimenticato, vuoi per la sonorità tipica di una lingua che è fatta per risuonare al di sopra di tutte le altre.

Siamo a due passi dalla Linea Gotica. Il pensiero mi sovviene, inevitabile. Anche settant’anni fa si sentivano soltanto loro. Stesso idioma, stessa sonorità, solo frasi pronunciate più aspramente, seccamente, sinistramente anticipatrici di quelle raffiche di mitra al suono delle quali la Wehrmacht si stava ritirando, una specie di Mille Miglia sanguinaria e sanguinosa. Giulietta, 94 anni vissuti tutti qui in zona, ogni volta che vuoi ti racconta la storia di quel 1944-45, e ancora oggi ti ripete con occhi leggermente velati che l’arrivo degli americani, alla fine, fu un miracolo. Non sentire più quella lingua aspra, e quelle raffiche di mitra a cui assomigliava e che spesso anticipava, fu un dono del cielo.

Adesso sono di nuovo qui. A bere, a fare gli spiritosi, a godersi circostanze e tempi in cui la vita sorride di nuovo ai tedeschi ed alla Germania, più di quanto – una volta di più – si siano meritati. Mi sovvengono altri pensieri, altrettanto inevitabili. Sono giornate preelettorali, gli slogan si susseguono, e se confrontati con un presente in cui c’è poco da fare gli spiritosi, almeno qui in Italia, fanno una bella presa. Abbiamo lasciato che l’Italia diventasse il Parco Giochi di questa gente, vendendogli – o lasciando che si prendessero – tutte le nostre eccellenze. E poi restando qui, a sorridere loro in modo ebete finché fanno gli spiritosi. Finché ci lasciano graziosamente ammirare i loro macchinoni comprati con stipendi che noi neanche nelle prossime tre vite. Finché brindano alla nostra salute o alla nostra faccia, sapendo che noi in regime di spending review e di patti di stabilità al massimo possiamo ricambiare il prosit alzando un bicchier d’acqua.

Vengo via quando, alla fine del Ferrari Challenge che si prende la ribalta fin quasi a buio (Ferrari e ferraristi hanno avuto un bell’occhio di riguardo quest’anno, e pazienza se con la Mille Miglia c’entrano più o meno come la Germania con il benessere dell’Europa), le prime vetture d’epoca, le uniche che a termini di regolamento avrebbero ragione di essere qui, ci sfrecciano davanti imboccando la discesa verso Pietramala, la Raticosa, l’Emilia, ed altri paesi di cui a malapena i loro piloti si accorgeranno. Per un belga, un tedesco, uno scozzese di quelli che sono in corsa adesso, sapere che una di quelle curve che affrontano con spavalderia – a fatica ricambiando il saluto della piccola folla in attesa – si chiama Curva Biondetti ha senso come spiegare al senatore Monti che al cimitero di Trespiano, che queste macchine hanno superato un paio d’ore prima, la spending review ed il fiscal compact li rispettano tutti, non c’è uno che faccia il furbo e comprometta il risanamento del paese.

I tedeschi brindano ancora. Un olandese si crogiola nell’ultimo sole tiepido della sera mentre gli indigeni sbavano ammirando la sua Ferrari Testa Rossa.

Il rumore è lo stesso. I colori forse anche. E’ quel nostro mondo da cui era nato tutto questo che non c’è più.

 

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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