Lo chiamavano Valleverde

di Simone Borri

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Chi si rivede. Diego Della Valle riappare a Firenze ed ai fiorentini. Non in carne ed ossa, figuriamoci, l’ultima volta che si scomodò a farlo risale a diversi campionati fa. Ma con carta e penna, sotto forma di esternazione presidenziale sui generis, indirizzata alla città di Firenze per il tramite dei maggiori quotidiani nazionali.

E’ quella che a Firenze si chiama una piazzata in pubblico. Una sciarrata da barrocciaio (con il dovuto rispetto per i barrocciai fiorentini veri, esercenti una delle più antiche e nobili professioni di questa città). Una caduta di stile clamorosa, anche se il patron viola ci ha abituati da tempo al suo stile quantomeno controverso.

Il magister elegantiarum marchigiano, da quando è stato coinvolto nel mondo del calcio ed ha acquisito una notorietà che altrimenti difficilmente avrebbe guadagnato con la sua sola attività imprenditoriale (in quell’estate del 2002 in cui rilevò la Fiorentina molti lo chiamavano Valleverde, scambiando il suo nome con quello di una ditta concorrente), ha spesso e volentieri dato prova di difficoltà non soltanto espressive e comunicative (in televisione hanno smesso di chiamarlo da tempo, per qualsiasi argomento, e in Fiorentina dopo dieci anni dal suo licenziamento siamo ancora fermi a Silvia Berti, dopodiché le public relations della società e del gruppo sono state un emerito e conclamato disastro), ma anche di intenti.

I suoi progetti, diciamo la verità, sono sempre stati difficili da decifrare e quasi impossibili da seguire e vedere attuati. Si trattasse di ACF Fiorentina, di Noi Italiani, di altre intraprese industriali e finanziarie per le quali pare di poter dire senza tema di smentita che il gruppo marchigiano difficilmente resterà nella storia di questo paese.

Sembrava l’uomo del destino, in quell’estate del 2002 in cui i telefoni tra Firenze e Roma, tra Palazzo Vecchio e la sede nazionale del PD (o PDS come si chiamava allora), erano bollenti. E all’allora sindaco Domenici fu fatta presente la necessità di attivarsi perché il gruppo di Casette d’Ete sbarcasse in riva all’Arno, sbarrando la strada a soluzioni di diverso colore politico. Il mastelliano Della Valle allora sembrava davvero uno che progettava in grande e realizzava in ancora più grande. L’uomo della provvidenza, e lasciamo stare di quale.

Le cose cambiarono presto. Forse già prima di Calciopoli. Irruento di carattere, impaziente e poco rispettoso con i suoi stessi collaboratori (Berti e Prandelli sono stati e restano due emblemi della vicenda), spesso mal consigliato, Della Valle ha sempre esternato in pubblico le sue insoddisfazioni, peraltro crescenti di numero ed entità man mano che con gli anni e le sconfitte la realtà presentava il conto alla sua alterigia. E con ciò aggiungeva danni ai danni.

Fino ad oggi. 11 maggio 2019. I progetti sono stati ridimensionati da tempo, e i risultati non ne parliamo. L’A.C.F. Fiorentina controllata dal Gruppo Tod’s è nel frattempo diventata la proprietà più longeva della storia viola, avendo superato con i suoi diciassette anni i sedici del fondatore, il marchese Ridolfi. E’ anche quella che ha vinto di meno: zero, in campo maschile. Impossibile fare di peggio. Numeri che parlano come sentenze.

Ma Diego è un uomo abituato fin da piccolo a sentirsi dire che è un genio, un predestinato. E’ anche uno a cui non è mai piaciuto essere messo in discussione, o anche soltanto contraddetto. E’ un piccolo Re Sole, che controlla poco i nervi, e che si sceglie male i suoi nemici (celebre e costosissima la polemica gratuita con i vertici FIAT e l’allora amministratore delegato Marchionne) e ancora peggio i suoi consiglieri.

Fossimo stati noi, lo avremmo in ogni modo dissuaso da questa presa di posizione contro una intera città. Che sarà anche passata alla storia per aver inventato le divisioni al suo interno, Guelfi e Ghibellini e via discorrendo. Ma che quando viene svilita ed attaccata nel suo insieme sa ricompattarsi come poche. Diego non c’era quando i fiorentini ruggirono contro Pontello, e prima di lui avevano costretto alla resa perfino presidenti che avevano fatto della squadra vanto e gloria di questa città. Diego non sa che non è il caso di mettersi contro i fiorentini, anche i fiorentini anestetizzati ed annacquati di questo scorcio di ventunesimo secolo. Perché in tal caso, con Firenze hai chiuso. A Firenze non vivi più.

La lettera di Diego l’abbiamo paragonata all’intemperanza di un barrocciaio, e ce ne scusiamo ancora con i barrocciai veri, che al contrario del patron viola hanno tutto il nostro rispetto. E’ pessima sia negli argomenti che nei toni. E’ indegna soprattutto per la scelta di tempo. Oggi è l’11 maggio del 2019, una ricorrenza quasi religiosa in città, il cinquantenario dell’ultimo scudetto. A cui il signore che adesso si mostra tanto stizzito e offeso non ha saputo aggiungere nulla, se non le inattese vittorie di squadre Primavera poi opportunamente disperse e smembrate per le ben note plusvalenze o quelle altrettanto inattese di una squadra femminile creata quasi per caso, come una specie di 5 x 1000 devoluto ad una città che cominciava a mugugnare a proposito degli zero titoli.

Adesso è più di un mugugno, è un brusio montante che accomuna sempre più tifosi e cittadini. E’ una presa di posizione altrettanto pubblica. La minoranza, che poi nessuno ha mai misurato con strumenti oggettivi, sta crescendo, e chi ha scritto la lettera di Diego sotto dettatura avrebbe fatto meglio a trovare il modo di consigliargli di lasciar perdere, per non aggiungere provocazioni inutili e pericolose. Siamo curiosi di vedere la reazione del sindaco uscente Nardella, a cui questa esternazione non semplifica affatto la campagna elettorale per la riconferma. Chissà se in Via Tornabuoni oggi pomeriggio ci va anche lui, e non per prendere l’aperitivo.

Siamo soprattutto curiosi di vedere cosa succederà se il Milan ed il Parma fanno il loro e magari senza sforzo, e se all’ultima giornata va in onda la riedizione di quel Fiorentina – Genoa del 1978 che portò alla salvezza più drammatica della storia viola ma che costò comunque la presidenza al povero Ugolini.

Firenze, caro Della Valle, di lettere ai suoi signori ne ha sempre scritte poche. Parla in altro modo. E da quelle parole, una volta pronunciate, non si torna più indietro.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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