Grazie Liverpool

di Simone Borri

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Per il secondo anno consecutivo, Barcellona esce dalla Champion’s League umiliata da una valanga di gol, dopo essersi illusa di aver fatto un sol boccone degli avversari all’andata al Nou Camp. L’anno scorso fu la Roma all’Olimpico, quest’anno i blaugrana lasciano le penne ad Anfield Road, a Liverpool. L’anno scorso i giallorossi rimontarono un 4-1, e sembrò già un’impresa epocale. Quest’anno i reds partivano da 0-3, e ciò assieme alle assenze di giocatori del calibro di Firmino e Salah, sembrava mettere loro davanti una mission impossible. I catalani sembravano aver ritrovato una dimensione letale per tutti gli avversari, più essenziali che in passato e con un valore sempre più aggiunto in Leo Messi, che come il vino tinto sembra migliorare addirittura man mano che invecchia.

E’ un 4-0 che non ammette repliche, due doppiette dei semisconosciuti Origi e Wynaldum, e la corrazzata blaugrana rientra mestamente in porto con danni chissà quanto riparabili. Ad Anfield Road non si è mai da soli, come recitano l’inno dei reds e la scritta sugli Shankly Gates (*). Ma quegli undici in maglia rossoblu alla fine fanno quasi pena, affogati in un oceano di maglie rosse che si abbracciano festanti. Soli in faccia al mondo come non lo sono forse più stati, dai tempi in cui la Catalogna divenne una delle isole felici del calcio, quarant’anni fa con l’arrivo di Cruyff e Neskeens.

La gioia di Wjinaldum

La gioia di Wjinaldum

A Liverpool va in onda un cambio generazionale, e forse anche culturale. Una banda di ragazzi semisconosciuti e scatenati fa a fette una legione di vecchi e forse stanchi ed appagati campioni. Film già visto, e vecchio come il calcio e lo sport in genere. La Britannia Felix di questo scorcio di secolo calcistico si riprende lo scettro del calcio continentale, assieme all’Olanda e al Nord Europa in genere. Nella lotta eterna tra il nord ed il sud del nostro continente, torna il momento di questi razziatori vichinghi che corrono il doppio dei più civilizzati, ben abituati e ben pasciuti mediterranei.

Dall’altra parte del campo, a Madrid tra pochi giorni, i ragazzi di Jurgen Kloop troveranno l’Ajax, che ha fatto fuori l’altro mostro sacro della Champion’s, il Real delle troppe stelle, e poi non contenta ha bissato l’impresa con la Juventus che credeva di aver risolto tutto comprando la stella più fulgida, CR7. Oppure il Tottenham, che da anni impressiona addetti ai lavori e appassionati di calcio mostrando come e quanto può essere letale il calcio inglese se alla consueta mentalità aggressiva e travolgente unisce piedi buoni al di sopra della media.

Allo stadio Wanda Metropolitano della capitale iberica (chissà se è un segno del destino che anche il Santiago Bernabeu sia stato mandato per l’occasione in pensione a vantaggio del finora meno prestigioso impianto dell’Atletico) non si presenteranno dunque squadre spagnole. E nemmeno squadre esponenti di quel calcio miliardario e superpatinato che ci eravamo abituati a considerare come l’unico calcio ormai possibile. Di Bayern Monaco, Paris Saint Germain e Manchester vari se ne sono perse le tracce da tempo.

Jurgen Kloop, per il secondo anno in finale di Champion's League

Jurgen Kloop, per il secondo anno in finale di Champion’s League

Ad osservare con invidia e rabbia (forse non destinata ad essere placata tanto presto) l’atto finale della massima manifestazione calcistica continentale per club non ci saranno soltanto le squadre italiane, dunque, come da diverso tempo a questa parte. Anche se alle italiane e ai loro supporters tocca anche stavolta la dose di fiele più cospicua. Per chi vuole tenere gli occhi aperti e non assopirsi nei rituali del tifo di campanile, l’occasione per apprezzare la distanza siderale che separa ormai il nostro calcio da quello vincente, quello che a marzo resta ancora in corsa nelle competizioni che contano, è unica e devastante.

Siamo tornati agli anni settanta, quando olandesi, tedeschi e inglesi ci fecero credere per una stagione neanche tanto breve che il calcio che contava fosse emigrato ormai al nord. Che il nuovo verbo del calcio totale ci escludesse, come inadatti fisicamente e mentalmente.

Stiamo in realtà peggio che negli anni settanta. Perché allora i giocatori buoni li avevamo anche noi, e si trattò soltanto di adeguare la nostra mentalità e certe nostre strutture e infrastrutture sportive per vederli tornare a trionfare. Stavolta il discorso è diverso. Le nostre scuole calcio sono ventri di donna sterili, che dirigenti e addetti ai lavori impotenti non riescono più a fecondare.

Nella nostra serie A, frequentata da imprenditori sempre meno degni di tal nome e/o da avventurieri della finanza internazionale, si acquistano ormai soltanto seconde o terze scelte provenienti da paesi di tradizione calcistica improbabile come l’Africa, da barrios e favelas dove tutti si sono fatti furbi e fanno pagare al ricco scemo europeo scarponi impresentabili, da Balcani e Carpazi che ultimamente ci stanno davanti nella gerarchia calcistica perché sportivamente, e non solo, siamo noi ad essere diventati un paese di debosciati. Il tutto in nome del nuovo verbo della contabilità aziendale sportiva: la plusvalenza.

I nostri ragazzi stentano a trovare posto nelle formazioni Primavera, già ingolfate di migranti calcistici di discutibile qualità tecnica, e quando ci riescono il loro destino comunque non è mai il nostro massimo campionato. Poco più di dieci anni fa eravamo campioni del mondo, adesso mettere insieme una difesa decente per la nostra Nazionale è diventata un’impresa. Per l’attacco siamo fermi a Balotelli, o a quello che rimane della sua fame sportiva. A centrocampo, il nulla.

Siamo il paese in cui non viene a investire più nessuno, di quelli che contano davvero. Nuovi ricchi russi e cinesi, petrolieri arabi, fondi di investimento americani, tutti ormai evitano accuratamente una penisola dove costruire uno stadio all’altezza dei tempi significa spendere, pardon, sprecare anni ed anni in chiacchiere e sterili confronti con una classe politica locale che limitarsi a definire incapace e senza prospettive è volergli bene, oppure con una normativa che ormai rende difficoltoso perfino respirare l’aria.

Siamo il paese dove é rimasta una società soltanto che investe nel settore tecnico (qualcuno malignamente dice che investe anche in altri settori, federali) e che non a caso da otto anni vince tutto o quasi a mani basse. Le altre si scansano, fanno finta di non arrivarci o non ci arrivano davvero. Risultato, è un campionato il nostro che non diverte i tifosi e non allena i giocatori. Quando andiamo fuori, in Europa, ce ne accorgiamo puntualmente. Nel frattempo, cresce una nuova generazione di giocatori e spettatori che non ha visto altro che questo panorama desolante, non ha davanti altro che questa mancanza di prospettive devastante.

Leo Messi consolato da Jurgen Kloop

Leo Messi consolato da Jurgen Kloop

A questi ragazzi, perché non si spenga in loro prima di nascere la fiammella vitale dello sport e del progresso civile come si è spenta forse irreparabilmente nelle generazioni precedenti, consigliamo un viaggio formativo nelle nuove capitali europee del calcio (e non solo): Amsterdam, Liverpool, Londra. Posti dove la gente è ancora viva, e non a caso sogna di uscire da un’Europa che negli ultimi anni è assomigliata sempre più ad un enorme cimitero.

Chiunque vinca a Madrid il prossimo 1° giugno, questa non sarà un’edizione qualsiasi della Champion’s League. Il calcio, quello che conta, sta lasciando le sponde del Mediterraneo e si dirige verso quelle del Mare del Nord. Ed è veramente un bel calcio a vedersi. Chissà se e quando lo vedremo tornare da noi.

(*) i cancelli dello stadio intitolati al celebre giocatore ed allenatore del Liverpool Bill Shankly, scomparso nel 1981

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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