La N.A.T.O.

di Simone Borri

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La firma del Patto Atlantico a Washington, il 4 aprile 1949

L’illusione che la più spaventosa di tutte le guerre fosse stata anche l’ultima, e che il mondo avesse trovato una pace duratura grazie alla nausea per il tanto sangue versato e alla eccessiva pericolosità delle armi messe a punto, era durata poco.

U.S. Army ed Armata Rossa si erano incontrate sull’Elba in Germania il 25 aprile 1945, ed era stato un incontro tra Alleati esausti e sollevati per il fatto che ciò che li aveva tenuti divisi fino a quel momento – la Wehrmacht tedesca – non esisteva più. C’era chi, come il generale George S. Patton, aveva neanche tanto sommessamente suggerito l’opportunità di continuare subito la Seconda Guerra Mondiale con la Terza, e di proseguire la marcia fino a Mosca. Ma insomma, i più erano stati ben felici di festeggiare la fine della più grande carneficina di tutti i tempi, con la speranza di non vederne altre per un bel pezzo.

Era durata poco, pochissimo. Patton era rimasto vittima di un incidente d’auto alla fine di quel 1945, e già pochi mesi dopo alcuni l’avrebbero rimpianto – almeno da parte occidentale –, così come avrebbero rimpianto di non averlo ascoltato sulle rive dell’Elba. L’illusione che l’alleanza di guerra sarebbe durata anche in tempo di pace era sopravvissuta poco più di lui.

Un anno dopo la fine della guerra contro l’Asse, Winston Churchill aveva certificato al mondo occidentale l’esistenza di un nuovo nemico, e che come già era successo ai tempi del suo predecessore Neville Chamberlain (*), assicurare la pace per il proprio tempo era soltanto una pia illusione. Su mezza Europa e mezzo mondo stava scendendo una cortina di ferro. Il Comunismo prometteva di essere un nemico ancora più formidabile del Nazismo, e l’Occidente doveva riarmarsi. Anzi, continuare a tenere in pugno le armi sfoderate sei anni prima, mentre da un lato si ricostruivano le macerie e dall’altro si saldavano nuove alleanze.

Harry Truman annuncia alla nazione il nuovo corso di politica estera il 12 marzo 1947

Harry Truman annuncia alla nazione il nuovo corso di politica estera il 12 marzo 1947

Un anno dopo ancora, Harry Truman, 33° presidente U.S.A. succeduto a quel Franklin Delano Roosevelt a cui la sorte aveva negato di poter assistere alla fine del suo acerrimo nemico Adolf Hitler e alla trasformazione del vecchio alleato Joseph Stalin da amico in nuovo spauracchio, aveva enunciato una nuova dottrina che avrebbe ispirato da lì in poi la politica estera americana. Una svolta epocale, non più l’isolazionismo di James Monroe, ma un nuovo, inedito commitment.

«Per la sicurezza interna gli Stati Uniti non potevano rimanere insensibili e indifferenti di fronte a casi in cui l’indipendenza e la sovranità di popoli liberi venisse messa in pericolo da tentativi di sovversione interna o da pressioni esterne. In tal caso gli Stati Uniti avrebbero supportato direttamente i popoli liberi a resistere ai tentativi di assoggettamento da parte di minoranze armate o da pressioni esterne» (**)

Stavolta, gli U.S.A. non avrebbero ritirato, come ai tempi del presidente Woodrow Wilson, le proprie armate dall’Europa e da tutte le parti del mondo dove si erano spinte per ricacciare indietro le potenze dell’Asse. I G.I. (***) a stelle e strisce sarebbero rimasti, con grande sollievo e gioia dei paesi che erano rimasti al di qua della Cortina di Ferro, e che stavano velocemente sviluppando per Stalin e la sua Armata Rossa lo stesso terrore che avevano avuto per Hitler e la sua Wehrmacht. Da Berlino a Trieste, le popolazioni europee si sarebbero abituate a considerare marines e blue devils (****) americani come il principale e insostituibile baluardo contro il pericolo rosso.

A partire dal 1947, l’Europa vide in rapida successione i paesi caduti sotto la sfera di influenza sovietica diventare teatro di colpi di stato e strani eventi assimilabili, mentre antiche e civili nazioni come la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Polonia vedevano trasformarsi le repubbliche liberali ereditate dal crollo degli Imperi zarista ed austro-ungarico in democrazie popolari. Regimi a partito unico, invariabilmente quello comunista, fratello di e omologato a quello che comandava a Mosca.

Mentre a occidente i partiti comunisti venivano specularmente estromessi dai governi di coalizione formatisi all’indomani della Liberazione, a Berlino scoppiava la crisi decisiva, che avrebbe tradotto la dottrina Truman in un modus operandi destinato a durare nei decenni, e a sopravvivere alla stessa Guerra Fredda che in quei giorni si inaugurava.

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Stalin

La vecchia capitale dei Reich tedeschi, quello del Kaiser e quello del Fuhrer, era a quel punto una anomalia politica, più che geografica. Tecnicamente, ricadeva nella zona di influenza sovietica, che già si stava configurando come Repubblica Democratica Tedesca (DDR), o Germania Est. Di fatto e di diritto, dopo il Trattato di pace del 10 febbraio 1947 (siglato a Parigi, così come quello che aveva concluso la guerra mondiale precedente), Berlino Ovest era territorio della Germania Federale, la Germania Ovest controllata militarmente da U.S.A., Gran Bretagna e Francia.

A Berlino, Oriente comunista e Occidente liberale e capitalista comunicavano e si scambiavano spie, profughi, infiltrati, avventurieri, agitatori propagandisti e quant’altro. E anche semplicemente gente che cercava scampo, principalmente da est verso ovest. Il corridoio che dalla BRD, la Germania Ovest, conduceva a Berlino Ovest permetteva in sostanza che la stessa situazione si estendesse a tutto il territorio controllato dall’Armata Rossa.

Il 24 giugno 1948, i russi decisero che ne avevano abbastanza. Forzarono la mano all’Occidente chiudendo il corridoio e costringendo gli Alleati a rifornire Berlino Ovest per via aerea per oltre un anno. Tanto ci volle perché il ponte aereo alleato costringesse l’Unione Sovietica ad ammettere il proprio fallimento. Il blocco attorno a Berlino fu tolto alla fine il 12 maggio 1949.

NATO190404-002A quel punto, l’Occidente si era già organizzato a dovere. La necessità di estendere l’alleanza politica e militare permanente che si era instaurata nei fatti tra la fine della guerra mondiale e le vicende berlinesi si era tradotta in un atto concreto: la messa in campo di una organizzazione che metteva in comune le risorse militari, spionistiche, politiche. Una difesa collettiva, senza della quale l’Occidente non poteva pensare di resistere al nuovo pericolo, e la minaccia dei cosacchi che abbeveravano i cavalli nelle fontane di Piazza San Pietro a Roma o che li pascolavano sugli Champs Elysèes a Parigi era percepita come assai verosimile.

Il vecchio confine sull’Elba dei giorni in cui Patton e Zukov si stringevano a bocca storta le mani che avevano sconfitto Hitler diventò il confine della nuova Guerra Fredda. A Washington, il 4 aprile 1949, era stato firmato il Trattato del Nord Atlantico. La N.A.T.O. avrebbe reagito a qualunque attacco da est facendo rispondere come un sol uomo i 12 paesi firmatari (che col tempo sarebbero aumentati, divenendo quasi il doppio, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino): Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Canada, Danimarca, Portogallo, Italia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Norvegia, Islanda.

14 maggio 1955, la firma del Patto di Varsavia

14 maggio 1955, la firma del Patto di Varsavia

Negli anni successivi, sarebbe uscita la Francia che con la leadership ritrovata di Charles De Gaulle avrebbe inteso nuovamente perseguire la propria grandeur in un modo ormai reso anacronistico dai tempi nuovi. Sarebbe entrata la vecchia nemica, la Germania Ovest che ormai costituiva il collegamento tra due mondi, oltre che tra due epoche: quella degli orrori passati e quella degli orrori che potevano ripetersi. Sarebbe entrata la scomoda ma irrinunciabile Spagna del caudillo falangista Francisco Franco, e l’altrettanto scomoda ma imprescindibile Turchia che avrebbe oscillato tra il laicismo di Ataturk e le tentazioni islamiste dei successori, ma che avrebbe assicurato un presidio più unico che raro del confine sud dell’Unione Sovietica.

La quale U.R.S.S. avrebbe risposto qualche anno dopo con il Patto sottoscritto a Varsavia con i suoi paesi cosiddetti satelliti: Albania, Germania Est, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Era il 14 maggio 1955, Stalin era morto da due anni ed il suo successore Nikita Kruscev non si fidava più della singola capacità dell’Armata Rossa di essere omnipresente e onnipotente, e di far fronte sempre e comunque in tempo alle aggressioni occidentali. Rispondere alla NATO con le sue stesse armi era diventato necessario anche per i russi.

Il mondo era pronto per essere cristallizzato per altri 30 anni.

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(*) di ritorno dalla Conferenza di Monaco del 1938 in cui aveva contribuito a cedere la Cecoslovacchia ad Hitler, Neville Chamberlain aveva dichiarato di «aver assicurato la pace al suo tempo»

(**) discorso radiofonico di Harry Truman del 12 marzo 1947

(***) G.I., government issue, roba del governo, così veniva indicato in gergo militare chiunque fosse stato reclutato nell’esercito americano in tempo di ferma obbligatoria

(****) i Blue Devils erano il reparto dell’eserrico americano di stanza al Castello di Miramare che assicurarono la difesa di Trieste e del confine italiano di nord-est fino al ritorno del capoluogo giuliano all’Italia nel 1954

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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