Ho letto perché ho vissuto

di Simone Borri

A proposito della Giornata Internazionale del Libro. Cadeva per tutti giorni fa. Ma per ciascuno cade in un proprio momento particolare. Di giorno come di notte. Da giovane come da vecchio. Nel momento migliore della vita come nel peggiore.  Non è mai troppo tardi per fare il bilancio dei libri che si è letto. Di cosa hanno significato. Di quali e quante vite ci hanno consentito di vivere. A cominciare dalla propria.

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Io c’ero.

Ero con Oriana Fallaci quando cadde a terra colpita a Piazza delle Tre Culture a Città del Messico, e per qualche ora ci credettero morti tutti e due. Ero con lei ancora, quando ci rialzò tutti in piedi a Manhattan, dopo che le Torri Gemelle erano venute giù. In piedi, vigliacchi, il match non è ancora finito! Ero con lei quando pedalava per portare gli ordini di battaglia ai partigiani. Ero con lei in Vietnam, quando tentava di spiegare a tutti – tra i fumi del napalm e con la colonna sonora dei Jefferson Airplane – che il problema non erano gli americani. Il problema era la razza umana. Ero con lei quando morì, rinnegata dalla sua Firenze che le aveva preferito una tenda di arabi e africani cenciosi e oltraggiosamente e volutamente immondi. E da allora i suoi libri non li posso più riprendere in mano, perché mi si chiude la gola e gli occhi mi si riempiono di lacrime che lei non avrebbe approvato che io versassi.

Ero con Indro Montanelli mentre sul Lago Ladoga con le dita intirizzite batteva sui tasti della sua lettera 22 per raccontare al mondo di come i partigiani finlandesi di Mannerheim stavano ridicolizzando l’Armata Rossa sovietica, lanciando un segnale di coraggio ad un mondo tremebondo e non più libero. Ero con lui sedici anni dopo a Budapest, dove i sogni morivano all’alba e altro coraggio veniva speso questa volta invano, dagli ungheresi che avevano creduto di poter fermare anche loro la stessa Armata Rossa ma stavolta soltanto con libere elezioni. Ero con lui a imparare giorno dopo giorno che la storia non è quella che raccontano i vincitori, e neppure gli accademici stipendiati e imbottiti di retorica. Ho ancora tutti i suoi libri, e come quelli di Oriana non li posso più aprire, per lo stesso motivo. Non c’ero purtroppo il giorno che se ne andò, e non ho potuto dirgli quanto io ed altri gli abbiamo voluto bene e gli dobbiamo, se adesso le nostre parole messe in fila non sono soltanto trenini di ipocrite sciocchezze.

Ero con Giorgio Bocca quando prese, in pochi minuti, la decisione di trasformarsi da ufficiale del regio esercito in rotta l’8 settembre a comandante partigiano che non avrebbe rimesso fuori il naso alla vita fino al 25 aprile di due anni dopo. Facile fare gli eroi a vent’anni. Oppure difficilissimo. Se rispetto i partigiani, è grazie a gente come lui che me li ha fatti amare. Ci sono sempre stato, per tutto il dopoguerra, ogni volta che ha spiegato che non c’è peggior fascista dell’antifascista che sfila puntualmente con gli striscioni dell’ANPI, o di quello che ne rimane. C’ero anche quando Leonardo Sciascia spiegava le stesse cose a proposito dell’Antimafia di professione. Quando Enzo Biagi spiegava con la sua voce pacata che la vita è sempre una cosa più complicata di quanto certi retori del dopoguerra repubblicano abbiano voluto far credere.

C’ero quando George Trevelyan insegnava ai suoi studenti del Trinity College di Cambridge la grande storia imperiale inglese, e a fine lezione li incitava ad andare a combattere con i repubblicani spagnoli contro Franco, o qualche tempo dopo ad arruolarsi nella Royal Air Force per combattere la Battaglia d’Inghilterra. C’ero eccome, e in quei giorni del 1940 l’ho combattuta anch’io, così come avevo combattuto con Alfredo il Grande contro i Vichinghi o con Francis Drake contro l’Invencible Armada. Neanche i libri di Trevelyan posso riaprire, dovrei piangere il mio magone in inglese, la mia lingua si sta arrugginendo ormai, come le mie vecchie ossa. Ho il cuore a Londra, però, e ogni notte uscirei per andare a fare la mia parte sotto il blitz nazista assieme alla giovane crocerossina Elizabeth Windsor, nel frattempo diventata la mia regina.

C’ero quando Winston Churchill chiamò la nostra ora più grande. «Senza vittoria non sopravviveremo!». Io ero lì a Westminster, stipato nella Camera dei Comuni assieme agli altri che pendevano dalle sue labbra. La mia stramaledetta gola si chiuse di nuovo per la commozione quando aggiunse «noi non ci arrenderemo mai!». Da allora, non l’ho mai fatto, mai, per davvero, e lo devo a lui e a pochi altri. Quando non ci sarò più buttate pure via tutto delle mie cose, ma non i libri di Winnie. Sono diventato uomo grazie a loro, se a qualcuno la cosa può interessare.

C’ero quando il mio bardo William Shakespeare mi spiegava ciò che sapevo di già, per averlo imparato da Tito Livio, Tacito ed altri classici compagni della mia adolescenza: che se tutti i tiranni fossero come il suo Giulio Cesare, il mondo sarebbe un posto migliore, e se tutti i campioni della libertà fossero come Marco Bruto, il mondo sarebbe come la facoltà di architettura a Firenze negli anni settanta: un posto dove a fatica si apprendeva come rollarsi uno spinello. C’ero anche quando Prospero, dopo la Tempesta, spiegava di che cosa sono fatti i mortali, e di quei sogni di cui son fatti mi sono sentito parte per tutta la vita.

C’ero quando Dante Alighieri parlava con Ulisse all’Inferno. «Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza». Il nostro miglior poeta metteva il nostro archetipo migliore all’Inferno, ma lo sapeva bene anche lui che se siamo dove siamo adesso lo dobbiamo al Re di Itaca ed alle sue navi che non temevano Mare e neppure Oceano. «Io lo farò, perché è scritto qui, nella mia testa». Tre millenni dopo, o giù di lì, un altro pari suo, Lawrence d’Arabia, spinse le sue navi del deserto fino alla conquista di un mondo che ci sembrava precluso fin dai tempi di Maometto. Io c’ero in tutte quelle occasioni. A Troia con Achille, a Itaca con Ulisse, ad Aqaba con El Orens. Ero stato con Omero, con Dante, ed ora mi trovavo con un maggiore dell’esercito britannico uscito dal nulla e sul punto di diventare anche lui leggenda. Gli ero accanto quando cercava i Sette Pilastri della Saggezza. Li abbiamo trovati, sono ancora qui, nella mia libreria. Chiedo a chi se ne occuperà quando non ci sarò più di salvare anche loro. E con essi, la mia anima immortale.

Ero con Tom Paine quando disse che «la parola di Dio è la creazione che guardiamo, Dio stesso è verità morale e non mistero o oscurità. Nostro compito è compiere la giustizia, amare la misericordia e cercare di rendere felici i nostri simili». E da allora non sono più entrato in una chiesa se non per veder qualcuno sposarsi o battezzarsi o partire per l’ultimo viaggio. Ero con lui a Boston, quando il tè destinato ai pomeriggi dei signori inglesi finì in mare, e americani che ancora non sapevano di chiamarsi tali aprirono la via alla nostra libertà. Ero con Benjamin Franklin e Voltaire quando con i loro aforismi facevano a gara a inventarsi il nostro futuro, rendendocelo meno pauroso. Ero a San Pietroburgo nel 1917, quando Lenin disse che con il Medioevo poteva bastare così, e l’Aurora cominciò a sparare. Ero con tutti loro, perché Winston Churchill me l’aveva spiegato bene: a vent’anni se non si è rivoluzionari si è senza cuore. Adesso, se lo fossi ancora sarei senza cervello.

Ero con Arthur Conan Doyle a Baker Street, mentre nasceva quel mondo moderno che non avrebbe consentito più misteri a chi ha ingegno e strumenti per disvelarli. Nello Studio in Rosso dove Sherlock Holmes conobbe il Dottor Watson passavo le serate anch’io, a sentirli spiegare come, scartate tutte le soluzioni più improbabili ad un enigma, quella che restava doveva essere per forza la spiegazione plausibile. Ero stato con Galileo Galilei di fronte al Santo Uffizio, del resto, a sostenere che la Terra è rotonda e che Aristotele era un vecchio che aveva parlato in un’epoca ormai lontana, guardando il suo piccolo mondo antico senza nemmeno quegli occhiali di cui Umberto Eco aveva dotato il suo Guglielmo da Baskerville. Di cosa potevo aver paura, dunque?

Ero con Agatha Christie, mentre pagina dopo pagina, suspence dopo suspence, mi spiegava che non esiste stanza chiusa i cui delitti misteriosi non possono essere spiegati dalla razionalità e da un buon investigatore. Dei Dieci piccoli indiani tagliati fuori dal mondo su un’isola, uno dev’essere per forza l’indiano cattivo e travestito. Ero con lei quando salimmo sull’Orient Express. All’arrivo a Parigi, il mistero cominciato a Istanbul era risolto, e io avevo imparato seguendola passo dopo passo a risolvere tutti i gialli fin dalle prime pagine, perché non c’è niente di più prevedibile di un assassino, per quanto abile possa essere anche se uscito dalla mente dei signori del crimine.

Ero con Edgar Rice Burroughs nella foresta equatoriale africana mentre il suo piccolo lord inglese diventava il signore delle Grandi Scimmie, ed il vecchio ex tuttofare e poi scrittore di novelle da un centesimo americano riusciva a spiegare il processo della evoluzione umana meglio di quanto Jean Jacques Rousseau e Charles Darwin avrebbero mai saputo fare. Ero con Tarzan alla fine del suo primo libro di avventure, quando – con il cuore infranto dalla delusione di aver perso la sua amata lady Jane – usciva di scena da gran signore rinunciando al titolo nobiliare in favore del rivale, e dicendo: «mia madre era una scimmia africana, chi fosse mio padre non l’ho mai saputo».

Ero con Michael Connelly nei cunicoli vietnamiti dove il suo e mio Harry Bosch imparava l’arte di sopravvivere che gli sarebbe risultata così utile una volta tornato nella ben più pericolosa giungla di Los Angeles dove sarebbe diventato il mio eroe detective preferito, e mi scuso con quel Raymond Chandler e quel suo e mio Philip Marlowe a cui avevano preso il posto nel mio cuore, come nel mio amato tennis John McEnroe aveva preso il posto di Rod Laver. Leggende che si susseguono ad altre leggende. Cosa saremmo senza le nostre leggende?

Ero in tutti questi posti, con tutta questa gente, in tutti quei momenti. C’ero, perché come mi ha spiegato alla fine Umberto Eco, volevo vivere le loro vite, ma soprattutto volevo vivere la mia. E ce l’ho fatta. Non li ho soltanto letti, tutti, ma li ho vissuti. Quando si è presentato il momento.

Io c’ero.

«Siamo fatti della stessa materia dei nostri sogni»

(William Shakespeare)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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