Ecce Agnus Dei

di Simone Borri

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«Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero?» dice il Signore. «Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco.» (Isaia 1,11)

Di tutte le pratiche ascritte all’osservanza dei precetti veri o presunti della religione cristiana, da quando questa esiste, quella del sacrificio dell’agnello è forse una delle più antiche, sicuramente una delle più barbare. Ogni anno si calcola che nei macelli italiani a ridosso del periodo pasquale soccombano circa 500.000 esemplari di cuccioli di ovini. Ma più del numero, e oltre alla tenerissima età, è il modo che offende.  Gli animali vengono soppressi secondo un rituale che non ha nulla da invidiare a quelli resi atrocemente famosi dall’Isis nell’ultimo recente capitolo delle guerre di religione.

La religione, a quanto pare, è sempre a denominatore comune dei massacri più efferati, riguardino essi gli uomini o le cosiddette bestie. Quella cristiana si vanta, nella sua più recente accezione, di essere più progredita delle altre grandi religioni monoteiste, guardando con orrore per esempio le pratiche di macellazione halal kosher. Dimenticando che nei giorni immediatamente precedenti la celebrazione della morte e resurrezione del Figlio di Dio è capace di fare anche peggio.

Il sacrificio dei piccoli ovini risale all’Antico Testamento, ai giorni lontani in cui una popolazione uscita da poco dall’Età della Pietra cercava di rapportarsi con il proprio Dio così come glielo consentiva un’anima ancora fondamentalmente superstiziosa e per niente sgrezzata dal progresso filosofico e scientifico. Tra genti in gran parte dedite alla pastorizia come mezzo di sussistenza, l’agnellino era il bene più prezioso, perché assicurava il futuro, sia della specie ovina che di quella umana.

Sacrificare a Dio il cucciolo della specie che assicurava la sopravvivenza era il gesto di massima devozione, almeno nell’immaginario collettivo di persone che riuscivano a concepire la divinità come un qualcosa di sostanzialmente ostile e tremendamente vendicativo. Il Dio dell’Antico Testamento era un Dio degli eserciti e del sangue, non dello Spirito e della Fratellanza come sarebbe diventato nel Nuovo.

Era un Dio che imponeva sacrifici, e che aveva fermato la mano armata di pugnale del padre Abramo contro il figlio Isacco solo per deviarla: dal proprio piccolo a quello del gregge lì vicino. Non aveva avuto pietà dei primogeniti degli egiziani schiavisti, e per salvare quelli degli ebrei schiavi aveva imposto il sacrificio di una miriade di agnellini maschi, il cui sangue aveva bagnato le porte delle loro case proteggendole dall’Angelo Sterminatore.

La Pasqua di Sangue, una delle feste all’atto pratico più macabre di tutta la storia religiosa dell’umanità, un bagno di sangue e di morte in contrasto con la pretesa insita in quel nome (in aramaico Pasha, Pasqua, significa rinascita), era nata allora, con la fuga dall’Egitto degli Ebrei e del loro gregge decimato.

Poi venne un Uomo che tentò, non sempre con successo, di trasformare il Patto di Sangue tra Dio Padre e gli uomini in un Patto basato soltanto sui sentimenti. Il Figlio dell’Uomo, che seguiva i Profeti ma andava oltre, riprese il grido di Isaia e ne fece una delle basi della nuova religione. Nel Nuovo Testamento, il Vangelo, non si sacrificano bestie innocenti. Nell’Ultima Cena, Cristo prese il pane e lo spezzò distribuendolo ai discepoli, e allo stesso modo fece con il vino. Non c’era carne, e non perché Gesù e i Dodici Apostoli fossero Vegani ante litteram, ma perché quella cena era il simbolo di quella che avrebbe dovuto essere la nuova religione.

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Dopo Cristo, non sarebbe corso più sangue per ingraziarsi Iddio. L’ultimo sacrificio sarebbe stato proprio il suo, quello del Figlio di Dio, l’ultimo agnello innocente ad essere sacrificato sull’altare della crudeltà e della stupidità umana. Anche lui il giorno della Pasqua ebraica, che da allora divenne la Pasqua cristiana. Fate questo in memoria di me, furono le ultime parole di Gesù, mentre porgeva ai commensali pezzi di pane e calici di vino.

Inutile dire che, oltre a Cristo e a moltitudini di uomini che nelle epoche seguenti hanno inteso seguirne realmente e non solo formalmente l’esempio, i cosiddetti cristiani ufficiali hanno seguitato a massacrare ed immolare a un Dio malinteso tutto ciò che soddisfaceva una fame rimasta sostanzialmente pagana. La carne di agnello – dice – è prelibata al gusto, e le mense pasquali (e non solo) non se ne sono mai private. Dopo l’ipocrisia del digiuno del venerdi, la vigilia, che al pari del ramadan islamico assomma in sé l’assurdità di un precetto stabilito migliaia di anni fa alla mancanza di senso critico e di reale spiritualità dell’uomo contemporaneo, arriva finalmente la carneficina pasquale. Con buona pace dell’Ultima Cena e dell’unico vero comandamento lasciatoci da Cristo.

500.000 agnelli sono un genocidio. E dispiace che a battersi contro questo orrore, questa strage di cuccioli innocenti siano quasi soltanto esponenti di movimenti altrettanto estremisti come i Vegani. Che comunque qualche risultato l’hanno ottenuto se è vero ciò che dicono i recenti sondaggi. Nel 2014 il consumo di agnellini è calato del 40%, l’anno successivo, a quanto pare, del 60%.

Non secondario pare l’effetto delle parole di Papa Francesco, che appena insediatosi sul Sacro Soglio sei anni fa esortò i fedeli cristiani (soprattutto, va detto, italiani) a rispettare davvero tutti gli esseri viventi, a cominciare dai più piccoli e dai più deboli. «A Pasqua sostituiscano la carne d’agnello e capretto con menù alternativi». Non a caso San Francesco è il protettore degli animali, e Jorge Bergoglio ha scelto di portarne il nome.

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Se le parole del Papa non bastano, oltre all’invocazione del Profeta Isaia, suggeriamo un po’ a tutti di riandare a quella parte di quel celebre film in cui l’agente dell’F.B.I. Clarice Starling racconta allo psicopatico ma comprensivo dottor Hannibal Lecter della sua infanzia trascorsa nella fattoria degli zii. E di quel silenzio agghiacciante che calava la notte che precedeva il macello, quasi che le vittime lo sentissero arrivare, come l’antico Angelo Sterminatore. Il silenzio degli innocenti.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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