Da querela

di Simone Borri

Pioli sconsolato, entro 48 ore il suo destino?

Pioli sconsolato, entro 48 ore il suo destino?

FIRENZE – Facciamola corta, anche perché diversamente mancherebbe materiale di cui parlare. Fino all’83° Fiorentina – Frosinone è la classica partita di fine stagione in cui una squadra di antico, ormai ingiallito blasone incontra – senza alcuna voglia di farlo, sentendo già aria di mare e per di più percependo le ancora più scarse motivazioni della società che paga gli stipendi – una neopromossa in lotta per la salvezza che, meglio tardi che mai, si è messa a giocare alla disperata per evitare il classico pronto ritorno nella serie cadetta.

Insomma, fino all’83° è una partita di cui ai viola non potrebbe fregare di meno, a cui si piegano per onor di firma di contratto, di malavoglia (sfavati, come si dice da queste parti con poco elegante ma molto efficace locuzione), e dalla quale pensano di cavare le gambe con quelle azioncine in cui qualcuno porta la palla in area avversaria Dio solo sa come e qualcun altro capitato in quell’area sempre Dio solo sa come – le occasioni principali del primo tempo capitano tutte sul piede o sulla testa di Milenkovic, e domandiamoci una buona volta perché – si incarica di ciabattarle vanificando lo sforzo (si fa per dire) del collettivo.

Caro German, è più dura con il pallone che con il microfono...

Caro German, è più dura con il pallone che con il microfono…

All’83° accade l’imponderabile, come avrebbero detto i cronisti di una volta. O forse il facilmente ponderabile, tenendo conto che un ciuco vivo messo a correre a fianco ad un cavallo bolso ed agonizzante novantanove volte su cento arriva primo. Ciofani manda di traverso il lunch ai tifosi viola e regala nuove speranze a quelli frusinati. Ma soprattutto, finalmente, apre gli occhi a tanta gente, curvaioli o meno, addetti ai lavori o meno, opinion leaders oppure leaders esclusivamente dei propri interessi.

Negli ultimi minuti, sei più altri sei di recupero, i cori dello stadio Franchi contro la proprietà Della Valle si levano finalmente possenti. Vanno oltre la possibilità di querelare da parte di una holding sempre più assenteista e nel contempo sempre più permalosa. Quando Firenze del resto si rivolta (se si rivolta), non c’é barba di avvocato che possa ridurla a più miti consigli.

Intendiamoci, il riferimento alle vicende che hanno visto scendere in campo i legali dei Della Valle contro le intemperanze dei social networks è voluto, ma va chiarito. Minacce e insulti gravi non sono accettabili, e se la famiglia valuta di difendere in sede legale la propria onorabilità, non saremo certo noi ad eccepire.

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Vecchio umorismo fiorentino

Tuttavia, a questo punto, si tratta di riconoscere alla città di Firenze analogo diritto. Senza paura di disegnare scenari fantasmagorici, diciamo che non ci sarebbe da meravigliarsi né, parimenti, da eccepire se la cittadinanza intraprendesse a questo punto una class action, una azione la più legale possibile contro chi sta usando (abusando, è il caso di dire, già da prima della sciagurata, ridicola performance di ieri da parte della controllata viola del Gruppo Tod’s) il brand di Firenze per proprio interesse senza nessuna tutela dell’immagine di una città che sull’immagine ha costruito le proprie fortune fin dai tempi in cui nel resto del mondo si era immersi abbondantemente nei cosiddetti secoli bui. Casette d’Ete comprese.

La misura è colma da tempo, non si tratta più di vincere, o almeno di provare a farlo. Si tratta di avere dignità, e qui non ce n’é rimasta più. Tiene in gioco tutto e tutti la semifinale di ritorno di Coppa Italia contro l’Atalanta a Bergamo. Impresa disperata – ogni giorno che passa sempre di più, visti noi e loro –, ma tuttavia da espletare, almeno formalmente.

Poi ci sarà finalmente tempo per la resa dei conti. Altro che le 48 ore millantate da uno staff societario che in realtà non sa più che pesci pigliare, avendo fatto andare a male tutti quelli più gustosi. Il pubblico pagante, i cosiddetti clienti, saranno finalmente liberi di tirarli in faccia a chi di dovere (metaforicamente parlando, s’intende), i pesci. Di abbonarsi a tutto, l’anno prossimo, fuori che agli spettacoli offerti da chi non ha dignità propria e vorrebbe uniformare a se stesso una città che in diciotto anni – per come la conoscevamo una volta – ha sopportato anche troppo.

Le forme di contestazione civile, pacifica, rispettosa della legge ma decisa e senza sconti non sono poche. E’ ora di metterle in campo. Altrimenti, ogni popolo – nel calcio come nella vita – ha soltanto il governo che si merita. Anche se, parafrasando Robert Musil, si tratta ormai di uomini senza qualità.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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