A volte ritornano

di Simone Borri

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«Le avventure finiscono. Le emozioni restano». Alla fine delle fatidiche 48 ore, il ceffone arriva. Ma è la faccia su cui si stampa a sorprendere. Non quella di Stefano Pioli, a cui un neanche troppo asettico comunicato aziendale aveva neanche troppo velatamente inteso addossare tutte le responsabilità di un girone di ritorno addirittura sotto la pur miserrima media della Fiorentina di questo scorcio di Era Della Valle.

No, la faccia è proprio la sua, quella del patron. Che in casa viola non si fa più vedere da tempo, ma che detta puntualmente i comunicati e prende le decisioni con cui, come nelle ore successive all’ignominiosa sconfitta interna con il Frosinone, intenderebbe ancora gestire una situazione ormai non più gestibile, soprattutto per responsabilità sua.

Stefano Pioli chiude con quelle parole sentimentali ma lapidarie, che fanno seguito a quelle più amareggiate con cui rispedisce al mittente le responsabilità attribuitegli, a scarico di una proprietà e di uno staff dirigenziale che gli hanno sempre messo a disposizione delle rape – con rispetto parlando – chiedendogli che ne cavasse sangue.

Il gioco da lui imposto alla squadra può non esserci piaciuto, e non ci è spesso piaciuto, anche se l’impegno e la capacità professionale dell’ormai ex mister viola sono fuori discussione. E’ stato definito aziendalista, come se perseguire gli interessi dell’azienda che lo stipendia fosse un demerito nel mondo moderno di cui lo sciagurato calcio nostrano fa parte peraltro a pieno titolo. E’ stato definito provinciale (in senso calcistico), come se giocare da provinciali avendo a disposizione calciatori da squadra provinciale (con rispetto continuando a parlare) fosse un demerito.

Ma una cosa è certa. L’unica. Stefano Pioli esce dall’avventura viola da gran signore. La proprietà l’ha platealmente sfiduciato (ma l’avrebbe tenuto al suo posto per evitarsi la seccatura di cercargli un successore, tenersi un comodo parafulmine, prendersi i prevedibili schiaffoni di Bergamo il prossimo 25, catalizzare le contestazioni della tifoseria, e – ultimo ma non meno importante, conoscendo i polli – risparmiare uno stipendio), e lui correttamente ha ribattuto le sue ragioni e ha salutato la compagnia, senza nemmeno sbattere la porta. Non percepirà un giorno in più di uno stipendio che non sente più suo. Lascia sapendo di avere più ammiratori che estimatori, a questo punto, ma che soprattutto la squadra che ora passa di mano e che lui ha salutato ieri prima di rassegnare le dimissioni sarà un problema per chiunque più di quanto non lo sia stata per lui, che almeno ne aveva imparato pregi (pochi) e difetti (molti).

Chapeau, Stefano Pioli. A cui auguriamo fortuna professionale e trattamenti migliori di quelli ricevuti da un datore di lavoro che a trattar male i suoi dipendenti non è nuovo. La lista, da Silvia Berti a Stefano Pioli stesso, ormai è abbastanza lunga. Non sarà mai Van Gaal o Mourinho, Stefano Pioli. Non deve esserlo, del resto. Deve essergli soltanto messo a disposizione il parco giocatori adeguato alle caratteristiche con cui lui è in grado di ben figurare. Non farà mai calcio totale, ma farà presto buon calcio, accasandosi magari in una società dove i progetti si fanno ancora sulla base di criteri sportivi, e non come nella Firenze calcistica (e non solo) sulla base di criteri ragionieristici e basta.

Exit Stefano Pioli, enter – pare – Vincenzo Montella. E’ ancora il patron, con la guancia ancora rossa per lo schiaffo infertogli dal dipendente che aveva inteso rimettere al suo posto, a dettare la linea dall’estero, dove tanto per cambiare si trova.

L’Aeroplanino è quello che a Firenze si chiama un cavallo di ritorno. Vox populi calcistica vuole che simili cavalli non siano mai buoni acquisti. In attesa di saperne di più, una considerazione. Vincenzo Montella – che a suo tempo se ne andò o fu accompagnato ad andarsene in modo tutto sommato non dissimile da quello di Pioli – è colui che insieme a Cesare Prandelli ha fatto giocare meglio la Fiorentina di Della Valle. Ma aveva a disposizione giocatori di una caratura tale da meritarsi l’appellativo di Fiorentina spagnola e da arrivare molto vicino a cancellare quello zero dalla casellina dei titoli vinti dalla A.C.F. Fiorentina dal 2002 ad oggi.

Per i giocatori di adesso, ci viene insistentemente da pensare che forse proprio il buon Pioli era quanto di meglio potesse sedersi in panchina. Dalle rape, con rispetto parlando una volta di più, non sono in tanti a saper cavare sangue. L’Aeroplanino è abituato ai Borja Valero e Pizarro, come aveva in viola, oppure ai Montolivo e Bonaventura come aveva in rossonero. Qui il materiale umano tecnicamente parlando scende di parecchio, e per di più sente già aria di mare e di vacanze.

Vedremo. Intanto il patron si massaggi pure la guancia. C’é come la sensazione che lo schiaffo ricevuto possa non essere l’ultimo (metaforicamente parlando, s’intende). L’aria che tira in viola è da ultimi fuochi, e non perché ricorre l’anniversario di Francis Scott Fitzgerald.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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