Veterocomunismo

di Simone Borri

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Sfortunato fino all’ultimo. La fine del Partito Democratico va in onda quasi in sordina, in una trasmissione di nicchia, ad un’ora di non massimo ascolto. Gli storici poi si metteranno d’accordo su qualche data e circostanza convenzionale magari più drammatica, per conferire al caro estinto uno spessore di cui in vita, francamente, si erano accorti in pochi. De mortuis nihil nisi bonum…

Stasera Italia, Retequattro, conduce Barbara Palombelli. Non ha niente di meglio da fare che invitare Pier Luigi Bersani, lo smacchiatore di giaguari. L’ultimo segretario PD prima del Rottamatore (a proposito, circola una battuta sull’ultimo libro di Renzi, non ha un happy end: il protagonista, il Partito Democratico, alla fine muore).

Il PD ormai è un partito in cui evidentemente le strategie vengono fatte giocando a morra. Basta guardare chi si gioca le primarie domenica prossima, tre versioni peggiorative di Montalbano e dei De Rege. E così, non c’é nessuno che dica a Bersani di stare a casa, di non andare a fare altri danni. Del resto, dopo Prodi che esce dal frigorifero, scomparto salumi, per declamare con la sua voce notoriamente stentorea che «il PD è l’ultima speranza di questo paese», cos’altro può succedere? Quali altri voti possono essere persi, dopo quelli delle mamme e dei babbi che ti hanno messo al mondo?

L’ultimo giaguaro è sempre il più duro da smacchiare. Come Yukio Mishima, l’ex segretario sceglie il suicidio in diretta per se stesso ed il suo ex partito. La signora Rutelli lo interroga a proposito dei migranti, e lui ci si butta dentro dando una panciata clamorosa, alla Fantozzi.

«Se torno al governo, la prima cosa che faccio è lo Jus Soli». Titubanza in studio. L’intervistatrice alla fine azzarda un «Guardi che l’80% degli italiani è contrario….»

Eccoci al momento storico. Il seppuku di Bersani-san. Addio PCI-PD-PDS. Lo sventurato risponde: «Me ne frego».

Affidare le proprie sorti a un qualche trappolone che prima parla e poi si ricorda di avere lasciato il cervello a casa è una costante del maggior partito della sinistra italiana, da almeno trent’anni (prima i suoi segretari erano più sinistri – nel senso di inquietanti, non in senso politico – ma almeno parlavano poco e di rado). Ma se questo non è il fondo, significa che c’é rimasto da scavare. Caro Bersani, ha vinto il giaguaro, alla fine.

Siamo sempre stati convinti di una cosa, e quel «me ne frego» ce la conferma. Nel 1945 molte camicie nere diventarono rosse come per magia. Certi metodi poi va a finire che entrano nel DNA, restano comnnaturati, ci si chiami PNF, PCI, PDS, DS o come diamine ci si chiama adesso.

Ma non c’é niente di eterno, e il comunismo ha dimostrato da tempo di non fare eccezione. I democrats nostrani fino ad una certa epoca erano riusciti a restare sulla breccia operando una miracolosa sintesi tra le istanze (chiamiamole così) della vecchia generazione dei trinariciuti, dei veterocomunisti, di coloro che votavano (e voterebbero ancora) il simbolo in alto a sinistra, perché gli hanno detto che è quello del Partito, e la successiva dei rampanti, dei radical-chic (o presunti tali, lo sarebbero veramente se negli anni d’oro avessero aperto libro a scuola, oltre ai manifestini del Movimento Studentesco), dei carrieristi ed affaristi pubblici e privati usciti dal fumo delle barricate (come cantava premonitore Venditti).

Hall of Fame PD

Hall of Fame PD

Ma adesso il gioco non riesce più. La magia è dispersa, come quella di Lord Voldemort dopo la battaglia finale contro Harry Potter. I vecchi ormai sono tutti in casa di riposo, a cominciare dai Presidenti emeriti, e farli votare è sempre più complicato e faticoso. I giovani ormai non riescono più a spacciare i loro affari per il bene del popolo e del paese. Harry Potter ha vinto. Gli è bastato, come colpo di grazia, un Tweet, come quello che Giorgia Meloni, impietosa, ha indirizzato a Bersani subito dopo Stasera Italia: «E questi sarebbero i democratici? Meno male che a occhio al governo non ci torni».

Game over. E’ finita, compagni. Vi restano le primarie, Martina, Zingaretti, Giachetti e forse anche Spalletti, se l’Inter perde di nuovo (a proposito, glielo avete detto alla base ed agli extracomunitari invitati per l’occasione che c’é da pagare, domenica?). E qualche sagra di paese. Chissà se Bersani e Prodi almeno le piadine le sanno fare come Dio comanda.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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