Torniamo a giocare a calcio, per favore

di Simone Borri

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Chi si rivede. Diego Della Valle torna a mostrarsi al pubblico fiorentino ad un anno buono di distanza dall’ultima volta, e lo fa in occasione della Messa commemorativa di Davide Astori. L’ultima volta, se non andiamo errati, il patron viola si era palesato da queste parti proprio in occasione delle esequie dello sfortunato capitano viola.
Non abbiamo voglia di pensar male. Ci si indovina, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, ma ci si stanca anche, più di quello che già siamo. La Fiorentina ormai è routine, stanca e noiosa routine, sia per chi la possiede che per chi la fruisce (guarda un po’ come ci hanno insegnato ad esprimerci….). per i proprietari e gestori e per i tifosi e clienti.
A ben vedere, gli eventi di richiamo a Firenze ormai non sono più le partite di calcio, che peraltro lasciano veramente poco all’immaginazione. Il risultato finale è scritto, questa Fiorentina è da decimo posto, e a qualcosa di più fa mostra di credere ormai soltanto il mister Pioli, più che altro perché per contratto e mestiere deve farlo.
No, gli eventi sono quelli mondani. Come una commemorazione, quella di Astori, o come un compleanno, il cinquantesimo di Batistuta in cui tra poco, finita la Quaresima, Firenze si tufferà.
Tutto pur di non parlare del presente, che è deprimente e senza speranza. Del resto, del presente che dire? Le occhiatacce di Andrea ormai lasciano il tempo che trovano, cioé calma piatta. Le comparsate di Diego servono a qualche giornalista per fare il servizio diverso dal solito, e un par di foto di corredo che fanno curriculum.
Il resto è noia, noia da far invidia rispetto a quei bei succulenti casini che stanno succedendo nella Roma giallorossa o nella Milano nerazzurra. Una bella contestazione (di quelle vere) da queste parti a quando risale? A occhio e croce, l’ultima volta Batistuta festeggiava il trentesimo, e il povero Davide faceva le elementari al suo paese.
Già, Davide. Sta diventando – suo malgrado, ci mancherebbe – un fenomeno di isteria collettiva, come le celebrazioni di Padre Pio a San Giovanni Rotondo. Certi dolori dovrebbero restare privati, non diventare collettivi. Perché si prestano ad usi impropri, strumentalizzazioni, storni di attenzione. E questo non va bene. Il Perugia non si fermò alla scomparsa di Renato Curi, e il Torino a quella del Grande Torino. La Juventus superò la tragica fine di Gaetano Scirea. Tutti hanno perso qualcuno, e hanno sofferto la perdita in modo più sobrio di quanto non si vede nella nostra città.
Noi siamo fermi a quel 4 marzo, psicologicamente prima ancora che da un punto di vista gestionale. E’ come se ci fossimo trovati (o qualcuno avesse trovato per noi) un alibi. Le partite finiscono al tredicesimo, si gioca solo per Davide, non più per noi, men che meno per portare a casa qualcosa. E per vincere basta una dedica. Gol e programmi sono diventati superflui.
Non vogliamo sembrare cinici o irrispettosi, ma così non va bene, non può più andare. E di un patron che, come i parenti alla lontana, si fa vivo soltanto in occasione delle disgrazie e dei funerali sappiamo ancor meno cosa farcene.
Cagliari è vedova di Davide Astori come Firenze, ma stasera proverà a vincere. A noi, di vincere o perdere non ce ne importa più niente. Siamo quelli che hanno già vinto prima di giocare.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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