La Bruna va a morire

di Simone Borri

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Ines Bedeschi, nome di battaglia Bruna – Conselice (RA), 31 agosto 1914 – Colorno (PR), 28 marzo 1945)

All’Oriana tutto sommato era andata bene. La guerra partigiana della quattordicenne figlia dell’azionista Edoardo Fallaci era durata solo un anno. Gli Alleati erano entrati a Firenze l’11 agosto 1944, e la giovane staffetta che un giorno sarebbe diventata giornalista poté tornare a usare la bicicletta per andare a scuola. Anche il babbo Edoardo, catturato dai fascisti della Banda Carità e torturato a Villa Triste, era riuscito a tornare a casa sano e salvo.

Alla Bruna andò peggio. Ines Bedeschi aveva preso quel nome di battaglia dopo l’8 settembre e l’armistizio che lasciava mezza Italia alla mercé delle SS e dei fascisti di Salò. Dalle sue parti, molti uomini avevano imbracciato i fucili, molte donne avevano inforcato la bicicletta. Come la Toscana, anche l’Emilia era stata attraversata da staffette partigiane che – se scoperte – andavano incontro ad un destino non meno crudele di quello riservato ai loro compagni. I nazifascisti diventavano sempre più feroci, mano a mano che presentivano sempre più vicino l’esito di quella guerra ormai disperata che combattevano contro la potenza soverchiante degli Alleati.

La guerra partigiana dell’Emilia Romagna e dell’Alta Italia durò nove mesi in più. Alla Futa, gli angloamericani rimasero bloccati per tutto quel tempo. Hitler ci buttò tutto quello che aveva, fino a ragazzi a malapena maggiorenni, nella difesa di territori che non poteva più tenere, ad alimentare sogni (o per meglio dire incubi) da cui il mondo intero non vedeva l’ora di potersi risvegliare.

InesBedeschi190328-002La mattina che fu catturata, la Bruna non immaginava – anche se forse sperava, come tutti – che alla fine di quella maledetta guerra mancasse ormai poco, e che la sua sorte sarebbe stata per questo ancor più beffarda. Era il 28 marzo 1945, il giorno della Liberazione sarebbe arrivato esattamente quattro settimane dopo. Le brigate nere erano spaventate e inferocite, come avrebbe scritto Renata Viganò, partigiana sopravvissuta che avrebbe testimoniato della storia di Ines e di tante altre sue compagne ugualmente sfortunate, autrice tra l’altro della targa commemorativa che ancora oggi a Conselice, paese natale della staffetta, ricorda la sua tragica fine.

Ormai avevano da difendere soltanto la propria ritirata, o sfogare il proprio fanatismo. Ma i nazifascisti cercarono con ogni mezzo di strappare nomi e informazioni alla giovane donna. Che non parlò. Alla fine fu fucilata, ed il suo corpo gettato nel Po a Mezzano Rondani, località del Comune di Colorno, nel parmense.

Resta di lei la targa redatta da Renata Viganò, che avrebbe poi raccontato l’epopea delle donne partigiane con semplicità da cronista e talento di scrittrice nell’Agnese va a morire e in Donne della Resistenza.

InesBedeschi190328-003Resta di lei anche la medaglia d’oro al valor militare conferitale alla memoria dal presidente della repubblica Giuseppe Saragat l’11 settembre 1968, con una motivazione la cui retorica per una volta non appare sproporzionata rispetto alle azioni commesse: «Spinta da un ardente amor di Patria, entrava all’armistizio nelle formazioni partigiane operanti nella sua zona, subito distinguendosi per elevato spirito e intelligente iniziativa. Assunti i compiti di staffetta, portava a termine le delicate missioni affidatele incurante dei rischi e pericoli cui andava incontro e della assidua sorveglianza del nemico. Scoperta, arrestata e barbaramente torturata, preferiva il supremo sacrificio anziché tradire i suoi compagni di lotta».

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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