Il silenzio dell’acqua, un altro successo italiano

di Simone Borri

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Si conclude su Mediaset Il silenzio dell’Acqua, ed è il secondo colpo messo a segno dalla televisione italiana – con la più che cortese collaborazione della Venezia Giulia – dopo La porta rossa. RAI e Mediaset sembrano state decisamente investite in questo anno di grazia 2019 da un piacevole vento di novità, una brezza che ha sorpreso gli spettatori come una primavera anticipata.

Se lo sceneggiato di RAI 2 è stato il trionfo di un poliziesco paranormale assolutamente inedito, quello di Canale 5 di Mediaset rappresenta un altrettanto innovativa apertura al filone più moderno della grande fiction anglosassone. Gli autori di esso non fanno mistero che il modello a cui si sono ispirati è Broadchurch, la serie di ITV (la rete indipendente britannica) che nel 2013 si impose come il nuovo paradigma dei thriller non solo anglosassoni ma anche di tutti i paesi che di quella scuola del giallo sono tributari da tempo immemorabile.

L’indagine sull’assassinio di un’adolescente perpetrato in una comunità chiusa, dove tutti si conoscono, dove tutti si portano dentro segreti più o meno inconfessabili, diventò ben presto un classico a cui fare riferimento obbligato, come i vecchi gialli della maestra Agatha Christie. Dalla cittadina sulle scogliere del Kent, Broadchurch, il meccanismo delle indagini che a turno non risparmiano nessuno, svelano scheletri insospettabili negli armadi di un intero paese e soltanto alla fine dell’ultima puntata individuano un colpevole che quasi sempre non è nient’altro che l’ultimo rimasto, colui che fino a quel momento era rimasto fuori dalle indagini, si era esteso ed imposto un po’ dovunque in Europa ed in America.

Assieme ad esso, a monte dell’ispirazione degli sceneggiatori e del regista Pier Belloni (non esattamente alle prime armi, essendo già stato autore di R.I.S. – Delitti imperfetti e Squadra Antimafia – Palermo oggi) troviamo un altro cult come la serie pluristagionale americana True detective. Qui il modello è quello della più o meno strana coppia di agenti che apparentemente non si prendono, ma che in realtà sono più affiatati (o lo diventano per forza di cose) di quanto essi stessi siano disposti ad ammettere se non agli esiti finali dell’indagine.

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La coppia che scoprirà la soluzione del delitto e degli stessi drammi o inquietuidini esistenziali che ciascuno dei suoi componenti si porta dietro è composta da Ambra Angiolini e Giorgio Pasotti. Una bella coppia, essenziale e funzionale al plot. Ambra ce la ricordiamo inevitabilmente come la ragazzina con le cuffie, dentro le quali un Gianni Boncompagni d’annata impartiva le sue istruzioni a Non è la RAI. La ritroviamo come attrice matura, mai fuori dalle righe, mai con un’espressione o una battuta fuori posto. Capace di trasmettere drammaticità senza bisogno di calcare la mano, ma a volte soltanto calcando la scena con la sua presenza. Giorgio Pasotti è la sua controparte maschile di pari spessore, viene da Distretto di Polizia e dal cinema d’autore, un nome su tutti quello di Mario Monicelli (Le rose del deserto).

Un po’ tutto il cast è comunque all’altezza, e, come il copione, non eccede mai. Il silenzio dell’acqua è insomma una ventata d’aria pura, perché finalmente rende gradevole ed internazionale una fiction italiana affrancata dai suoi pesanti tradizionali stereotipi. Primo su tutti l’ormai insopportabile cliché dei poliziotti dalla parlata romanesca e napoletana (a qualsiasi latitudine di ambientazione), dalle battute infarcite della parola con la C (di cinque lettere) pronunciata ogni due per tre. E finalmente non si parla di mafia, o di luoghi tutt’altro che immaginari ma assurdamente immaginati come se lì la mafia non esistesse.

L'ultimo tuffo di Laura Mancini.....

L’ultimo tuffo di Laura Mancini…..

A far da contorno di pari qualità alla fiction, ancora la Venezia Giulia. Se La porta rossa è stata lo spot di Trieste città (e viceversa), il silenzio dell’Acqua è quello dei suoi luoghi limitrofi. Il castello di Duino e le sue scogliere che nulla hanno da invidiare a quelle della Croazia, e dall’altra parte il piccolo Comune di Muggia, gioiellino al confine nazionale con l’Istria. Castel Marciano è volutamente una località immaginaria, secondo una scelta che lascia felicemente mano libera agli sceneggiatori. Ma in esso ognuno può riconoscere luoghi ameni comunemente e piacevolmente frequentati, e che ormai – è da credere – si imporranno sempre di più come location obbligata per chi vuol fare fiction di qualità.

L’occhio si dice che voglia la sua parte, ed al pari della Angiolini e di Pasotti anche questo angolo di mondo fa una volta di più egregiamente la sua parte.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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