Che tristezza

di Simone Borri

Le lacrime di federico Chiesa costretto in panchina dopo appena mezz'ora

Le lacrime di Federico Chiesa costretto in panchina dopo appena mezz’ora

FIRENZE – Affrontare la Lazio per la Fiorentina nelle ultime stagioni è un po’ come trovarsi faccia a faccia con la propria Nemesi, o – detta alla fiorentina – a quel San Giovanni che non vuole inganni che nel nostro Vernacolo significa la stessa cosa. Oppure come ritrovarsi davanti allo specchio, costretta a dirsi dall’immagine che il vetro restituisce: «Mamma mia come sono invecchiata. Presto e male…..».

Lazio – Fiorentina e Fiorentina – Lazio ormai sono vecchi cliché, ripetitivi e affascinanti come il brodino riscaldato. Quel consommé sempre più depauperato di ingredienti che la Premiata Ditta Della Valle (dal motto: i piedi qui si usano per gestire, non per giocare) porge neanche tanto garbatamente a sorbire anno dopo anno ai suoi malcapitati commensali. Che poi si guardano allo specchio, si trovano un tot di rughe in più ed un’espressione più avvilita, e non possono aver fatto a meno di notare che al tavolo accanto, quello laziale, una volta di più si mangia meglio. Niente di che, per carità, ma anche una coda alla vaccinara alla fine è più appetibile del solito brodino.

Sentiamo già avvicinarsi un «ma che ha vinto Lotito più di Della Valle?», seguito da un «se Mirallas la butta dentro…..» e doppiato da un «La Lazio gode dei favori del Palazzo, a Roma fanno quel che gli pare, spalmano i debiti, mi tengo la Fiorentina, poveri (sic!) ma belli!». Nelle intenzioni, queste argomentazioni dovrebbero lasciarci in terra, agonizzanti e senza replica.

Queste argomentazioni, ormai, ci fanno soltanto incazzare. Andando con ordine, Lotito ha vinto almeno un paio di Coppe Italia, ed è stato ospite fisso delle Coppe Europee, più fisso sicuramente dei Della Valle (nessuno a Formello è stato mai sentito dire che «le Coppe sono una spesa inutile»). Il bacino di utenza è lo stesso, anzi qualcosa di meno di quello viola, dati alla mano. Ma con un braccino ancora più corto di quello dei marchigiani, Lotito è riuscito ad allestire squadre che pur non essendo eccezionali ultimamente Firenze si sogna. Squadre che vengono a Firenze a fare sfracelli come domenica nel primo tempo, quando sembrava che in campo ci fossero una squadra di adulti contro una di spaesati ed intimoriti Primavera.

Poi entra Mirallas, e siamo al secondo punto. Se basta Mirallas a cambiare il corso di una partita, vuol dire che: 1) Chiesa si è fatto male (problemi nostri, e non da poco), 2) la Lazio tira il fiato e non ci crede abbastanza (problemi loro), 3) bastava poco anche quest’anno a presentarsi con una squadra più decente, questa qui fa già tanto (Pioli compreso) a mantenere saldo un decimo posto meritato, che non dovrebbe sfuggirle. E con questo abbiamo chiuso anche il discorso Mirallas. Il quale, se la butta dentro, non succede altro che il fatto che la Lazio, teoricamente in corsa per un posto Champion’s, ha quasi mezz’ora di tempo e forse ancora fiato bastevole per rifarcelo con gli interessi.

Che altro c’é? Ah, sì, i favori del Palazzo. Che ci sono stati, Lotito ha potuto spalmare in 23 anni ciò che Cecchi Gori dovette pagare in una nottata, nessuno lo dimentica. A Roma se le cose girano male assaltano anche le caserme dei Carabinieri, nessuno dimentica nemmeno questo. Poi però i debiti di gioco Lotito li paga, e gli ci entra anche di costruire squadre più consistenti della nostra, anno dopo anno.

Ci teniamo la Fiorentina, ovviamente, e ci mancherebbe altro. Non è della Fiorentina che ci siamo rotti le scatole, ma dei suoi proprietari. Che tra poco festeggeranno il diciassettesimo compleanno della loro gestione tra uno sbuffo di Cognigni, una boutade di Corvino, una guardata negli occhi (sempre meno espressivi) di Andrea Della Valle (Diego è a Chi l’ha visto da prima della Sciarelli) ed una arrampicata su specchi più che mai scivolosi da parte di un Pioli che una settimana secondo i veri tifosi dovrebbe firmare fino alla fine dei tempi e quella dopo invece essere cacciato a calci nel sedere.

Considerazioni finali. Non si può dire addio a speranze che nessuno ha mai coltivato, quelle del posto in una qualsiasi Coppa. Si può solo finire con dignità l’ennesima stagione poco dignitosa (dal punto di vista della proprietà). Con il dovuto rispetto per Davide Astori e la sua memoria, suggeriamo di smetterla semmai di nascondersi dietro al suo nome, alla sua disgrazia ed a celebrazioni che rischiano di diventare un rituale stucchevole. Un tappeto sotto cui nascondere la spazzatura, da parte di collaboratori aziendali che purtroppo ci tocca tenere, giusto perché non esiste più il personale di una volta.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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