Non è una squadra per cardiopatici

di Simone Borri

Il "cuore" di Jordan Veretout

Il “cuore” di Jordan Veretout

Ne deve fare di strada il calcio italiano (di Spalletti non parliamo, è un caso ormai probabilmente irrecuperabile) per abituarsi non tanto all’uso del Var (o dell’on field review che dir si voglia), quanto a quel benedetto fair play che dalle nostre parti è più che altro una nozione di contabilità aziendale. Roba da commercialisti, non da atleti e allenatori.
Fiorentina – Inter potrebbe andare in archivio come una partita il prezzo del cui biglietto una volta tanto è valsa la pena di pagare. Si affrontano del resto due squadre che nei confronti diretti hanno sempre privilegiato l’attacco alla difesa (anche perché spesso e volentieri, come ieri sera, quest’ultima è da ambo le parti piuttosto approssimativa, il meglio di sé viola e nerazzurri lo danno in avanti, anche se l’Inter sconta il black out impostole dalla famiglia Icardi Nara). Quello che qualcuno chiama ironicamente il derby di casa Della Valle finisce spesso con molti gol, per la gioia dei tifosi e degli esteti e la disperazione dei puristi e degli addetti ai lavori sul campo.
La Fiorentina dovrebbe legittimare le ambizioni di qualificazione europea che più che dai programmi aziendali le sono imposti come giocoforza dalla classifica corta come non mai. L’Inter deve invece guardarsi le spalle, dove Milan e Roma si stanno ritrovando e stanno per piombarle addosso a grandi balzi. I presupposti per l’ennesima gara a viso aperto, senza tatticismi e con il punteggio finale da pallottoliere ci sono tutti, considerato anche che ultimamente la Fiorentina in particolare termina i propri matches con scores più da pallanuoto che da calcio.
E invece, siamo una volta di più a guastarci la domenica assiepati attorno a quella benedetta televisione che si chiama Var. A discutere se la prova televisiva stia stravolgendo il gioco più bello del mondo, o se invece non sia la nostra assoluta mancanza di sportività, di obbiettività a farlo, rendendo problematico, quasi insormontabile, perfino il ricorso all’evidenza. Alla prova TV, appunto, che da decenni costituisce il luogo di ritrovo preferito dei tifosi di tutte le squadre, il culmine e la sintesi di tutte le discussioni da Bar Sport. Si chiamava moviola, una volta, e si doveva aspettare la Domenica Sportiva a notte quasi fonda per vederla in azione. Adesso si chiama Video Assistant Referee, e a volte bisogna aspettare anche cinque minuti per averne il responso, ma direttamente sul campo di gioco. Come ieri, con quel recupero allungato a quasi 12 minuti, un altro record. La Fiorentina ultimamente sta guadagnandosi diverse pagine del Guinnes dei Primati.
Liquidiamo subito il discorso Spalletti. Il mister di Certaldo non è nuovo a siparietti (chiamiamoli così) come quello che è andato in scena nel dopo-partita. Spalletti scambia spesso e volentieri le interviste post-gara con la sceneggiatura di un film di Pieraccioni, anche se è sicuramente assai meno divertente. L’allenatore nerazzurro ci dà dentro sempre e soltanto quando le decisioni arbitrali penalizzano la sua squadra. Nessuna traccia di reminiscenza di episodi come il polpastrello di Vitor Hugo che gli valse praticamente la vittoria nella gara di andata. Nessun dubbio, neppure un accenno di fair play come quello che fa dire al suo collega Pioli: «questi probabilmente non sono rigori da dare, ma se li danno a tutti li prendiamo anche noi».

Gioia Pioli, furia Spalletti

Gioia Pioli, furia Spalletti

Succede di tutto, e al contrario di ciò che accadeva in passato (vedi alcuni arbitraggi dell’interista Damato), la discrezionalità del direttore di gara stavolta è tutto sommato ridotta dall’osservazione – come dicevamo – dell’evidenza. Se proprio vogliamo lamentare un errore arbitrale, in occasione del pareggio di Vecino non c’é un interista in fuorigioco (l’ex viola), ma ce ne sono addirittura due. E il pestone di Muriel a D’Ambrosio è in giravolta, con l’interista alle spalle del viola che non può vederlo e tantomeno evitare di colpirlo.
Ma va bene così, il 3-3 ci sta come risultato finale equo, per quanto pirotecnico. I viola vanno in vantaggio con uno dei gol più veloci di tutti i tempi, diciassette secondi sono un altro paragrafo del Guinnes dei Primati. E’ un momento fortunato per la famiglia Simeone, il Cholito non colpisce perfettamente sull’assist di Chiesa, ma De Vrij ci mette una pezza correggendo nella propria rete. Pareggia l’Inter altrettanto velocemente con Vecino, autore – a prescindere dal suddetto fuorigioco – di un gesto atletico e tecnico che qui a Firenze non sapevamo fosse in grado di fare, lui che non trovava mai nemmeno la porta di casa.
Poi, il gran gol di Politano, e l’Inter che chiude in vantaggio un primo tempo che la Fiorentina ha non diciamo dominato ma in cui si è fatta sicuramente preferire. Il problema viola è che senza Pezzella la difesa è come un mobile IKEA senza istruzioni. Dietro si balla manco fossimo al Tenax. Nella ripresa, si gioca più alla televisione che sul campo. Dove Edimilson alza il gomito, nel senso che compie il gesto atletico tipico di chi salta, issandosi in aria con il braccio sollevato per darsi spinta. Il pallone colpisce quel braccio, tecnicamente distante dal corpo. E qui, delle due l’una: o quei rigori non si danno, come dice Pioli, oppure si prendono e si sta zitti, il contrario di quello che fa Spalletti.
Sul 3-1 sembra la classica partita persa da una Fiorentina bellina ma leggera al cospetto di un’Inter bruttina anzi che no ma fisicamente più tosta. Perfino Perisic e Brozovic fanno la loro porca figura, finalmente di ritorno dallo stadio di Mosca dove la Croazia ha giocato la finale dei mondiali e dove i suddetti avevano fato registrare la loro ultima apparizione.
Sembra notte ancor più fonda quando l’arbitro – che si chiama con il nome spaventosamente evocativo di Abisso – annulla il gol con cui Biraghi accorcia le distanze, dopo il pestone di Muriel a D’Ambrosio. Ma la Fiorentina, o meglio i suoi attaccanti non si arrendono. Chiesa e Muriel (entrato al posto di Simeone) ci provano. Alla fine ci riesce il colombiano, con una punizione da venticinque metri di quelle che una volta sia viola che nerazzurri erano abituati a segnare spesso.
Nel quarto d’ora finale, attacchi disperati viola e contropiedi nerazzurri quasi letali. Chiesa, Muriel e Perisic sbagliano di poco il colpo del rispettivo KO. Le due squadre perdono anche tempo, un sacco di tempo con polemiche anche plateali, tanto che l’arbitro alla fine concede ben sette minuti di recupero.
Diventeranno 12. E’ il 96° quando, è il caso di dire, la Fiorentina risale dall’abisso. Sul cross in area, D’Ambrosio intercetta la palla con qualcosa di più del polpastrello che era stato sanzionato a Vitor Hugo a San Siro. Ma ci vogliono cinque minuti davanti alla televisione per farsene tutti (o quasi) una ragione. Abisso, che aveva già concesso il rigore istintivamente, non ritorna sulla propria decisione. Veretout dal dischetto spiazza Handanovic, la Fiorentina pareggia all’ultimo tuffo. E’ il 112°, e anche questo andrà nel Guinness dei Primati.

Abisso al Var, squadre in attesa

Abisso al Var, squadre in attesa

«Rigore è quando Var dà», avrebbe detto Vujadin Boskov, uno che aveva più buon senso e più cognizione di causa di Luciano Spalletti. Bisogna abituarsi a questo nuovo mezzo tecnologico a disposizione dei direttori di gara, accettarne i responsi e semmai rammaricarsi soltanto quando – come successe al Sassuolo contro la Juventus qualche settimana fa – ne viene addirittura negato l’uso di fronte ad un atterramento plateale in area di rigore.
Archiviata l’Inter e l’ennesima notte brava dei suoi ragazzi, la Fiorentina si conferma squadra che alla fine probabilmente non porterà a casa niente in termini di risultati (parliamo del campionato, mentre ormai incombe la Coppa, e potrebbe essere un discorso diverso), ma che almeno, rispetto al girone di andata, diverte. Segnando e prendendo gol a grappoli. E’ un calcio se si vuole pionieristico, d’altri tempi, ma il convento passa questo. E invece del brodo lungo il priore Pantaleo ha servito in tavola almeno quel Muriel che assieme a Chiesa, come avevamo facilmente pronosticato, leva e leverà diverse castagne dal fuoco.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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