Robert Redford, il vecchio e il cinema

di Simone Borri

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Visto lo splendido, crepuscolare passo d’addio al cinema di Robert Redford, The old man and the gun. L’avrei definito inavvertitamente struggente, se non fosse che – a ben pensarci – Redford non lascia mai spazio alla malinconia. Basta quel suo sorriso che, oltre a rassicurarci su un finale di storia che non può non essere lieto anche quando si prospetta tragico, racchiude in sé tutto il senso di una vita spesa bene a costruire una leggenda di se stesso, malgrado sia stata vissuta in modo assolutamente normale.

Grande attore, fin dai tempi in cui – poco più che ragazzo – rubava la scena al suo omologo della generazione precedente, Paul Newman, in Butch Cassidy e poi nella Stangata. Grande attore adesso che, pur avendo lasciato che le rughe invadessero il suo volto dando libero sfogo all’età, riesce ancora con un minimo movimento dei suoi tratti, con una impercettibile increspatura del suo sorriso a trasmettere emozioni e significati preclusi a molti dei suoi colleghi di allora e di adesso.

Grande uomo, che ha vissuto bene e che non ha avuto paura di invecchiare, anzi ha accettato il sopraggiungere della vecchiaia camminandole accanto, senza fuggire a rifugiarsi dal chirurgo plastico che accoglie molti dei suoi colleghi e degli uomini in qualche modo pubblici, i quali dimostrano di non aver capito nulla né di quello che sono stati né di quello che dal tempo è concesso loro di essere ancora.

Grande prova, e sarebbe stata sufficiente la penultima, quel Le nostre anime di notte che aveva rinnovato la magia di A piedi nudi nel parco, cinquant’anni dopo, accanto ad una Jane Fonda che vale tra le donne attrici quello che lui vale tra gli uomini. Ma quella era una questione privata tra lei e lui, fatti l’uno per l’altra, e decisi a confessarsi finalmente in pubblico.

Robert Redford con la splendida Sissy Spacek

Robert Redford con la splendida Sissy Spacek

No, per il saluto al suo affezionato e già inconsolabile esercito di fans, Robert Redford aveva bisogno di qualcosa di ancora più intimo. Ecco dunque la storia strana e coinvolgente di questo Forrest Tucker, rapinatore di banche esistenzialista, a cui il bel volto del vecchio ragazzo Redford regala una rappresentazione destinata a rimanere nella storia del cinema. Accanto a lui, Sissy Spacek, Danny Glover, Tom Waits, Keith Carradine dimostrano di essere della stessa stoffa, essendo piacevolmente invecchiati insieme a tutti noi senza perdere ciò che ce li aveva fatti amare da ragazzi. Quell’esprit de finesse applicato all’arte recitativa che non ti insegnano in nessun Actor’s Studio. O ce l’hai, o la gente ti dimentica dopo due o tre comparsate.

E così, negli ultimi fotogrammi di questo film delizioso salutiamo non soltanto il ladro gentiluomo, ma anche l’uomo che ha saputo presentarsi alla soglia degli 82 anni in perfetta forma per interpretarlo al meglio, e congedarsi alla grande da un pubblico che adesso cercherà il suo erede già sapendo che non esiste. Come non esiste erede per il suo coetaneo Clint Eastwood, che tra pochi giorni si appresta allo stesso commiato, forte dei suoi 80 anni spesi come meglio non poteva, e dell’ultima figura a cui dare anima, quella del Corriere.

Grazie Robert Redford. Andare al cinema ai tuoi tempi è stato uno splendido suddividersi tra l’epica (mai retorica) e le serate trascorse a casa di un vechcio amico, con altri vecchi amici, tutti persi a sentirti raccontare le tue storie, come solo tu sapevi fare.

Quelle battute finali del film, «quando alla fine lo presero, lui sorrideva», lo sappiamo tutti: non parlano di Tucker…… parlano di te.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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