La rivolta

di Simone Borri

Luigi De Magistris, sindaco di Napoli

Luigi De Magistris, sindaco di Napoli

Chiariamo un punto. Quella aperta dalla ribellione dei sindaci del PD contro il Decreto Salvini ed il suo promotore non può essere definita crisi istituzionale. Perché fosse tale, necessiterebbe che avvenisse mettendo a confronto due soggetti istituzionali, ma in questo caso il solo Ministro dell’Interno lo è. Gli altri, i sindaci, nel caso specifico non sono altro che subordinati, nell’occasione insubordinati. Nella materia di che trattasi, il Ministro dispone, i sindaci – in qualità di ufficiali del governo, quindi poco più che burocrati di alto rango – eseguono. Tanto più trattandosi di legge dello stato, per l’esecuzione della quale il nostro ordinamento non ammette deroghe, né sospensive. Con buona pace della dottrina giuridica professata da Orlando e De Magistris (per quanto riguarda quest’ultimo, viene male al pensiero che con siffatta disposizione e cultura abbia esercitato in passato la funzione di magistrato), nonché dai soliti dotti accademici che non si tirano indietro nel soccorso al fortino assediato del partito democratico. Del resto, Mattarella tiene in gioco tutti, come un terzino che non rientra in tempo per il fuorigioco.

No, non c’è crisi istituzionale, dicevamo, ma soltanto il getto della maschera da parte di persone – verrebbe fatto di dire: figuri – che l’elettorato cittadino ha mandato in municipio, o comunque a palazzo, con troppa leggerezza. Niente che in altri tempi meno complicati di questi non avrebbe potuto essere risolto dall’invio di un paio di Carabinieri in alta uniforme, a prelevare il reprobo prendendolo di peso uno per ciascun lato. Fine della rivolta. Fine dell’insubordinazione. Fine di Fort Alamo.

Visita della Digos all'Anagrafe del Comune di Palermo

Visita della Digos all’Anagrafe del Comune di Palermo

La crisi istituzionale, semmai, potrebbe essere suscitata da quelle istituzioni che, come l’amministrazione regionale della Toscana ha fatto ieri, appoggiassero apertamente la rivolta. Pur non avendo – Costituzione alla mano – competenza alcuna nella materia e nella vicenda, una Regione è un soggetto istituzionale di rango sufficiente a provocare un corto circuito giuridico. Ci sono poi la Consulta e le magistrature varie, che verranno probabilmente chiamate in causa dagli Orlando disseminati (si fa per dire) nella penisola e nell’ANCI. Per non parlare di quell’ermo Colle romano da cui si osserva tutto ciò, aspettando probabilmente il momento giusto di intervenire (facendo intanto segno ad un Cottarelli o un Monti di iniziare il riscaldamento a bordo campo).

Il PD ormai è come i volontari del Texas a Fort Alamo. Fuori suonano il Deguello, il Canto della Morte. Dentro, si aspetta la battaglia finale, preparando le poche armi rimaste. I sindaci rivoltosi vorrebbero tanto potersi spacciare per Davy Crockett, Jim Bowie, William Travis, personaggi nobili che difendono i diritti dell’umanità intera dai fascisti che sono al governo. In realtà, difendono più o meno consapevolmente soltanto gli interessi del bisinissi che si è instaurato attorno al traffico di esseri umani nel Mediterraneo ed all’invasione delle nostre città da parte di richiedenti non si sa che cosa, visto che non si sa da cosa scappano. E in ogni caso, come ad Alamo, sarà assai difficile che il Sam Houston di turno arrivi a salvarli, scenda esso dal Colle o da qualche altro palazzaccio romano.

A primavera si vota, e l’unico danno che ormai può fare la Consulta al Governo è di incasinare ulteriormente la legge elettorale. Poi, nel segreto dell’urna, è auspicabile che ognuno saprà distinguere un sindaco incapace da uno che ha fatto il proprio dovere verso i cittadini.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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