Addio Egisto, primavera della Fiorentina

di Simone Borri

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FIRENZE – Nemo propheta in patria. Egisto Pandolfini era fiorentino doc, di Lastra a Signa per la precisione. Come calciatore, non poteva che nascere nelle giovanili della Fiorentina, che al momento del suo esordio in prima squadra, nel novembre 1945, non aveva ancora vent’anni di vita, aveva superato la fase dei tempi eroici, pionieristici, e si apprestava a vivere quella dei momenti di gloria.
Era l’Italia che cercava di rialzarsi faticosamente e dolorosamente in piedi tra le macerie della seconda guerra mondiale, cercando di intravedere qualcosa del proprio futuro tra il fumo delle cannonate che ancora non si diradava. Era un’Italia in cui non si disputava da due anni nemmeno il campionato nazionale di calcio, causa mancanza di continuità territoriale tra il Nord di Salò ed il Sud del Re di Brindisi. In sostituzione, si giocavano campionati regionali, e quello toscano lo vinse la giovane Fiorentina con il giovanissimo Pandolfini all’esordio.
Ma nessuno è mai profeta in patria, si diceva. Egisto non convinse i dirigenti dell’epoca, figure transitorie tra la gestione Ridolfi – il fondatore in quel momento epurato perché compromesso con il passato regime – e quella che, di là da venire, avrebbe portato la squadra viola nell’Olimpo degli Dei, la gestione Befani.
Mentre la Fiorentina assemblava pezzo dopo pezzo la squadra che nel 56 avrebbe stupito il mondo e vinto il primo scudetto, Pandolfini emigrava definitivamente a Roma, poi a Milano sponda Inter, poi a concludere una carriera avara di titoli e soddisfazioni nella Spal e nell’Empoli che l’avevano svezzato. Era un uomo giusto, senza la fortuna di capitare nei posti giusti al momento giusto. In Nazionale, dove giocò complessivamente 21 partite, ebbe la malasorte di vivere il periodo del primo dopoguerra, il più buio della storia azzurra se si eccettua quello attuale. Ai Mondiali di Brasile (1950) e Svizzera (1954) si salvò dal disastro di entrambe le spedizioni entrando anche nelle classifiche marcatori, ma non bastò a portare l’Italia oltre il primo turno.
Le soddisfazioni più grosse Pandolfini se le sarebbe tolte da allenatore. Come responsabile delle giovanili viola, fu lui a tirare su i ragazzi che in prima squadra avrebbero fatto la fortuna di Bruno Pesaola e riempito di gioia Firenze. Avendo lambito soltanto da calciatore la spiaggia del primo scudetto viola, da allenatore e da talent scout fu determinante per lo sbarco su quella del secondo. Superchi, Esposito, Ferrante, Merlo, De Sisti, Brugnera, furono tutte sue scoperte. La Fiorentina ye-ye degli anni sessanta fu made in Pandolfini.
Ma il capolavoro della sua carriera lo fece il giorno in cui prese in disparte Nils Liedholm – allenatore viola dei primi anni settanta – e gli disse in un orecchio: «guarda che lassù in Piemonte gioca un ragazzo che promette di diventare fortissimo, ancora non se n’é accorto nessuno, nemmeno la Juve che è lì a due passi…..».
E Liedholm, che di talenti se ne intendeva quanto lui, non se lo fece ripetere, passò il suggerimento al presidente Ugolini che spedì subito i suoi emissari in direzione Astimacobi, per chiudere l’affare. Il ragazzo si chiamava Giancarlo Antognoni.
Ti sia lieve la terra, soffice come quella del Franchi (che ai tuoi tempi si chiamava Stadio Giovanni Berta), Egisto Pandolfini, vecchio ragazzo viola.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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