2019, l’anno di Blade Runner

di Simone Borri

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Il 2019 sarà, per i cultori della fantascienza socialmente impegnata, un anno topico. Come lo era stato il 1984, anno in cui era stato ambientato il romanzo futuribile di George Orwell, scritto dal giornalista inglese quarant’anni prima all’indomani della seconda guerra mondiale e della fine degli incubi a cui essa aveva dato vita e sostanza, per lasciare intravederne subito dopo il proprio termine anche di peggiori.

Il Grande Fratello e la sua dittatura computerizzata, allo scoccare dell’anno 1984, non erano sembrati nella realtà molto lontani dall’avverarsi. Esperienza che può ripetersi adesso che il nuovo calendario volta le sue prime pagine relative ai giorni d’inizio di questo 2019.

Era il 1982 quando un già affermato regista britannico – che aveva già messo a segno due colpi non da poco con I duellanti (l’epico e metafisico duello prolungato nel tempo tra i due ufficiali napoleonici Harvey Keitel e Keith Carradine) e con Alien (lo scontro tra il primo celebre mostro del cinema dopo King Kong e Godzilla, e la prima eroina autosufficiente al femminile con le fattezze di Sigourney Weaver) – portò sul grande schermo quello che resta a tutt’oggi il suo capolavoro e che gli spalancò definitivamente le porte di una carriera straordinaria.

Ridley Scott

Ridley Scott

Assieme a Stanley Kubrick, Ridley Scott è da considerarsi il più grande tra i poliedrici registi che si sono cimentati anche con la fantascienza. Al pari di 2001 Odissea nello Spazio, il suo Blade Runner può essere considerato non soltanto il proprio masterpiece (in relazione ad una carriera che in ultima analisi è fatta pressoché soltanto di prove d’autore), ma anche una pietra miliare assoluta. Dopo il film di Scott, la fantascienza – ovvero l’arte di mettere insieme fantasia e scienza e predire il futuro – non avrebbe più potuto essere la stessa. E non lo è stata.

Il film di Scott era anche un atto di giustizia, perché finalmente portava a conoscenza del grande pubblico (al di fuori del circolo ristretto dei cultori della fantascienza, degli abbonati ad Urania) l’opera di un altro fuoriclasse come lui. Di tutti i padri della science fiction scritta, Philip K. Dick è stato un soggetto del tutto particolare. Praticamente e fortunatamente sprovvisto di quel senso della bontà assoluta del progresso che rende necessariamente positivista e ottimista lo sguardo verso il futuro dell’umanità, Dick – che per ironia della sorte venne a mancare proprio mentre il film tratto dal suo capolavoro usciva nelle sale, procurandogli fama postuma immortale – era il capostipite della fantascienza esistenzialista. Quella che non si faceva e non si fa illusioni né sulla natura umana né sul progresso con cui è capace di modellare la propria vita e la società in cui essa si svolge. E che finisce per creare sopra di sé un cielo fosco e ammorbato come quello che appesantisce per tutta la sua durata la vicenda di Blade Runner.

Philip Kindred Dick

Philip Kindred Dick

Se il libro di Dick era arrivato in Italia con una pessima traduzione del titolo ((Do Androids Dream of Electric Sheep? era diventato l’asettico ed insignificante Il cacciatore di androidi), al film andò meglio. Nella misura in cui fu mantenuto alla pellicola il titolo originale scelto personalmente da Scott.

Blade Runner, colui che corre sul filo del rasoio. La storia di un detective all’apparenza nel solco della grande tradizione americana di Chandler ed Hammett, ma trapiantato in un futuro del tutto particolare. La sua unità, la sua FBI, si occupa di rintracciare ed eliminare quei robot creati dall’uomo per assolvere a tutti i compiti a cui l’uomo non vuole più dedicarsi, e che essendo stati realizzati talmente bene da sviluppare una propria intelligenza e coscienza autonome, arrivano a desiderare di rendersi indipendenti, longevi, felici.

Gli androidi di Dick sognano pecore eletriche? Quello che conta è che sognano, e desiderano una libertà che li spinge alla fuga, fino a mettersi in contrasto con i loro creatori che ne conoscono bene le potenzialità, pericolose ormai per l’uomo.

I replicanti ripetono alla perfezione la vita umana, con i suoi pregi e difetti. Ma hanno una data di scadenza innestata loro dalla ditta produttrice, quella Tyrell Corporation che sposta nel futuro di Dick e Scott la paura del Grande Fratello già evocata magistralmente da Orwell. Che dà nuova voce al rifiuto delle grandi e onnipotenti multinazionali che già all’epoca di uscita del film stava diventando patrimonio comune di quella parte dell’umanità che ci teneva ad identificarsi come progressista.

Harrison Ford nei panni di Rick Deckard, Unità Blade Runner

Harrison Ford nei panni di Rick Deckard, Unità Blade Runner

Ad impersonare il marlowiano Rick Deckard, Scott andò sul sicuro e chiamò un attore che aveva appena avuto la sua consacrazione. Harrison Ford non era più la comparsa di American Graffiti, ma l’astro consacrato da Han Solo di Guerre Stellari e da Indiana Jones. La sua recitazione come sempre misurata e ironicamente sotto traccia rese credibile il suo personaggio, e ancora più verosimilmente disperata la sua missione: confrontarsi con un mondo ormai artificiale, di plastica, irrimediabilmente inquinato e contaminato. Un mondo ormai inospitale per l’uomo, che i replicanti, non necessitando di respirare aria pura come lui, sono destinati fatalmente ad ereditare, prima o poi.

Rutger Hauer, nei panni di Roy Batty, l'ultimo replicante

Rutger Hauer, nei panni di Roy Batty, l’ultimo replicante

Ad impersonare il suo alter ego, l’avversario che gli dà filo da torcere fino alle battute finali scegliendo alla fine di risparmiarlo, di salvarlo perché almeno lui mantenga il ricordo che si sta spegnendo assieme alla vita artificiale del replicante Roy Batty, Scott chiamò invece un attore semisconosciuto e finì per consacrare un’altra stella. Rutger Hauer era un caratterista olandese che si ritrovò, dopo aver recitato il suo celebre monologo finale (*), stella del cinema hollywoodiano. Inquietante nelle sue espressioni, convincente nel ruolo del pericoloso robot che ha l’unica colpa di voler vivere oltre la sua data di scadenza, così come di lì a poco lo sarebbe stato nei panni dello psicopatico autostoppista in The HitcherLa lunga strada della paura.

Il film fu un successone malgrado spaccasse critica e pubblico in due, come si conviene ai capolavori epocali. Qualcuno contestò la sua scarsa presa in termini di azione, altri – i più, per la verità – apprezzarono la fedeltà alla scrittura originale. L’esistenzialismo di Dick perfettamente reso dalle atmosfere cupe di Scott, che solo nel finale dà speranza – o illusione – allo spettatore aprendogli un cielo sereno sopra l’astronave di Deckard e della replicante Rachel in fuga dagli altri Blade Runner che vorrebberola loro eliminazione. Il loro ritiro.

Da segnalare, l’immancabile sequel – a firma di un regista cult dell’ultima generazione, Denis Villeneuve, acclamato stavolta dalla critica ma bocciato dal pubblico, che ha visto nel suo Blade Runner 2049 uno scivolamento nell’ipertecnologico, nel fumettistico, negli effetti speciali che non potrebbero essere più lontani dallo spirito dell’originale. Con la partecipazione di un Harrison Ford tra l’altro che tenta il tris dopo i colpacci messi a segno con l’Indiana Jones e lo Han Solo invecchiati degli ultimi sequel delle sue celeberrime franchise, ma che stavolta riesce solo ad immalinconire, quanto e più del suo vecchio avversario che gli si spegne tra le braccia al termine della battaglia del 1982.

Los Angeles, A.D. 2019

Los Angeles, A.D. 2019

Quanto all’originale, le sue versioni riproposte con l’aggiunta dei tagli imposti a suo tempo dalla produzione – il cosiddetto Director’s Cut – non cessano di affascinare le nuove generazioni, mentre rimandano con nostalgia e con sopravvenuta e forse tardiva presa di coscienza la mente di quella un po’ invecchiata che lo vide uscire nelle sale la prima volta alla ingenua sensazione di eccessiva futuribilità che certe immagini e certe trovate allora suscitavano.

Ai posteri, ovvero a noi sopravvissuti del 2019, l’ardua sentenza. Basta girare per una qualunque strada di una qualunque delle nostre periferie per rendersi conto che le visioni di Dick e Scott si sono sostanzialmente avverate, o sono comunque sul punto di farlo. Viviamo in una realtà sempre più plastificata, corrotta, inquinata, intrappolati in rapporti sociali e interetnici che qualcuno vorrebbe spacciare come progressismo e solidarismo e che invece rispecchiano sempre più una sostanziale alienazione, una incompatibilità connaturata agli umani, più che ai replicanti che forse – per quanto ne sappiamo – sono già tra noi.

Manca per il momento la bancarella cinese che vende occhi di ricambio. Per il resto, con la benedizione di Philip K. Dick e di Ridley Scott, fedeli all’originale ed alla loro visione non ci stiamo facendo mancare nulla.

Sean Young nei panni di Rachel, la compagna replicante di Rick Deckard

Sean Young nei panni di Rachel, la compagna replicante di Rick Deckard

(*) «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»

(Roy Batty)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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