Li avreste messi nel vostro presepio?

Giorno 1

MariaElenaBoschi181201-001«Auguro al sig. Antonio Di Maio di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia». Così Maria Elena Boschi ha commentato la vicenda che vede inquisito il padre del vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio ricollegandola a quanto successe a lei ed al proprio padre Pier Luigi, amministratore della nota Banca Etruria.

Cara sig.ra Maria E., ci associamo all’augurio. Soprattutto che, a differenza di quanto accade a suo padre, nessuno stia cercando quello di Luigi Di Maio per tutta la provincia brandendo in mano un randello nodoso.

Giorno 2

RinoGattuso181202-001-1024x680«Si lamenta perché non ho fatto cambi? Io non parlo di politica perché non capisco nulla. A lui dico di pensare alla politica perché con tutti i problemi che abbiamo nel nostro Paese, se il vicepremier parla di calcio significa che siamo messi male».

La rispostaccia, indirizzata nel posticipo di Lazio – Milan da Rino Gattuso aMatteo Salvini, evoca un paragone storico. Quando Berlusconi attaccò duramente e pubblicamente l’allora CT della Nazionale Dino Zoff per aver perso la finale europea contro la Francia, il mister masticò amaro ma elegantementenon replicò, limitandosi a presentare le dimissioni.

La classe non è acqua. E chissà, forse nemmeno vino, a giudicare dalla risposta ben diversa data da Gattuso a Salvini. Ringhio che abbaia e morde, e sul dark web dei simpatizzanti PD diventa eroe per un giorno. Ci aspetteremmo le dimissioni del mister anche stavolta, più che altro per bon ton.

Ma noi ovviamente non siamo né comunisti né milanisti.

Giorno 3

LauraBoldrini181203-001«La pratica del sessisimo è molto frequente in quest’Aula», tuona l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, «È presente anche nei banchi del governo dove il ministro Salvini mi paragonò a una bambola gonfiabile».

Ma…. Diciamolo! Anche soltanto pensarla una cosa del genere! Sei ridotto così male da doverti procurare una bambola gonfiabile? E per di più te la vai a comprare con le sembianze della Bolrdini???

Giorno 4

SergioMattarella181204-001E’ stato un anno cruciale nella storia d’Italia contemporanea, ed in certi momenti anche drammatico. Lui ha fatto di tutto per renderlo ancora più drammatico, con la sua aria da buon padre di famiglia di una volta, tutto valori cristiani e buon senso e retorica giuridico-amministrativi.

Quanti di voi hanno sognato di potergli dire in faccia cosa pensano di lui, e si sono trattenuti per timore del famigerato reato di vilipendio? Alla fine, la giurisprudenza che lo ha partorito gli ha voltato le spalle, vi è venuta in soccorso. Il capo dello stato che in realtà si è sempre posto come il principale rappresentante della matrigna europea nel nostro paese, raccogliendo la discutibile e discussa eredità del predecessore, adesso è un re nudo come quello di Andersen.

La Procura di Roma ha stabilito, nella richiesta di archiviazione di una denuncia di una ragazza per diffamazione online, che «proferire insulti sui social network non costituisce reato, ma rappresenta tutt’al più un “modo di sfogarsi o di scaricare lo stress (…) Le espressioni denigratorie costituiscono un modo efficace di sfogare la propria rabbia e godono di scarsa credibilità».

Se volete pubblicare cosa pensate del presidente della repubblica, il primo anello di congiunzione tra il calendario dell’avvento dell’anno scorso con quello di quest’anno, almeno su facebook da oggi potete farlo.

Giorno 5

MarcoTravaglio181205-001Disgraziata la patria che ha bisogno di simili giornalisti, parafrasando Bertolt Brecht. Marco Travaglio è l’enfant prodige della stampa italiana da almeno vent’anni, da quando pubblicò il suo libro su Mani Pulite e fu acclamato come l’erede di Montanelli e il caposcuola della nouvelle vague dell’informazione libera e indipendente.

Con la sua aria da odiosetto e ruffianetto primino della classe (il compagno che avremmo voluto avere tutti nella nostra di classi, non foss’altro per attendere il momento in cui maestre e prof. non guardavano….), da Saint Just de noantri, moralista inflessibile a scapito dei peccati altrui, in cerca perenne di un Robespierre che gli metta a disposizione la ghigliottina senza sindacare sui propri, Travaglio sogna da una vita di giustiziare la sua nemesiSilvio Berlusconi, e per sua disdetta il giorno che lo incontra finalmente faccia a faccia in tv fa la figura del disturbatore alla Gabriele Paolini, balbettando frasi smozzicate e prendendo bacchettate sulle mani dalle unghie a lungo rosicate.

Travaglio sogna di entrare nell’entourage dei Cinque Stelle, per diventarne il Ministro della Propaganda. E questi gli si vanno a mettere con Salvini, alla faccia del PD che come nullità di contorno era tanto più comodo!

Travaglio rompe i coglioni tutti i giorni al governo, manco fosse un Mario Calabresi qualsiasi. Ma lo fa solo con la metà leghista. Signora maestra, guardi un po’ che fa Salvini……

Questi sotto sono i risultati. Se questo è un giornalista…. Se il Fatto Quotidiano è un giornale…..

FattoQuotidiano181205-001

Giorno 6

tifosicalcio181206-001Nel suo celebre saggio del 1981 The Soccer Tribe, la Tribù del Calcio, il sociologo inglese Desmond Morris stabiliva l’altrettanto celebre paragone tra i comportamenti, i rituali e i miti degli appartenenti alle tifoserie del football moderno e quelli delle comunità tribali preistoriche o sopravvissute fino ai giorni nostri.

Gli individui umani, egli sostiene, «nel lungo cammino dell’evoluzione, si sono trasformati da cacciatori a calciatori, passando attraverso attività sempre meno sanguinarie». Oggi i calciatori sono i nuovi gladiatori e, in quanto tali, in ogni caso, eccitano il livello emozionale primordiale e ancestrale della folla. Non cambia però, per Morris, il significato di caccia rituale, in cui l’arma è la palla e la preda è la porta.

«La folla della Curva non è un branco disorganizzato, ma un gruppo ben strutturato, i cui membri si riconoscono fra loro attraverso la comunicazione simbolica espressa dai loro abiti, dalle bandiere, dai cori, dalle liturgie, che, in una sorta di rito collettivo, sanciscono e rafforzano l’identità del branco dei tifosi». Ovviamente, Morris si riferisce, in genere, a quella parte della tifoseria che vive «senza orizzonti di senso, nell’emarginazione sociale, per cui essi necessitano di una riaggregazione sociale, data proprio dall’appartenenza ad un gruppo sportivo, a dei colori specifici».

Non avevamo citazione migliore di questa per commentare l’operato di gente che inneggia alla tragedia di Superga, alla tragedia dell’Heysel, alla tragedia di Gaetano Scirea. Dovunque e per qualunque motivo.

E francamente, di che colore essi siano, per che squadra tifino, di quanta gente si tratti, di che posizione abbiano preso al riguardo la città o il gruppo di appartenenza, non ce ne può fregare di meno.

Siete bestie, più arretrate dell’Uomo di Neanderthal o di Cro-Magnon.

Giorno 7

ArmandoSpataro181207-001Armando Spataro è procuratore della repubblica presso il tribunale di Torino. A questo calendario interviene a nome proprio e per conto della magistratura, o perlomeno di quella parte di essa che da tempo si è schierata in politica anche senza acquisire la tessere di un partito come ha fatto Michele Emiliano, che in questi giorni si é ricordato di essere per l’appunto un magistrato prima ancora che un esponente del PD.

Spataro è un tipico rappresentante della sinistra giudiziaria, ex esponente della corrente Movimento per la Giustizia in seno all’Associazione Nazionale Magistrati e per inevitabile osmosi al Consiglio Superiore della Magistratura, di cui fa parte. Ma soprattutto è un tipico esponente di quella parte della sua categoria che si ritiene intoccabile, e nello stesso tempo autorizzata da una Costituzioneinterpretata a comodo a poter toccare chiunque, comunque, senza renderne conto.

La sua polemica con Salvini ha lo stesso fondamento (e lo stesso savoir faire) di quella intentata da Gattuso, già apparso in questo calendario. Solo che mentre nel caso del secondo trattasi di tipico animale (absit iniuria verbis) da spogliatoio calcistico, nel primo invece trattasi di persona che esercita funzione così delicata che dovrebbe pesare ogni parola che dice, non solo nella sua aula di tribunale.

La sinistra che lo acclama da tempo come eroe, mancandogliene altri, insorge per la risposta di Salvini, che a suo dire «lede l’immagine di un servitore dello stato». La frase arrogantemente offensiva di Spataro nei suoi confronti invece no, non lede l’immagine di un altro servitore dello Stato, nella fattispecie il ministro dell’Interno che si complimenta con le Forze dell’Ordine per l’ultimo blitz antimafia, ad operazione già chiusa.

Come rileva il ministro, il dott. Spataro è prossimo alla pensione, al termine di una carriera cominciata a Monza nel 1978 dove accusò il pilota Riccardo Patrese di omicidio colposo ai danni del collega Ronnie Peterson (il buongiorno che si vede dal mattino…., del resto, come dice il procuratore stesso, questo è ciò che offriva ed offre il paese). Gli auguriamo sinceramente di godersela. Quanto a rimpiangere lui e la sua opera di servitore dello stato, crediamo che sarà una fattispecie che riguarderà solo una certa magistratura ed una certa parte politica, ormai ambedue di minoranza nei rispettivi ambiti.

Giorno 8

OlivieroToscani181208-001-1024x772Se non fossimo pienamente convinti delle ragioni di Giorgia Meloni quando lo apostrofa come razzista, tra l’altro, «verso il dramma di chi soffre di disturbi psichici», definiremmo Oliviero Toscani un cretino. Ma siccome trattasi di termine medico che identifica persone che soffrono di una patologia di cui sono assolutamente incolpevoli, e che hanno pienamente diritto a non essere offese né tantomeno discriminate, ce ne asteniamo.

D’altra parte, il fotografo Toscani in quota a tutte le sinistre della storia contemporanea d’Italia (purché estreme e snob come si conviene a chi fa da riferimento alla medio-alta, o presunta tale, borghesia radical chic con ambizioni intellettuali) si è sempre commentato da solo, con i suoi scatti e le sue campagne fotografiche che hanno avuto di volta in volta un minimo comune denominatore: il dubbio gusto.

Toscani, uomo per il quale nemmeno la sua prole (*) si sente di esprimere un minimo di sentimento positivo, sgomita da tempo per avere quella visibilità che evidentemente le sue foto non bastano più ad assicurargli. E siccome si sente un intellettuale in quota alla sinistra, il bersaglio della sua rozzezza mentale e dialettica è fatalmente la destra.

Con Giorgia Meloni, che definisce «poveretta, ritardata, brutta e volgare», sbaglia clamorosamente avversario, finendo al tappeto in pochi round, quelle poche righe che bastano alla segretaria di Fratelli d’Italia a etichettarlo – per chi si mettesse in collegamento con il personaggio soltanto adesso – come una «persona visceralmente razzista e miserabile».

GiorgiaMeloni181208-001

(*) Dalla lettera inviata al Corriere della Sera da Olivia Toscani, figlia del fotografo Oliviero.

Sono Olivia Toscani, la figlia maggiore di Oliviero Toscani. Scrivo in merito all’articolo (Corriere, 1 dicembre 2017) in cui mio padre è intervistato da Maria Luisa Agnese. Contesto totalmente le parole di mio padre riguardo al suo rapporto con le figlie. Non l’ho più visto dall’età dei miei quindici anni, quando sono andata via dalla nostra casa a Casale Marittimo per i continui maltrattamenti psichici e per i ricatti che costantemente manifestava con violenza e aggressività, sia contro di me, sia contro mia madre, Agneta, la sua prima moglie con cui ha avuto due figlie. Sin dalla separazione dei miei genitori l’ho sempre sentito imprecare contro di noi, bestemmiando, fino ad arrivare al limite inaudito di imprecare contro la nostra vita stessa (noi ancora bambine, ahimè). Il nostro riavvicinamento non sarà mai possibile senza un profondo e sentito atto di amore e conversione. Oggi Oliviero è un estraneo con un grosso debito umano e morale. I miei figli lo conoscono a malapena. I suoi vantati 14 nipoti sono in realtà 11. I miei figli respingono in maniera netta tale impostura. Oliviero non è riuscito a formare una famiglia allargata unita e pacifica come dice lui. I miei figli non possono andare a casa sua e non è mai stato un nonno vero. In definitiva un Non Padre avrebbe potuto recuperare la sua posizione riscattandosi come un Buon Nonno. Ed è già tardi…

Giorno 9

GiuliaBongiorno181209-001-1024x611In ogni compagine governativa ce n’é uno, o una. Anche l’attuale non fa eccezione. Parliamo della persona giusta nel posto sbagliato, del talento sprecato ad occuparsi di una materia lontana dalla propria competenza.

Giulia Bongiorno sarebbe stata un grande, grandissimo ministro della giustizia, anche se probabilmente – proprio per il fatto di conoscere e padroneggiare la giustizia, e soprattutto sapere benissimo quali sono i difetti del nostro sistema giudiziario – non avrebbe raccolto il benestare di alcuno degli addetti ai lavori di tale sistema. E forse è per questo che, non volendosene comunque privare, il governo gialloverde l’ha cooptata delegandole la materia del riordino della pubblica amministrazione. Ritenendola magari, per faciloneria indotta dalle cronache quotidiane, materia limitrofa a quella di cui era tagliata su misura per occuparsi.

improntedigitali181209-001Giulia Bongiorno piomba sulla pubblica amministrazione e sui suoi veri e presunti furbetti con l’impeto e l’atteggiamento di un magistrato inquirente, proprio lei che nasce avvocato di difesa. «Mi rifiuto di chiamare malcostume l’uso improprio del cartellino: è reato, reato di truffa aggravata», dice il ministro per la Pubblica Amministrazione accompagnando al voto in Senato il Ddl Concretezza, che tra le altre cose prevede un piano per la moralizzazione della P.A. e la lotta spietata ai suddetti furbetti nel presupposto che ciò basti a renderla più efficiente.

«Di fronte a un reato abbiamo il dovere di intervenire», prosegue la Bongiorno rispondendo alle critiche su un eccesso di controllo e sulla violazione della privacy. «La privacy e la riservatezza – sottolinea – sono un bene protetto ma da bilanciare con altri beni. Per me il bene che deve prevalere è la correttezza di chi entra in ufficio».

Oggetto delle critiche è la volontà espressa nel decreto di ricorrere – per combattere la cosiddetta falsa attestazione di presenza in servizio e quant’altro di illegale connesso – a gadgets che finora siamo stati abituati a vedere, e giustificare, nei film di James Bond. Quello delle impronte digitali pare a molti un accertamento eccessivo, in un paese tra l’altro dove non si riesce a portare in aula di tribunale la minima prova scientifica, perché o inquinata o comunque compromessa o attenuata da mancanza di altri riscontri oggettivi.

JamesBond181209-001-600x340Prossimo passo? La prova del DNA e lo scanner della retina,in luogo della vecchia cartolina da timbrare o all’atto dell’accensione della workstation? La voce, rigorosamente femminile, suadente o gelida a seconda del comportamento del dipendente, che dà il buongiorno al log in matitiniero o l’arrivederci al log off serale, e che lo incoraggia o richiama per tutta la giornata lavorativa ad ogni tasto digitato sulla tastiera o ad ogni alzata dalla sedia della postazione?

Si rischia il probabile errore giudiziario come nel caso di Bossetti o una deriva verso il film di fantascienza – legal thriller che potrebbe finire per rendere la nostra pubblica amministrazione ancora più ridicola? Una commedia alla Lino Banfi innestata su un plot drammatico alla John Grisham? Su una cosa si può essere tutti d’accordo, fautori del legal – ministro e non: la Bongiorno sta proseguendo sulla strada intrapresa dalla Madia, che di talento ne aveva poco e di confusione in testa tanta.

furbetti del cartellino esistono perché prima di loro e sopra di loro esistono ifurboni: gli amministratori e i dirigenti degli uffici che dovrebbero controllare i dipendenti e la loro produttività reale (e qui ci sarebbe da aprire un altro capitolopoco lusinghiero per chi ci governa), e che avrebbero avuto gli strumenti per farlo anche prima del decreto Madia. Ma se ne sono guardati sempre assai bene, perché ciò avrebbe comportato prima di tutto essere presenti in servizio a loro volta, e poi magari non cointeressati agli sgarri come a volte, se non spesso, succede.

retinalscanner181209-001-600x400Il caffè delle 10,30 sarà anche un danno erariale insostenibile, o addirittura una truffa e un reato odiosissimi, come dice la ministra Bongiorno. Ma si tratta semmai di valutarne l’impatto sui costi pubblici avendo a riferimento dieci minuti rapportati a stipendi sempre più esigui, minimalisti, mentre i veri danni erariali ed eventualmente le vere truffe sarebberosemmai da calcolare su stipendi e incarichi di portata economica assai superiore.E poi, la solita questione: i controllori chi li controlla? Forse nel prossimo Ddl la Bongiorno introdurrà la lettura del pensiero? Ci conviene istituire un Grande Fratello se poi come tutti i Grandi Fratelli lui fa quello che gli pare e a te non lo permette più, nemmeno al gabinetto?

Nessun datore di lavoro privato, neanche il meno – diciamo così – garantista nei confronti dei sottoposti, arriverebbe mai a escogitare un giro di vite come questo. Il caffé di mezza mattina ti restituisce una persona rinfrancata, ristorata, e dalle 10,40 in poi la produttività torna a risalire. Basta non approfittarne, ma nemmeno pretendere che i videoterminalisti, per esempio, trascorrano la pausa prevista dalla medicina del lavoro a guardare il soffitto senza alzarsi dalla loro sedia.

Agire dopo aver riflettuto sarebbe già un bel programma politico, condivisibile da tutto l’arco costituzionale. Lasciamo la lotta a truffe e reati agli ambiti di applicazione dove se ne trovano realmente, invece di attingere al solito bacino di pesca dove si spende poco e si porta a casa tanto, in termini di capri espiatori daesporre al pubblico ludibrio: quello dei pubblici dipendenti.

E soprattutto lasciamo quella lotta alle persone giuste al posto giusto. Come ad esempio una Giulia Bongiorno eventualmente rimessa ad occuparsi della materia di cui si intende di più.

Chi serve lo Stato serve anche te. E un caffè al momento giusto può darti un servizio migliore. Pubblicità Progresso.

Giorno 10

SilvioBerlusconi181210-001«Quando questo governo di incapaci cadrà, il presidente acconsentirà alla formazione di un governo di centrodestra». Così Silvio Berlusconiall’uscita dal Quirinale, dove si era recato a fare – a suo dire – gli interessi del centrodestra.

C’è un’età in cui ci si dovrebbe dedicare ai nipoti. C’è un momento in cui ci si dovrebbe ritirare, magari quando ancora l’apice del successo che si è avuto non è ancora distante nel tempo e nella memoria del pubblico, e non si rischia di andare in archivio come sconfitti, piegati da quella legge di natura che prevede l’invecchiamento, prima ancora che dagli avversari.

Silvio Berlusconi li ha raggiunti entrambi, quell’età e quel momento. E’ arrivato al punto in cui dovrebbe proprio riuscire in ciò che non gli è mai riuscito: designare un successore e lasciarlo lavorare in pace. Il centrodestra di cui si sente ancora leader in realtà da tempo se n’è scelto un altro, per conto suo. E’ Matteo Salvini, che al governo ci sta già, e che avrebbe bisogno del sostegno anche delle componenti di Forza Italia e di Fratelli d’Italia. Ma Berlusconi e Giorgia Meloni stanno ripetendo il film (non a lieto fine) già andato in onda ai tempi di Gianfranco Fini. Solo che allora non c’era alternativa alla caduta, ed al lasciare campo libero ad un PD che negli ultimi dieci anni ha approfittato dell’omaggio per arrecare al paese tutti i danni che poteva.

Adesso l’alternativa c’é. Silvio Berlusconi fa opposizione ad un governo di cui dovrebbe far parte, se il suo senescente super-io non lo (mal) consigliasse diversamente. E così va al Quirinale a far danni, più di quelli che fa ogni giorno fiancheggiando in Parlamento il Partito Democratico e alimentando voci e sospetti di un’intesa futura con Matteo Renzi, la sua brutta copia di sinistra. Al Quirinale, inutile dire che trova sponda, e che sponda. Ma sono due vecchie maschere di cera quelle che si incontrano: la maschera mortuaria della seconda repubblica che va a rendere omaggio a quella della prima, e insieme pensano ancora di poter fermare il tempo.

Berlusconi e Mattarella sono due figuranti che hanno fatto da tempo il loro tempo. Solo che un presidente, quello della repubblica, i danni almeno li fa – o li vorrebbe fare – pro domo sua, a vantaggio della sua parte. L’altro, quello di Forza Italia, li fa – o li vorrebbe fare – a scapito della sua parte. E in ultima analisi, di tutti quegli italiani che da 25 anni si è inorgoglito di aver difeso e rappresentato.

Urge davvero la riforma del sistema delle pensioni. Fino a ricomprendere la categoria dei politici. Almeno quelli che pretendono di continuare a comandare alla stessa età e con la stessa mancanza di attitudine e riflessi con cui continuano a guidare l’auto.

Giorno 11

EmmanuelMacron181211-001«Ho fatto qualche cavolata», confessa candidamente Emmanuel Macron, ottavo presidente della Quinta Repubblica francese, ad un consesso di maires, di sindaci convenuti all’Eliseo. L’ammissione segue al quinto fine settimana di tumulti e di scontri tra i gilets jaunes e la gendarmerie che hanno messo a soqquadro Parigi e le principali città della Francia ed in seria difficoltà la vita civile e l’economia transalpina. E’ un’ammissione che rischia di giungere troppo tardi, quando ormai una buona parte di quel 66% di aventi diritto al voto che un anno fa lo mandarono a governare la Francia, facendolo succedere a François Hollande, si sono convinti di averla fatta loro, la cavolata.

Enfant talmente prodige da riuscire a sedurre, lui sedicenne, la sua attuale mogliequand’era la sua quarantenne  professoressa di lettere, Emmanuel Macron nella primavera del 2017 era diventato il salvatore non solo della patria (insidiando lo storico posto nel Pantheon francese occupato da Charles De Gaulle), ma addirittura del continente.

Quando diresse i suoi passi nella notte parigina verso l’Arc du Triompheaccompagnato dalle note dell’Inno alla gioia di Beethoven, tutto l’establishmentdell’Unione Europea e del mondo cosiddetto progressista, da Angela Merkel aBarack Obama a JeanClaude Juncker a Matteo Renzi, gli batté le mani spellandosele. Il prodige non più enfant aveva sbarrato la strada al populismo, al sovranismo, al fascismo impersonati – nella leggenda che le èlites si tramandavano in quel periodo – da Marine Le Pen, figlia di Jean Marie.

Dicono che molti degli attuali indossatori dei gilets jaunes di questi giorni sianocasseurs, teppisti agli ordini della Le Pen e magari anche al soldo di Vladimir Putin, un altro che non ama la Francia attuale, et pour cause. Le leggende si aggiornano, e quella che viene raccontata in questi giorni esclude accuratamente la rabbia popolare, di coloro cioé che non arrivano alla metà del mese con lo stipendio – ce ne sono anche nella apparentemente felice Francia – e stavolta non aspettano di sentirsi dire di mangiare brioches se hanno fame, come fece un’altravolta una Maria Antonietta che peraltro aveva sicuramente più charme di questo biondino che ha ereditato il suo palazzo ed il suo potere.

La via bancaria al socialismo ha pagato il candidato Macron per lungo tempo, quello che l’ha visto saltare dal parti socialiste alla banca d’affari Rothschild & Co., al ministero dell’economia sotto Hollande alla Republique en marche con cui ha dato la scalata all’Eliseo. Oltre che nel letto di m.me Trogneux, in una relazione che almeno ai suoi inizi avrebbe configurato almeno per lamaggiorenne e poco deontologica professoressa un reato non da poco in diversi paesi di quell’Unione che il marito adesso difende strenuamente.

Il tricoleur francese nel fango la notte della vittoria mondiale in Russia

Il tricoleur francese nel fango la notte della vittoria mondiale in Russia

Ma sembra ormai proprio agli sgoccioli la fortuna del ministro delle imprese. Così lo chiamavano in seno al governement progressista di Manuel Valls, ai tempi diHollande, il quale per far approvare all’assemblea nazionale i provvedimenti del giovane Macron dovette addirittura ricorrere una volta alla procedura 49.3, una scorciatoia normativa nel diritto parlamentare francese che permette all’esecutivo di adottare un testo di legge senza il voto dei deputati. Chapeau, e tanti saluti alla Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino di cui ricorre in questi giorni l’anniversario, e che vide la luce in prima stesura proprio da queste parti.

Le cronache recenti parlano di un Macron ormai assediato nell’Eliseo, comeLuigi XVI. Sono lontani i tempi del Mondiale di Russia, la vittoria del modello di integrazione etnica che la Francia festeggiò nel luglio scorso dandosele – anche allora – di santa ragione. Ed anche quelli in cui Macron si ergeva a paladino dell’Unione incrociando la lama con il bieco Salvini. Il prode moschettiere francese contro il sinistro e senza cuore Mazarino italiano.

Sabato scorso, il bieco Salvini era a farsi applaudire dal popolo italiano a Piazza del Popolo a Roma. Chissà se al di là dei vetri delle finestre dell’Eliseo alle orecchie del prode Macron arrivano tutti i giorni gli insulti rivoltigli dal popolo francese.

Giorno 12

AndreasHvisCheope181212-001Quei due deficienti di danesi a Cheope, il fotografo performer e la sua sexy modella devono ringraziare di non essere stati presi dalla polizia egiziana. Altrimenti a quest’ora i progressisti del mondo occidentale sarebbero già a cucire gli striscioni con scritto VERITÀ PER ANDREAS HVID (E GENTILE SIGNORA).

Tra le tante storture che abbiamo coltivato dentro noi stessi da quando abbiamo mandato la fantasia al potere e archiviato come obsoleta ogni regola c’è anche quella secondo cui ognuno di noi è legittimato a mettere in pratica qualsiasi sciocchezza gli passi per la testa, tanto poi c’è il mondo occidentale – o almeno il tuo paese – che si fa in quattro per liberarti.

La vicenda Regeni se ha dimostrato qualcosa è che l’Egitto, è un paese suscettibile, al pari di molti altri nella sua parte di mondo. Qui peraltro siamo diverse spanne al di sotto, Hvid è un Oliviero Toscani danese, un tipico prodotto di una società dove tutto è sdoganato, a cominciare dall’imbecillità e dalla mancanza di rispetto. Si può oltraggiare un simbolo, giocare con giochi più grandi di noi, spruzzare spray al peperoncino per essere simpatici o mettere a segno un colpo. Tanto, il conto delle vittime spetta sempre a qualcun altro, così come il pagamento dei danni.

La Francia di Macron, di cui si parlava ieri, recentemente è entrata con orgoglio nel novero dei paesi dove guai al genitore che dà un ceffone al figlio, per quanto meritato possa essere. Crediamo che Andreas Hvidsia uno di coloro che da piccoli ne hanno buscate poche. Ciò a nostro giudizio spiega molto di più di tante analisi sociologiche o politologiche.

Quanto alla modella, forse è quella che dalla vicenda ne esce con i connotati di maggiore normalità. Almeno lei lo spray al peperoncino se l’è spruzzato nel posto giusto.

Giorno 13

partitodemocratico181213-002Chi di congresso ferisce, di congresso perisce. Era il 15 gennaio 1921 quando da una scissione maturata in seno al congresso socialista a Livorno nacque la cosa rossa. Allora si chiamò Partito Comunista d’Italia, poi ha cambiato tanti nomi, per rimanere sostanzialmente lo stesso: un fattore di blocco della politica italiana, anziché di progresso com’era nelle sue intenzioni. La maggioranza degli italiani lo ha sempre percepito come lo percepiva la NATO, un qualcosa da mandare al potere il più tardi possibile, se non mai. Avrebbe fatto solo danni, come poi è successo.

Sembra proprio che il prossimo congresso del Partito Democratico, adesso si chiama così, abbia ad essere l’ultimo. E non farà neanche cifra tonda, come successe al Partito Socialista, che si sciolse poco dopo aver celebrato il suo centenario. E che terminò la sua storia in modo assai più drammatico, per la verità (erano i giorni di Mani Pulite), mentre la cifra stilistica del crepuscolo del PD sembra piuttosto quella della commedia all’italiana, per non dire della farsa.

La gioiosa macchina da guerra di Occhetto, che aveva disceso orgogliosamente le valli del potere nostrano occupandolo, adesso è chiusa in un angolo. Gli uomini che dovrebbero tirarla fuori da quell’angolo si chiamano ZingarettiMartinaMinniti. La storia che era cominciata con Gramsci e Bordiga finisce con comprimari decisamente non all’altezza. I fratelli De Rege, diremmo, se non temessimo di offendere la memoria di Carlo Campanini e Walter Chiari.

matteorenzi181213-001-300x199Poi c’è lui. Gira voce che Matteo Renzi si voglia ricandidare, per favorire la spaccatura che dovrebbe consentirgli di fondare il suo movimento, una macronata all’italiana. La colpa della scissione sarebbe di altri, tutti coloro che lo manderebbero a quel paese per il solo fatto di rivederne la faccia in pubblico. Probabilmente è fuori tempo massimo, oltre che troppo screditato. E’ l’unico capace di mettere d’accordo destra e sinistra. Nel disprezzo e nell’esecrazione.

Si tratta di un piano talmente raffinato e intelligente da farci ritenere impossibile che l’abbia escogitato lui. Farina del sacco di Berlusconi? Di papà Tiziano? Di qualche circolo di potere disposto a ritentare la sorte prima che – come ormai sembra – gli vada in malora la globalizzazione?

Da Gramsci a Renzi. Per quanto l’abbiamo detestato e temuto, il P.C.I.era una cosa seria. Non meritava di finire così. In una festa della Rificolona fuori stagione.

Giorno 14

PierreMoscovici181214-001La Francia può sforare il 3%, l’Italia non può avvicinarsi al 2,4. Così parlò Moscovici. E le sue parole sono l’epitaffio dell’Unione Europeacosì come l’abbiamo conosciuta, con buona pace degli europeisti nati e cresciuti prima e dopo Maastricht.

E’ inutile prendersela con il commissario, superstite di un socialismo francese e di un euforia comunitaria e monetarista che furono. Se fosse stato uno spirito libero e brillante, tra l’altro, non sarebbe diventato un burocrate dell’Unione, né di alcuna altra burocrazia.

No, è la mission della sua azienda che non va. Che mostra la sua inadeguatezza. Che acuisce la crisi probabilmente senza ritorno di un mito trasformatosi in breve tempo in un incubo collettivo. L’Unione Europea è stata ed è soprattutto una unione bancaria. C’entra poco o nulla il Leviatano uscito dalle caverne di Maastricht con la favola-passatempo prodotta da quei signori al confino a Ventotene che per trascorrere giornate lunghe e sempre eguali si dilettavano di immaginare una comunità degli stati europei post – bellici e come avrebbe dovuto funzionare, in accordo con la loro filosofia imbevuta del buonismo alla Woodrow Wilson e minata dallo stesso squilibrio nel rapporto tra intenzioni e realismo.

L’Europa di Ventotene parlava con i sogni, che nella storia umana hanno la stessa probabilità di produrre sia meraviglie che catastrofi. Quella di Maastricht parla con i numeri, è una congrega assimilabile ai servizi interbancari, che parla ad associati non più aventi il rango di stati sovrani ma quello tutt’al più di signori clienti, con l’empatia ed il sentimento che possono avere i funzionari di banca, o le equazioni matematiche.

La vita di centinaia di milioni di persone dipende dalla soluzione di quelle equazioni, e questo è quanto. Non si può chiedere di più a Moscovici, perché nel software di cui sono dotati il suo intelletto e la sua coscienza non c’è più di questo. Il fatto poi che parli di cose italiane di fronte al parlamento francese, dove spera evidentemente di ritrovare una seggiolina dopo maggio prossimo e la fine della cuccagna, pardon, della legislatura europea, sposta poco o nulla.

I Moscovici di questo mondo trovano sempre una burocrazia o una consorteria a cui sono funzionali. E’ l’Unione che è finita.  E se Altiero Spinelli si rivolta nella tomba, nella prossima vita faccia sogni più realistici.

Giorno 15

GiorgiaMeloni181215-001L’abbiamo difesa più volte, l’ultima delle quali è in questo calendario, contro gli insulti dell’inqualificabile Oliviero Toscani. Anche se lei, a dire il vero, non ha bisogno di essere difesa da nessuno. E’ brava a farlo da sola e lo dimostra ogni giorno, lasciando al tappeto qualche avversario che in sede di pronostico riceveva più favori di lei.

Giorgia Meloni è un fenomeno assolutamente unico nel panorama politico italiano. Una donna dotata di carisma, intelletto e capacità politiche come lei non ha probabilmente precedenti di pari valore nella storia dell’Italia contemporanea. Fratelli d’Italia l’ha creato lei, non l’ha ereditato da nessuno. Anzi, a nominarle certi predecessori scuote infastidita la graziosa testa, pur senza perdere sorriso e savoir faire.

In un momento di precognizione fantapolitica, ci siamo spinti addirittura ad immaginarla come presidente del consiglio. Ed anche se le cose non sono andate esattamente in quel modo, anche per sua scelta peraltro, continuiamo a pensare che la stoffa ci sia, e l’occasione può arrivare anche presto. A condizione tuttavia che la signora in questione elimini certe spigolosità delle sue posizioni, più che del suo carattere, ed una certa attitudine rionale. Nel senso che a volte la sua visione politica pare limitata alle necessità del quartiere, del rione, della borgata, del gruppo, più che dell’intero paese che avrebbe i numeri per rappresentare.

Mettersi contro un governo del cambiamento che avrebbe invece dovuto sostenere e a cui avrebbe dovuto partecipare, probabilmente la paga nel breve periodo rinforzandole il sostegno dei fedelissimi, ma non gliene aumenta il numero. Non la fa crescere, la mantiene chiusa nell’angolo dove lei stessa si è messa. E perpetua lo sgradevole fenomeno della sua voce che – in modo peraltro assai più piacevole, a parere di chi scrive – si sovrappone a quella degli esponenti PD finendo a dire le stesse cose, dai banchi di una opposizione che più allucinante (nel suo complesso) non si può.

Per quanto possa risultare una piacevole riedizione della cinematografica Anna Magnani nell’Onorevole Angelina – paragone che, siamo certi, alla signora Meloni non dispiacerà affatto, e con ragione –, c’è il rischio che dalle sue attuali asfittiche prese di posizione possa risaltare piuttosto nell’immediato una commistione con meno quotate e quotabili figure come GelminiCarfagnaBonafé, Boschi e compagnia cantante. Siccome sotto il suo vestito – nel senso, sia chiaro: nella sua testa – riteniamo ci sia molto di più, è una compagnia quella da cui la vorremmo vedere allontanarsi prima possibile, per approdare là dove le compete e dove può fare la storia.

Lasci le battaglie di bottega al PD, che le sa fare bene, o a Forza Italia, che le sa fare meglio. Lei è una probabile statista di rango, sig.ra Meloni. Perdere lei, oltretutto, sarebbe una sconfitta per tutte le donne che hanno i numeri per entrare in politica e restarci con successo, senza risultare pappagallesche imitazioni di omologhi maschili. Ed anche se non vuole sentirselo dire, questa impasse in cui si dibatte adesso assomiglia molto a quella vissuta a suo tempo da Gianfranco Fini. Un altro che aveva buoni numeri, che poi ha finito per spendere molto male.

Con immutata stima.

Giorno 16

religione181216-001-1024x683«Io non ho religione e qualche volta vorrei vedere tutte le religioni affondare in fondo al mare». Non l’ha detto Voltaire, nemmeno Marx. E nemmeno John Lennon, che pure ci ha regalato sul tema una delle più belle canzoni di sempre. Imagine, immagina un mondo dove non ci sono né Paradiso sopra di noi, né Inferno al di sotto, e soprattutto non ci sono religioni.

No, l’ha detto Mustafà Kemal  Ataturk, il padre dei Turchi moderni, l’uomo che è andato più vicino di ogni altro a fare di un paese islamico un paese laico, moderno, civile. I turchi, che oscillano periodicamente tra ritorni al passato confessionale e presenti europeizzanti garantiti dalle armi di un esercito ancora costretto a sostituirsi alla società civile, lo venerano come un grand’uomo. E sanno che molti altri popoli e paesi, come il nostro per esempio, non possono fare altro che invidiarglielo.

Ci sono momenti della vita in cui capita a molti di desiderare di vedere tutte le religioni in fondo al mare. Ogni giorno, la religione organizzata – quale che essa sia – non si contenta di convivere con l’assenza di religione, il laicismo, la morale che Kant chiamava provvisoria ma che in realtà avrebbe dovuto diventare definitiva, perché aveva la possibilità di rendere l’uomo un essere civile senza più bisogno di ricorrere a un Dio. No, la religione organizzata ha bisogno di eliminare qualsiasi concorrente, nella testa degli uomini e nella pratica del loro vivere in comune. Con le buone o con le cattive.

Ogni giorno, la religione organizzata arma la mano a qualcuno, che non sa trovare il suo Dio senza ammazzare qualcun altro. Oppure si incarica direttamente di togliere vite, proibendo pratiche mediche, vietando pratiche civili, imponendo conformismi. Ogni giorno, milioni di persone ricevono le direttive della propria vita da qualcuno che si affaccia ad un balcone o ad una torretta e parla di realtà che non conosce e distribuisce precetti in una lingua morta.

Ogni giorno, altri milioni di persone si trovano costretti a rimpiangere quegli Dei dell’Antichità che assomigliavano tanto ai fenomeni naturali che rappresentavano nell’immaginario umano e di cui non erano in fondo più pericolosi. Quegli Dei che avevano accettato, nel corso del progresso umano, di dissolversi, confluire, rinascere nei principi filosofici che poi avevano fatto grandi le nostre antiche civiltà: gli Egizi, i Greci, il Medio Oriente e l’Oriente buddhista. Difficile morire per colpa di Dio in quelle civiltà, al loro apogeo. Più facile morire per qualche imbecille che – come oggi – credeva di potersi sostituire a Dio.

Le nostre attuali religioni sono nate quando l’uomo è tornato a sentirsi fragile, bisognoso di regole che le istituzioni civili e laiche non fornivano più. E così, il figlio del falegname venuto ad allungare la tradizione dei predicatori esseni di buone e rivoluzionarie novelle è diventato l’archetipo di una religione che ha fatto più vittime delle calamità naturali che gli antichi attribuivano alla responsabilità di divinità capricciose. Il cammelliere il cui orizzonte non andava molto più in là delle sabbie dell’Arabia dove aveva vissuto e dei beduini che vi campavano alla meglio è diventato il profeta di una religione che prevede soltanto conquista e sterminio. Il Dio dell’Antico Testamento è rimasto per il Popolo che una volta era Eletto a bloccarne futuro ed evoluzione, con la sua presenza ingombrante e implacabile rimasta tale e quale dal giorno in cui ordinò ad un padre di sacrificare il figlio, giusto per vedere se stava attento ed era obbediente.

Nei giorni che dovrebbero essere pieni di religiosità più di ogni altro, nei giorni in cui invece l’Europa piange altri morti causati da una religione che – al pari di chi la professa secondo tradizione – semplicemente ai nostri giorni non dovrebbe esistere più, non possiamo che riandare all’anatema lanciato dal più laico dei politici moderni: potessero tutte le religioni affondare in fondo al mare.

Da Santo Stefano ad Antonio Megalizzi, in memoria di tutti i martiri di qualsiasi religione.

Giorno 17

AlanFriedman181217-001

Dice: ma con tutti i pistola che ci sono in Italia, si devono importare anche dall’estero? L’Italia infatti è grande importatrice soprattutto di due cose: materie prime, perché ne scarseggia, e pistola, perché malgrado ne produca in quantità, soffre di provincialismo e quelli che parlano lingue straniere sembrano più chic.

Potremmo dire anche che i pistola stranieri fanno a gara ad accasarsi in Italia. Prima di tutto si mangia bene ed il clima è migliore rispetto a casa loro (dovunque sia). Poi c’è questo nostro provincialismo, di cui loro si accorgono subito, come migranti di lusso. E così, dopo Don Lurio e Dan Peterson, ecco Alan Friedman, un altro che quando apre bocca non sai mai se dica stronzate, faccia pubblicità a qualche prodotto, o voglia far ridere per mestiere.

Per quello che dice e come lo dice, lo chiameresti Ollio e la chiuderesti lì. Poi ti prende il rimorso, per aver offeso la memoria di Oliver Hardy, un uomo che ci portiamo e ci porteremo sempre tutti nel cuore. Un uomo che diceva sciocchezze (doppiate dalla voce impareggiabile di Alberto Sordi) solo perché erano scritte nel copione delle sue irresistibili gag.

Di dove vengano invece le sciocchezze di Alan Friedman invece è più difficile dire. Al pari dell’altro merendoneUdo Gempel, della rete tedesca NVL – un altro che nel Belpaese ci si trova talmente bene da sfotterlo non appena può dall’alto del suo moralismo germanico che però a quanto pare non gli fa preferire di vivere a casa propria -, OllioFriedman è uno che un bel giorno è finito qui, e qui ha scoperto l’America.

Dall’America se n’era andato ai tempi dell’Amministrazione Clinton, sebbene avesse avuto dei trascorsi con quella di Carter e dunque dimestichezza con il Partito Democratico di casa sua. Ha preferito omaggiare il partito democratico di qui, diventandone il menestrello ben piazzato in RAI ed infine il Bruno Vespa di Matteo Renzi. Della serie: omaggio il Principe, nel frattempo vinco il Premio Pannunzio per la mia imparzialità (!) e scrivo libri sulla scoperta dell’acqua calda (come lo scoop che la CIA vendeva armi a Saddam Hussein). Sono o non sono proprio bravino?

Il Financial Times di Londra che gli ha pagato stipendio per 15 anni non si è più ripreso. Ormai è un giornale come Repubblica e L’Espresso. Non si è più ripresa nemmeno la RAI, che lo accolse per prima, sulla sponda – guarda caso – di RAI3.

E’ un saltimbanco, ma di quelli bravi, che ti nasconde le palle in aria. Soprattutto quelle che dice. Soprattutto ora che il vento gli sta cambiando. Così, l’America che vota Trumpnon è l’America, e quella che vota Salvininon è l’Italia. Gli dice male che né Trump né Salvini hanno voglia di perdere tempo neanche per dargli di pistola. Così la striscia delle sue interviste inutili si è fermata a Renzi. E Bruno Vespa se l’è lasciato indietro.

L’industria nostrana è in ripresa, anche quella dei pistola. Finalmente una buona notizia dall’economia, vero Friedman?

Giorno 18

VirginiaRaggi181218-001Beppe Grillo è un bruto. Non si candida a sindaco di Roma una creatura esile, eterea, impalpabile, fragile come la Vispa TeresaPardonVirginia Raggi.

Come se non l’avesse saputo in che pelago la metteva a navigare, come si suol dire. A Roma non ce l’hanno fatta, nell’ordine, i Lanzichenecchi, la Wehrmacht, la Banda della Magliana, ce la può mai fare la Vispa Teresa? Pardon, Virginia Raggi?

Quando la sindaca a Cinque stelle fu assolta dall’accusa di falso nel processo di primo grado in cui era imputata per la storia della nomina di Renato Marra – fratello del suo ex braccio destro, Raffaele – alla direzione del Dipartimento Turismo, perché «il fatto non costituisce reato», tirammo tutti un respiro di sollievo. In una città dove – a detta di chi ci vive – er più pulito c’ha la rogna, guarda un po’ te se era giusto che finisse a pagare, ad andarci di mezzo la creatura più esile, eterea, fragile, impalpabile che mai abbia messo piede in Campidoglio.

Non era giusto no, dopo decenni trascorsi con RutelliBellicapelliVeltroniCoppadeiCampioniAlemannoMotecemanno, e MarinoMachestoafa’. Arriva lei che perlomeno si pettina, si veste per bene (quasi sempre quando non indossa quei ponchos alla Tupac Amaru che fanno tanto sindaco di Quito), non ringhia e non rutta quando parla, e la vogliamo condannare? Per cosa? Come se avessimo fatto una colpa a Galla Placidia di essere venuta dopo AlaricoOdoacreTeodoricoAttila e i Vandali.

No, semmai la colpa è del bruto Grillo che l’ha messa in questi casini, lei che doveva stare per boschi e prati ad inseguir gentil farfalletta. Altro che avere a che fare con i Marra. O con i marrani che girano per la nostra capitale.

La Roma di oggi è come la New York che per disperazione accettò la tolleranza zero di Rudolph Giuliani. O come quella che accettò da Costantino lo spostamento della capitale a Bisanzio, perché almeno se n’annavano quei magnaccioni dei politici e se tornava a respira’.

La Roma di oggi, Virginia bbella, è un marasma che nei giorni di maltempo – come ieri – rischia per metà di finire sott’acqua, mentre l’altra metà intanto è finita sotto la monnezza, e di qua e di là ci sono muri che esplodono, asfalti che si inabissano e intorno a tutto un grande, immane ed eterno casino.

La Roma di oggi è una via di mezzo tra la Chicago di Al Capone e la Grande Mela del sindaco poliziotto. Ha bisogno di essere governata, possibilmente con quel pugno di ferro di cui erano capaci gli antichi Imperatori dell’età d’oro. O se proprio proprio, Elliot Ness ed i suoi Intoccabili.

Te, figlia bbella, con quel retino da farfalle non sappiamo dove potrai arrivare, se mai ci arrivi. Colpa di Beppe. ‘Sto morammazzato.

P.S. Spelacchio quest’anno addirittura parla. Anvedi.

Giorno 19

Director Woody Allen attends a special screening of "Wonder Wheel", hosted by Amazon Studios, at the Museum of Modern Art on Tuesday, Nov. 14, 2017, in New York. (Photo by Evan Agostini/Invision/ANSA/AP) [CopyrightNotice: 2017 Invision]

Star system. Lui ne era fuori, ne eravamo convinti. E soprattutto era colui che ci aveva convinti che fosse giusto starne fuori. Certo, il cinema era Paul NewmanRobert RedfordClint Eastwood, ci sarebbe mancato altro. Ma la sua ironia, la sua intelligenza, la sua iconoclastia, la sua verve scenica ci facevano uscire dalla sala cinematografica e rituffare nel mondo reale sempre più convinti che in esso ci fosse veramente poco in cui valeva la pena di credere ad occhi chiusi. E per fortuna.

«Se viene fuori che c’è un dio, io non credo che sia cattivo, credo che il peggio che si possa dire di lui è che fondamentalmente è un disadattato». Come fai a non ridere di una battuta così, buttata lì con nonchalance al termine dell’ennesimo capolavoro cinematografico, mentre già le luci di sala si riaccendono e tu stai per uscire a riprendere una vita di cui forse il suo umorismo yiddish newyorkese è una delle poche cose capaci di darti ormai un senso, delle coordinate?

Allan Stewart Königsberg, poi ribattezzatosi Heywood Allen per prendere le distanze soprattutto psicologiche dalle sue origini ebraiche, poi ribattezzatosi ancora Woody Allen in onore del suo jazzista preferito Woody Herman (lui che suona il sassofono con la stessa dimestichezza con cui ti fulmina con i suoi aforismi), ha insegnato a più di una generazione a ridere dei propri pesanti bagagli culturali, così come delle tragedie pubbliche e private che la propria esistenza dispensava, e dispensa, in quantità.

I suoi film esilaranti del primo periodo e quelli più riflessivi e malinconici della maturità sono stati il paradigma della nostra cultura giovanile. Attraverso le sue gags e la sua mimica facciale indescrivibile a parole, abbiamo imparato a non prendere troppo sul serio la follia di un mondo sempre più folle come quello che ci circondava.

Come ogni icona dello spettacolo, i suoi fan presero ben presto ad appassionarsi e a conoscere ogni aspetto della sua vita privata. Si divisero tra fautori di Diane Keaton – la sua prima musa ispiratrice – e supporters di Mia Farrow, così come per John Lennon si erano divisi tra nostalgici di Cynthia Powell (ma soprattutto dei Beatles) e entusiasti di Yoko Ono. Arrivarono perfino a catalogare la sua produzione cinematografica, suddividendola appunto tra quella in cui aveva travolto tutto e tutti con un umorismo di cui la Keaton era riuscita a stare perfettamente al passo e quella in cui una satira più intimista si era sposata bene con i tratti vagamente malinconici e sottotraccia della Farrow.

Poi accadde qualcosa. Il giocattolo in qualche modo si ruppe. «Fino all’anno scorso avevo un solo difetto: ero presuntuoso», fa dire colui che nel frattempo una parte del pubblico ha preso a idolatrare come il Maestro al suo personaggio alter-egoBoris Yellnikoff in Basta che funzioni, ad oggi il suo ultimo successo. Non è vero, nel frattempo il pubblico ha avuto modo di accorgersi di un altro dei suoi difetti, che con il tempo ha acquistato le proporzioni della valanga.

Dallo scandalo del suo rapporto clandestino con Soon-Yi, la figlia adottiva di Mia Farrow e del suo primo marito André Previn, alle accuse di pedofilia rivoltegli dalla figlia adottiva Dylan Farrow, cinefili e non hanno continuato ad appassionarsi alle sue storie di celluloide ma nello stesso tempo – in un mondo che ancora a volte riesce a scandalizzarsi di qualcosa – hanno avuto sentore, se non convinzione, che qualcosa nel registro morale del Maestro – quel registro su cui ha ironizzato lui stesso in prima persona tante, tantissime volte – non funziona correttamente, o perlomeno secondo la cosiddetta morale corrente.

Ecco adesso, a 83 anni di Allen appena suonati, le nuove rivelazioni di Babi Christina Engelhardt, che a 59 dei propri, di anni, fa il bilancio della sua vita di ex modella squarciando tra l’altro il velo su cosa successe quando ne aveva 16 tra lei ed il regista che all’epoca aveva finito di girare Io e Annie.

In epoca di #metoo, qualcuno può certamente appassionarsi al dibattito su è-stato-lui-è-stata-lei. Fatto sta che la sventurata (si fa per dire, manzonianamente parlando) quella volta più che rispondere prese addirittura l’iniziativa. Ed a rispondere fu semmai il maturo ed affermato satiro, allora peraltro ancora decisamente distante dall’attenuante della proverbiale crisi di mezza età.

woody_allen_spermatozoo-1-300x267Fu una storia della durata di otto anni, stando alla Engelhardt. A cavallo cioé tra quelle ufficiali con Keaton e Farrow che dividevano cinefili e fan di Woody Allen all’epoca. E a quanto la butta lì la modella, pare che addirittura Allen fu lasciato per Fellini: il Maestro lasciato per il Maestro del Maestro, praticamente. «Meraviglioso!», pare che commentasse un Allen in cui il senso della finzione cinematografica aveva evidentemente preso ormai il posto di quello della realtà vera.

Storie che fanno impallidire quelle vere o presunte raccontate su WeinsteinArgento, e compagnia bella dai cronisti di #metoo. Storie che fanno riflettere sul commento sprezzante di Claudia Cardinalerivolto alle più giovani colleghe sedicenti coinvolte, ed in cerca di comprensione femminile e femminista: «il mondo del cinema è sempre stato così, di cosa stiamo parlando?».

Storie che ci fanno ricordare che è vero, che abbiamo sempre saputo che il mondo del cinema era un mondo di eccessi che più distanti dalla nostra vita reale non si poteva.

Ma credevamo che lui, il Maestro, avesse avuto l’intelligenza – oltre che l’ironia – per rimanerne fuori. E invece scopriamo adesso che aveva addirittura i requisiti per andare in galera, in quel 1976 in cui alla sua partner mancava ancora un anno a raggiungere l’età legale per avere rapporti sessuali.

Non c’é più niente da ridere.

«Il sesso è stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere».

(Allan Stewart Königsberg Heywood Allen, per gli amici, ma a questo punto soprattutto le amiche, Woody)

Giorno 20

RobertoFico181220-001C’é chi dice che sia tutto il frutto di una lotta interna, e neanche tanto sotterranea, al Movimento Cinque Stelle per determinarne la leadership e in ultima analisi il suo stesso destino. In altre parole, mentre Luigi Di Maio lavora per farne un partito a tutti gli effetti, e per far sì che questo partito mantenga il forte consenso elettorale del 4 marzo scorso attraverso il buon funzionamento del governo gialloverde di cui è una delle due componenti, c’é un’ala movimentista che fa capo a Roberto Fico e che lavora – si fa per dire – per riportare indietro l’orologio pentastellato. E non solo quello.

Da quando Grillo l’ha fondato come aggregazione spontanea attorno al suo blog, il M5S ha visto convivere al suo interno queste due anime: quella che si poneva il problema di arrivare a governare e voleva organizzarsi per farlo, quella che viveva e vive nel passato e nel casino fine a se stesso: nell’extraparlamentarismo di sinistra che va da Mario Capanna al Fico in questione, nel ribellismo di tutti coloro che in un mondo moderno e funzionale alle esigenze di chi ci vive e lavora non vogliono saperne di integrarsi, nel tanto peggio tanto meglioefficacemente sintetizzato fino a poco tempo fa dal gesto dell’ombrello e dai vaffa copiosamente dispensati dal padre fondatore.

Roberto Fico è un movimentista di questa sorta, se non fosse che già definirlo tale implicherebbe l’esercizio da parte sua di una attività di qualsivoglia genere. Non ci pare francamente il suo caso, in cinque anni alla Rai non si è fatto ricordare per aver lasciato in archivio provvedimenti di qualche genere, proprio mentre l’orda renziana si impossessava del servizio pubblico. La sua cifra stilistica e politica è il NON FACERE. Non aspettatevi di vederlo mai sudato.

Il pugno sinistro chiuso alla Festa della Repubblica

Il pugno sinistro chiuso alla Festa della Repubblica

Alla presidenza della Camera, si distingue (o per meglio dire si sveglia di soprassalto) ogni volta che c’é da mettere i bastoni tra le ruote sulla questione dei migranti al governo di cui la sua forza politica fa parte. Il global compact è una bufala di quelle che i mezzi di informazione producono in serie di questi tempi, ma lui ha capito benissimo i termini della questione, e da antagonista di lusso qual é cerca di creare ai suoi stessi (ex) compagni quei problemi che altri cercano di suscitare da fuori.

La Costituzione ammette, anzi impone già l’asilo ai rifugiati che oggi va agli atti parlamentari. E nel programma di questo governo c’é il No alla sua estensione ai migranti economici. Ma il bel Fico si vede già a capo di un nuovo movimento di sinistra che faccia saltare il banco faticosamente costruito – dalla sua parte – da Di Maio e Di Battista. Che riprenda a importare migranti economici in dosi industriali, che spinga in un angolo gli italiani che per sopravvivere hanno puntato sull’altra componente dei Cinque Stelle: quella che o diventerà un partito vero, oppure trascinerà con sé il paese nella devastazione. Sulle cui macerie i fichiani e i sinistratirifugiati dai resti di altre forze politiche potranno bivaccare di nuovo allegramente.

Sono cinquant’anni, da quel benedetto 68 che qualche bel Fico si dà da fare per far saltare le nostre istituzioni, non per farle funzionare. Sarebbe ora che questa gente fosse sgomberata dalla politica italiana. E che le ruspe stavolta fossero manovrate dalla base ex-grillina. Altrimenti il prossimo ed ultimo vaffa è diretto all’Italia. Dopodiché nessuno, si badi bene, ospiterà gli italiani in fuga come profughi o migranti. Global compact o meno.

Giorno 21

MarioMonti181221-001Lo cercano con insistenza i giornalisti democrats, non ce la fanno proprio a capire che ad ogni sua apparizione il PD perde voti, dei pochi che gli sono rimasti. E’ come al cinema, quando il Gremlin buono viene nutrito dopo mezzanotte, trasformandosi orribilmente nel Gremlin cattivo.

E’ Mario Monti, ma poteva essere Elsa Fornero, incredibilmente somigliante alla versione umana del serpente Nagini, animale di affezione del cattivo di Harry Potter. Quel Lord Voldemort incarnato alla perfezione da Giorgio Napolitano, che in effetti in questa storia che è quella italiana degli ultimi dieci anni il cattivo ha saputo incarnarlo a meraviglia.

Mario Monti è colui che il giorno che ebbe l’incarico da Voldemort, pardon, da Napolitano, a far del male alla Costituzione italiana ed all’Italia stessa (perché ce lo chiedeva l’Europa, il Signore Oscuro), non trovò di meglio che esclamare raggiante: «è il giorno più bello della mia vita». Già, anche per milioni di italiani che d’improvviso si ritrovarono senza stipendio, senza pensione, senza economia, senza sovranità, senza futuro. Anche loro non hanno più potuto dimenticarlo, quel giorno.

Mario Monti è colui che candidamente – ma sempre con quella luce malvagia negli occhi che ricorda di non dargli mai da mangiare dopo mezzanotte, e soprattutto di non dargli mai da mangiare i soldi degli italiani – ha dichiarato recentemente che quello che ha fatto l’ha fatto perché gli fu chiesto da George SorosSauron e l’Imperatore Palpatine erano occupati, l’ungherese filantropo con i soldi degli altri era il primo libero nella catena di comando della cattiveria.

Mario Monti è colui che ieri pontificava di dignità nazionale calpestata a proposito della prima manovra economica portata a casa dal nostro governo senza calo di brache, dopo gli anni dell’appecoronamento PD iniziato proprio da lui.

Mario Monti va preso così. Morirà convinto di aver fatto del bene agli italiani (che a suo dire lo fermano per strada per ringraziarlo) e senza capire perché ci sono alcuni che sulla sua effige invece ci sputano. Morirà intervistato dall’ultima tardona e dall’ultimo uomo di conseguenzarimasti in quota al PD. Tutti e tre seduti allo stesso tavolino, ignari del perché lo spread dell’audience tra la loro trasmissione e qualunque altra sia più alto di quello tra i BOT italiani e i BUND tedeschi.

Gremlins181221-001-1024x791«Se il vostro conto corrente si mette a fare i capricci, la vostra pensione impazzisce o il vostro avvenire si oscura all’improvviso, prima di mettere un giubbotto giallo accendete tutte le luci. Guardate in tutti gli armadi, i cassetti, e sotto tutti i letti perché… non si sa mai… può darsi che il vostro presidente abbia dato l’incarico di governo ad un Gremlin…»