Tristezza sull’Appennino

di Simone Borri

La statua di Giambologna al parco di Villa Demidoff a Pratolino (FI)

La statua di Giambologna al parco di Villa Demidoff a Pratolino (FI)

BOLOGNA – C’era una volta il derby dell’Appennino. Bologna e Fiorentina erano due squadroni che tremare il mondo facevano, e anche quando il mondo non tremava li guardava con rispetto. A cavallo della cordigliera che separa la Toscana dall’Emilia si giocava probabilmente il miglior calcio visto nel dopoguerra dopo la fine dell’epopea del Grande Torino, Fulvio Bernardini permettendo.

Quel tempo è finito da un pezzo, già negli anni settanta era agli sgoccioli. Un Bologna – Fiorentina del 1978 fu determinante per consentire ad una delle due squadre (in quel caso, risultò essere quella viola) di lasciare l’ultimo posto in classifica. Poco dopo, i rossoblu iniziarono la loro crisi trentennale che pare non avere mai fine. Ai viola sembrò andare meglio, con scudetti e coppe sfiorati e con alla fine però un fallimento di cui si discute ancor oggi. Seguito dall’arrivo di imprenditori marchigiani sui quali – crediamo a ragione – si discuterà ancora più a lungo.

«Marche infinita bellezza», recita uno spot pubblicitario radiofonico che va per la maggiore in questo periodo. Voglia di bestemmiare, recitano in coro tanti tifosi sui social network dopo questo ennesimo inutile pareggio della squadra viola al cospetto di quella rossoblu in una versione più dimessa che mai. Nella corsa al peggio il Bologna sembra non toccare mai il fondo. La Fiorentina si sta accontentando di seguirlo a non troppo debita distanza (per ora), dirottando semmai i propri annoiatissimi tifosi sulla più avvincente ricerca delle colpe. Dovendo scartare, con rispetto parlando, il Padreterno che nella sua infinita saggezza ha diretto a suo tempo i passi dell’attuale proprietà viola verso Firenze, viene da dire che perdurando quella proprietà ai fiorentini dell’infinita bellezza della regione d’origine di costoro non resterà nel cuore proprio niente.

Si può peggiorare un score di quattro 1-1 consecutivi? Si può. Non è necessario perdere (per quello tra l’altro c’é in arrivo la Juventus tra una settimana, e con i chiari di luna attuali è difficile che i maschi riescano a fare meglio delle femmine, battute in casa al Buzzi dalle rivali bianconere, pur senza grossi demeriti). Basta fare 0-0.

E’ una partita di quelle che potresti liquidare con un «figliolo, a questo gioco bisogna buttarla dentro, altrimenti poi di cosa ti lamenti?» La Fiorentina è una squadra mediocre, ma il Bologna lo è molto di più, anche se nel primo tempo è lui ad andare più vicino al gol, e Lafont per fortuna si fa trovare in giornata. Nella ripresa tra strafalcioni, pali e sorvoli arbitrali sembra incredibile non riuscire alla fine a sbloccare da parte viola il tabellino delle marcature. Che Simeone sia ridotto alla stregua di certi centravanti degli anni settanta di cui abbiamo cercato di dimenticare perfino il nome. Che Chiesa predichi ormai in un deserto spazioso come quello del Sahara (se lui ha addosso tre giocatori matematica vorrebbe che avesse anche due compagni liberi, ma dove sono? e soprattutto, quando ci sono, che piedi hanno?). Che Gerson alla fine rischi una causa per diffamazione a mezzo soprannome dal suo omonimo campione del mondo del 1970.

Tutte cose incredibili, perché ieri per buttarla dentro e portarsi via questo Appennino edizione 2018 insieme a tre punti di prolungamento agonia sarebbe bastato veramente poco. A cominciare dall’aver preso qualche ciuco dalle gambe meno storte in campagna acquisti (a parità di politica della plusvalenza, ci riesce il Genoa, perché non può riuscirci la Fiorentina?). E qui veniamo al discorso colpe. Stefano Pioli non è e non sarà mai José Mourinho, ma criticarlo per non aver vinto ieri (o, a fine stagione, per non aver conseguito obbiettivi proclamati soltanto da una proprietà assenteista e riportati da una stampa velinara) è un esercizio inutile, oltre che ingiusto.

I giocatori sono questi, e lo si sa da inizio stagione, se non da quella scorsa. Quest’anno, a Dio piacendo, non dovrebbe venire a mancare nessuno, l’ambiente non dovrebbe ricompattarsi, la squadra non avrà più un cuore da gettare oltre l’ostacolo, la tifoseria non dovrebbe avere più niente da perdonare, men che meno la voglia. L’obbiettivo del decimo posto, equidistante dalla zona a premi e da quella retrocessione, non dovrebbe proprio sfuggire.

La squadra è stata costruita per questo, consapevolmente. Una difesa appena sufficiente ed un attacco che non rischia di vincere partite che potrebbero determinare posizioni scomode di classifica erano messi nel conto di una attenta programmazione tecnico – aziendale. A dirigere questa azienda (guai a chi dice baracca) è stato messo consapevolmente uno staff con la mission di far quadrare i conti, non di fare risultati sportivi. Il resto viene tutto di conseguenza, compresa l’infinita bellezza delle Marche di cui si è persa da tempo la traccia.

C’era una volta il derby dell’Appennino. Quello di ieri non sappiamo proprio come chiamarlo. Ma finalmente ci spieghiamo il perché dello sguardo affranto, avvilito della statua realizzata da Giambologna al parco Demidoff, allora Villa Medicea. E’ lo sguardo di chi, di là o di qua dalle montagne, si era abituato a nascere e a crescere in mezzo al bel calcio, e ormai dispera di vedere mai più nel tempo che gli resta riapparire i sogni di una perduta gioventù.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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