L’alabarda e il tricolore

di Simone Borri

26 ottobre 1954, l'incrociatore Duca degli Abruzzi attracca al molo dell cacciatorpediniere Audace 36 anni prima: Trieste è tornata all'Italia

26 ottobre 1954, l’incrociatore Duca degli Abruzzi attracca allo stesso molo del cacciatorpediniere Audace 36 anni prima: Trieste è tornata all’Italia

Arrivarono da Barcola, l’unica strada aperta verso l’Italia e il resto del mondo libero. Le altre si erano chiuse definitivamente il 1° maggio 1945, quando i partigiani cetnici e comunisti di Tito avevano occupato quella che una volta era l’Istria italiana fino ad arrivare all’abitato di Trieste, che per 40 giorni circa era stato alla mercé del terrore e della vendetta jugoslava.

Arrivarono lungo le Rive, fino a Piazza dell’Unità d’Italia ed al Molo Audace, dove la gente era assiepata fin dalle prime luci del giorno, malgrado fosse una tipica alba triestina, carica di pioggia e soprattutto dell’immancabile bora. Ma quella gente non sentiva né freddo né umidità, era lì in omaggio ad un unico pensiero, ad un unico sentimento, a smentire chi aveva avuto dubbi più o meno interessati sull’italianità del capoluogo giuliano e sul suo destino finale.

Si, ci sono ancora in alcuni negozi di Trieste appesi in bella mostra i ritratti di Francesco Giuseppe, a testimonianza della gratitudine di una città per quel passato imperiale che aveva fatto di lei il gioiello più prezioso della corona asburgica.

Si, c’erano i comunisti – e qualcuno ci sarebbe ancora – che sognavano di cambiare il nome della città in Trst, in lingua slovena, regalandola a chi in soli 40 giorni era stato capace di farle assaggiare tutti gli orrori di cui il comunismo era ed è capace, oggi come allora.

C’era e c’é ancora chi rinfaccia l’incendio del Narodni Dom, il centro di cultura slava triestino, commesso nel 1920 dai fascisti ed etichettato come crimine di guerra preludio a tanti altri crimini commessi dagli italiani brava gente.

C’è ancora oggi qualcuno che assimila gli italiani al fascismo e li giudica meritevoli di qualsiasi punizione, ne sa qualcosa Simone Cristicchi che, attirandosi gli strali velenosi di post – comunisti e frequentatori di centri sociali, ha semplicemente raccontato cosa avvenne in Istria negli anni in cui alla belva titina trionfante fu lasciata mano libera.

Piazza dell'Unità Italiana

Piazza dell’Unità d’Italia, quella mattina

Ma la gran parte della gente di Trieste era lì, su quel molo, alle sette di mattina di quel 26 ottobre 1954, a chiarire una volta per tutte da che parte stava e come la pensava. Quando arrivarono i camion dei Bersaglieri e dei Carabinieri in Piazza dell’Unità d’Italia, quando al molo Audace (che prende il nome dal cacciatorpediniere che fu il primo ad attraccarvi il 3 novembre 1918, riconquistando la città alla patria italiana) si accostò l’incrociatore Duca degli Abruzzi a rinnovare la magia e l’emozione di 36 anni prima, nessuno dei triestini che erano lì presenti aveva dubbi: era il momento di riassaporare una libertà che si era creduta persa di nuovo, dopo tanti sacrifici e tributi di sangue attraverso tutto il Risorgimento; era il momento semmai di piangere di nuovo e per l’ultima volta chi non c’era più, rimasto nelle foibe dell’Istria o degli stessi dintorni di Trieste, magari per l’unica colpa di essere di nazionalità italiana.

Alle ore 11,30 di quel giorno, Trieste tornò all’Italia. La sua città-capoluogo situata più ad est, il simbolo della fine delle lotte risorgimentali. Il passaggio di consegne tra le forze di occupazione anglo-americane (i Blue Devils, che avevano difeso la libertà di Trieste e la frontiera più calda dell’Italia per circa 9 anni, acquartierati nel suggestivo e storico Castello di Miramare) e quelle italiane agli ordini del generale De Renzi, il nuovo prefetto mandato da Roma, si concluse più o meno a quell’ora.

Trieste181026-003La zona A non esisteva più, era tornata a tutti gli effetti territorio italiano. Duino, Aurisina, Sgonico, Monrupino, San Dorligo della Valle e Muggia festeggiavano insieme al capoluogo la fine dell’incubo. Per la zona B non cera stato nulla da fare, il memorandum di Londra venti giorni prima aveva sancito la realtà di fatto, da Nova Goriča (la metà di Gorizia rimasta nelle mani di Tito) fino a Capodistria le terre redente nel 1918 erano andate perse definitivamente nel 1945. Ci vollero poi altri vent’anni, fino a Osimo nel 1975 perché un trattato sancisse infine la rassegnazione dell’Italia alla sconfitta nella guerra fascista e ai suoi nuovi confini, nonché l’ossequio inevitabile alla logica dei due blocchi della Guerra Fredda.

Ma quel giorno ci fu spazio solo per la festa. «Siamo tornati liberi», titolò quella mattina il Piccolo di Trieste con sintesi efficace e commovente. «In una giornata indimenticabile, un’esplosione di incontenibile amor patrio ha suggellato la fine dell’amministrazione militare alleata e l’inizio di quella italiana». Più di cento anni dopo dal suo inizio, il Risorgimento italiano era finalmente terminato.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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