La nascita della radio

di Simone Borri

Guglielmo Marconi

Guglielmo Marconi

Novantaquattro, sono gli anni che ci separano dalla data di nascita ufficiale nel nostro paese della comunicazione di massa, i cui principali mezzi, in inglese mass media,  forse più di ogni altra cosa hanno rivoluzionato la società umana nel ventesimo secolo.

Era il 6 ottobre 1924 quando da uno studio più o meno improvvisato nei pressi di Piazza del Popolo a Roma la sig.ra Ines Viviani Donarelli pronunciò via etere le parole che costituiscono ufficialmente la prima trasmissione radiofonica di un’emittente ufficiale nella storia d’Italia. La radio era stata messa a punto negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento dalla competizione tra geni come Nikola Tesla, Guglielmo Marconi e Julio Cervera.

Dopo un ventennio di sperimentazioni pionieristiche e l’inevitabile impiego militare nella Prima Guerra Mondiale, i governi cominciarono a intuire le enormi potenzialità nel nuovo mezzo di comunicazione di massa anche nella società civile. Nel 1921 era nata la più antica radio della storia tutt’ora in attività, la BBC o British Broadcasting Corporation. In Italia si dovette aspettare tre anni prima che il governo fascista, presieduto dal grande comunicatore per eccellenza Benito Mussolini, favorisse – e monopolizzasse a colpi di decreto – la nascita delle trasmissioni radio, rigorosamente riservate allo Stato, attraverso l’U.R.I., Unione Radiofonica Italiana.

Fu appunto da un microfono cosiddetto a catafaco installato in un ammezzato in Via Maria Cristina a Roma, con le pareti fasciate di pesanti tendaggi ad attutire i rumori, che l’annunciatrice Viviani Donarelli alle ore 21,00 del 6 ottobre 1924 disse la storica frase:  «Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma Uno, trasmissione del concerto inaugurale». Dopo un quartetto d’archi di Haydn, il meteo e il notiziario, le trasmissioni terminarono quindi alle ore 22,30 perché l’autonomia delle valvole non permetteva di andare oltre.

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Nel 1928 la Radio di Stato era diventata E.I.A.R., Ente Italiano Audizioni Radiofoniche.  La radio, intesa come mass media, fece la storia dell’Italia fascista e poi della Seconda Guerra mondiale. Attraverso le sue onde gli italiani appresero dal Duce della creazione dell’Impero, e poi che era giunta »l’ora delle decisioni irrevocabili, l’entrata in guerra». Mentre proprio grazie alla radio Giorgio VI di Inghilterra superava il suo handicap della balbuzie nello storico discorso del Re a una nazione determinata a resistere a Hitler, Vittorio Emanuele III perse l’occasione di superare il proprio di handicap, una statura fisica misera come quella morale, e lasciò al Maresciallo Badoglio il compito di informare il suo popolo abbandonato a se stesso che era stato firmato l’armistizio ma che la guerra continuava. Cosa di cui gli italiani si stavano comunque accorgendo più per merito delle bombe alleate che del nuovo mezzo di comunicazione. In compenso, grazie ai partigiani coordinati da Radio Londra, avevano fatto la loro comparsa le prime radio libere.

Dopo la guerra, l’E.I.A.R. divenne R.A.I., Radio Audizioni Italiane, e mantenne il monopolio a beneficio di uno Stato preoccupato di centellinare la ritrovata libertà al popolo sovrano. Di radio libere si tornò a riparlare 30 anni dopo il 25 aprile, allorché la sentenza n. 202 del 1976 della Corte Costituzionale abbatté per sempre il monopolio RAI. Ma a quel punto, la gloriosa radio aveva perso lo scettro di mass media per eccellenza. Una nuova diavoleria tecnologica, la televisione, era sopraggiunta a cambiare per sempre i nostri usi e costumi, e a fornire a qualsiasi attività umana un nuovo e più completo palcoscenico, una vera e propria realtà virtuale.

Ma questa è un’altra storia.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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