Il ragionevole dubbio

di Simone Borri

MassimoGiuseppeBossetti181015-001

E dunque, la Corte di Cassazione conferma la condanna all’ergastolo di Massimo Giuseppe Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio. Convalidate le sentenze dei primi due gradi di giustizia, senza che siano state smentite tutte le obbiezioni e soddisfatte tutte le perplessità che avevano fatto pensare alla possibilità di un ennesimo clamoroso errore giudiziario.

Come altre volte nel recente passato, sensazione è che ingiustizia sia stata fatta. Bossetti rimane in carcere, a questo punto (a meno di sviluppi clamorosi ed imprevedibili) per sempre. Chi è capace di dormire con questa consapevolezza può invece girarsi dall’altra parte e riprendere il proprio sonno del giusto, magari sognando sviluppi di carriera e costruzioni di reputazioni che senza questo mostro sbattuto senza tanti complimenti in prima pagina non avrebbero probabilmente luogo.

Come scrivemmo quattro anni fa, e da allora abbiamo spesso ripetuto, le indagini che hanno portato all’arresto (con l’opportuno clamore mediatico di questi casi) del presunto assassino di Yara sono state tutt’altro che esaustive. Per non parlare dei dibattimenti in giudizio. A supporto del teorema dell’accusa, il riscontro del DNA dell’imputato sugli indumenti intimi della vittima. 28 marcatori del DNA nucleare (ne bastano 16 per il codice penale italiano), nessuna traccia del DNA mitocondriale (quello riscontrato non corrisponde a Bossetti). Tante perplessità sul modo di conduzione delle analisi.

MassimoGiuseppeBossetti181015-002La procedura da thriller di successo seguita per determinare l’identità di Ignoto 1 è, ci si perdoni il bisticcio di parole, nota a tutti. Il figlio naturale di Giuseppe Guerinoni, l’autista morto un anno prima che tracce biologiche a lui corrispondenti fossero trovate addosso alla povera Yara Gambirasio, era un indiziato d’obbligo, a patto di stabilirne identità e connessione con la scena del crimine con scientifica precisione.

Altrimenti, altri ordinamenti giuridici hanno risolto da tempo la questione con il principio del ragionevole dubbio. Non si condanna (tanto più a pene così pesanti come quella toccata a Bossetti) senza riscontri più che oggettivi, ed il semplice rinvenimento (per di più parziale) del DNA ha cessato da altrettanto tempo di esserlo, di per sé, se non supportato da altre prove. E’ una posizione sostenuta anche in Italia ormai da autorevoli addetti ai lavori (cfr. Giulia Bongiorno, 16.6.2014: «Il DNA da solo non è una prova, ci vogliono altri riscontri»).

In questo caso, tra l’altro, l’unica altra prova consisterebbe nel passaggio ripetuto sotto una telecamera, che registra immagini in bianco e nero e con relativa definizione, di un furgone che assomiglia in tutto e per tutto a quello con cui Bossetti esercitava la sua professione. Niente targa, solo una macchia bianca sul fondo scurito di una strada al crepuscolo.

MassimoGiuseppeBossetti181015-003«Sembra la trama di un libro di Michael Connelly o di John Grisham», scrivevamo quattro anni fa. «Da lì in poi se fossimo negli Stati Uniti il legal thriller si svilupperebbe a ritmo serrato verso un finale logico e normalmente – conoscendo gli amici americani e soprattutto il loro sistema giudiziario – lieto (almeno per chi parteggia ancora per la giustizia). Ma siamo in Italia, e questo normalmente è il momento in cui le cose svoltano prendendo inesorabilmente la direzione di un casino inestricabile, di procedimenti giudiziari che richiedono anni e risorse per arrivare a nulla, di colpevoli su cui non c’è mai certezza, di presunti innocenti che restano tali anche dopo le sentenze, di avvocati di grido che sono gli unici veri vincitori di qualsiasi azione legale».

Altro che ragionevole dubbio. Ma la nostra giustizia dubbi non ne ha, quando agguanta l’osso. E soprattutto non conosce vergogna, come quella che provano all’alba del giorno dopo la conferma dell’ergastolo a Bossetti tutti quei cittadini che avevano – e avrebbero ancora – a cuore uno stato di diritto.

Cassazione181015-001Perché il diritto è l’unica garanzia che abbiamo contro l’arbitrio. Contro quella sicumera che può rovinare una vita e liquidare il gesto con nonchalance. Come quella ostentata dal sostituto Procuratore Generale presso la Cassazione, che dichiara tranquillamente alla Corte che «non possono esservi dubbi sulla colpevolezza di Bossetti»(*). Cara dottoressa De Masellis, dubbi – soprattutto, ce lo consenta, dopo indagini come le vostre – ce ne sono sempre. Ripetere le analisi come aveva chiesto Giuseppe Bossetti forse avrebbe contribuito a fugarli più delle sue parole di agghiacciante circostanza.

O delle parole di quel tecnico genetista che ha dichiarato che per trovare il DNA di Bossetti sul corpo di Yara «c’é voluto il sesto senso». Ecco, invece adesso basterebbe il senso di una vergogna collettiva per buttare all’aria una sentenza emessa e confermata in questo modo e per giungere a riformare questo benedetto ordinamento giudiziario che ormai rende l’Italia un paese del quinto mondo.

Non è vero che la Magistratura e le sue sentenze si rispettano sempre e comunque. Si rispettano solo quando se lo meritano, come chiunque altro e qualunque altra cosa. L’unico rispetto assoluto è dovuto semmai nei confronti della famiglia Gambirasio, e della legittima aspirazione alla giustizia che ci dovrebbe animare tutti come cittadini.

Se il signor Presidente della Repubblica vuole rendere veramente un servizio al paese che rappresenta, conceda la grazia a Giuseppe Bossetti. Non servirà a rendere la nostra giustizia più giusta, ma almeno a risparmiarci quel ragionevole dubbio. il dubbio di aver sacrificato la vita di una persona della cui colpevolezza siamo meno sicuri adesso, a sentenza passata in giudicato, che quella sera del 26 novembre 2010 in cui la povera Yara incontrò il suo destino efferato, o quella mattina del 16 giugno 2014 in cui il Ministro dell’Interno Alfano sbandierò urbi et orbi che l’assassino di Yara era stato preso.

Non vogliamo un altro (eventuale) innocente sulla coscienza, e nel dubbio – più che ragionevole – non si condanna. Migliaia di telefilm passati su quelle televisioni che ci hanno drogato e anestetizzato ormai nei confronti di tutto dovrebbero avercelo insegnato.

Manifestanti a favore dell'innocenza di Bossetti sotto la Cassazione

Manifestanti a favore dell’innocenza di Bossetti sotto la Cassazione

(*) Le dichiarazioni di Mariella de Masellis, sostituto procuratore generale di Cassazione: «Non c’è un ragionevole dubbio. Si tratta di una condanna gravissima ed è giusto interrogarsi se ci sia solo il dubbio per crederlo innocente, ma per affermare l’innocenza di Bossetti dovremmo dire che le analisi genetiche hanno contaminato il profilo portando a un Dna identico al suo, che si è creato un profilo sintetico, che vi era la necessità di trovare in Bossetti, di cui nessuno allora aveva mai sentito parlare, un capro espiatorio. Se tutto questo non c’è, non c’è ragionevole dubbio. Non è stato cercato un colpevole ad ogni costo, tutti gli accertamenti sono stati condotti con estremo scrupolo ».

Scheda tecnica di approfondimento:

Il caso Yara Gambirasio e le indagini su DNA

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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