Auguri Dige

di Simone Borri

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Antonio Di Gennaro, che oggi compie sessant’anni, è stato uno dei paradossi della Fiorentina anni 70. Tra i migliori prodotti di un settore Primavera che in quegli anni sfornava campioncini a ripetizione, tra le separazioni più dolorose allorché in prima squadra non si riusciva, per un motivo o per un altro, a trovar loro posto.

Antonio di nome era chiuso da Antonio di soprannome, dicevano. Era un numero dieci, e di numeri dieci a Firenze c’era Giancarlo Antognoni. Che aveva già tolto il posto ad un monumento come Giancarlo De Sisti, il dieci del secondo scudetto. Per chiunque altro l’impresa di conquistare una maglia da titolare, quella maglia, era un’impresa proibitiva.

Eppure Di Gennaro era un campione con la C maiuscola. Di talento, intelligente, di carattere, dotato di un gran tiro in porta e di un gran senso della posizione in campo, Antonio aveva tutto, meno la fortuna di essere nato in una città ed in un momento in cui sul pullman che doveva portarlo al successo c’era la scritta COMPLETO.

Chi scrive è convinto tutt’ora che Antonio avrebbe potuto giocare con Antonio, ed insieme avrebbero fatto sfracelli. Delle voci che all’epoca seminarono dubbi circa divergenze e incomprensioni caratteriali o d’altro tipo non si tiene conto. La Fiorentina, pur nella versione dimessa di quello scorcio di decennio anni 70, con Antognoni e Di Gennaro avrebbe avuto un centrocampo esplosivo.

Promessa con la maglia viola

Promessa con la maglia viola

Chi si intende di calcio all’epoca diceva di no, uno dei due era di troppo, e ovviamente quell’uno non poteva essere Antognoni. Dopo quattro stagioni in viola, tante buone prove e tanta panchina, Dige passò al Perugia come già aveva fatto un altro ex viola di talento, Gianfranco Casarsa. Ma la sfortuna, sotto forma di pessima scelta di tempo, sembrava continuare a perseguitarlo. I grifoni umbri non erano più quelli del campionato dell’imbattibilità, del ‘79. Due anni dopo li aspettava la B, e Di Gennaro sembrò finire ancora più in provincia, a quell’Hellas Verona che in B c’era di già.

Ma il cielo, dicono, a volte chiude una porta per aprire un portone. Il Verona di quegli anni cominciò ad ingaggiare un signor mister come Osvaldo Bagnoli, che lo riportò subito in serie A, e poi una serie di giocatori considerati scarti da squadre più importanti, come Hans Peter Briegel, Luciano Marangon, Luciano Bruni e Luigi Sacchetti (altri ex viola), Pietro Fanna, Giuseppe Galderisi, Preben Elkjær Larsen.

Campione con la maglia del Verona

Campione con la maglia del Verona

Con questi scarti l’Hellas Verona confezionò uno scudetto favoloso, di cui Di Gennaro fu il regista. Uno scudetto che la Firenze che l’aveva esiliato e Antognoni che vi era rimasto signore incontrastato (a spese di tutti i numeri dieci prodotti dal vivaio viola o sopravvenuti come quell’Onorati che avrebbe avvertito il peso della sua maglia anche quando ormai Antonio era alle prese con l’ultimo e più grave infortunio) non avrebbero purtroppo mai vinto.

Il resto è storia. Come l’intelligenza e la professionalità con cui Antonio Di Gennaro racconta oggi il calcio dai microfoni della Pay TV. Il destino aveva organizzato anche un suo ritorno a Firenze, nel breve periodo in cui aveva tentato la carriera di allenatore. Ce lo aveva riportato Fatih Terim, l’imperatore, che avrebbe ballato sulla panchina viola un solo girone, quello di andata del 2000-01 e che poi sarebbe salpato per altri lidi, quelli milanesi, portandosi via per l’ultima volta il Dige.

Auguri campione. Di tutti i ragazzi di grande talento che la Fiorentina non è riuscita a tenersi e valorizzare, sei stato e sei forse il rimpianto più grande.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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