Santiago del Cile, 11 settembre 1973

di Simone Borri

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Ci sono due eventi che hanno fatto da spartiacque delle coscienze delle generazioni che hanno vissuto gli anni sessanta e settanta. Uno è stato la Guerra del Vietnam, attraverso vicende drammatiche assurte a quotidianità per il loro dispiegarsi attraverso dieci anni della nostra storia. L’altro è stato la parabola umana e politica di Salvador Allende e del governo di Unidad Popular, culminate nella tragedia del colpo di stato di Pinochet.

In entrambi i casi giocò un ruolo decisivo soprattutto l’illusione dell’opinione pubblica internazionale che la guerra fredda fosse alla fine e che si aprissero per il mondo intero possibilità e sviluppi assolutamente impensabili fino a pochi anni prima.

Per quanto riguarda il conflitto nel Sud Est Asiatico, l’omicidio di Kennedy a Dallas aveva già chiarito che non era finito proprio nulla, la guerra fredda c’èra ancora e se gli americani intendevano continuare una guerra vera alle porte di casa delle due più grandi potenze comuniste dell’epoca, Cina e URSS, avrebbero finito per perderla, sconfitti dalla jungla, dal sostegno cino-sovietico ai vietcong, dallo scarso entusiasmo con cui la Guerra degli Ananas era sentita in patria. Ci volle comunque un decennio per apprezzare fino in fondo esiti e conseguenze di ciò che era predestinato fin da quando gli americani avevano rilevato la Francia coloniale dopo Dien Bien Phu.

Salvador Allende dopo l'elezione a presidente del Cile nel 1970

Salvador Allende dopo l’elezione a presidente del Cile nel 1970

Nell’altro caso, si tratta di uno dei tanti anniversari celebrati in questa data fatidica e maledetta, l’11 settembre. Sicuramente il più sentito, almeno fino a che nel 2001 non successe qualcosa di ancora più eclatante. Bastarono pochi giorni nel 1973 a rendersi conto che ci eravamo coltivati una illusione ben peggiore: i blocchi contrapposti non tolleravano deroghe. L’URSS aveva stroncato la Primavera di Praga, ed il sogno di una riforma del comunismo in senso democratico. Gli USA fecero lo stesso con Unidad Popular, ed il sogno di una via socialista all’emancipazione del Sudamerica.

Il sub continente latino-americano aveva conosciuto una storia di indipendenze sanguinose e di autogoverni disastrosi. In quasi tutta l’America del Sud l’unica istituzione stabile e capace di governare, grazie alla forza, era stato l’esercito. La democrazia liberale era un lusso, figurarsi la variante socialista. Da quando il presidente nordamericano Monroe aveva enunciato la sua famosa dottrina, l’America agli Americani, gli USA avevano fatto sì che l’Europa uscisse dal continente come potenza coloniale e non vi rientrasse in alcun modo, men che meno con le ideologie socialcomuniste che coltivava pericolosamente al suo interno.

Con due eccezioni. La prima era stata la Cuba di Fidel Castro e Che Guevara, che ce l’aveva fatta perché l’URSS si era giocata tutto e anche qualcosa di più sulla sua sopravvivenza. La seconda fu, per breve tempo, il Cile di Salvador Allende.

Il Cile era l’unico paese sudamericano ad aver sempre avuto istituzioni democratiche (almeno nell’accezione liberale di democrazia riservata alle classi abbienti) e a non aver mai subito un colpo di stato, né militare né d’altro genere. Aveva anch’esso una storia di latifondismo e di multinazionali controllati dagli yankees, ma a confronto a cosa succedeva nel resto del continente erano state rose e fiori.

La storia è quella raccontata nel suo primo autobiografico capolavoro, La casa degli spiriti, da Isabel Allende, nipote del protagonista della tragica storia che prese il via dalle elezioni politiche del 1970. Salvador, leader di Unidad Popular, il partito socialista cileno, divenne presidente della repubblica con la maggioranza relativa del 36%, contro il 35% del candidato conservatore Jorge Alessandri Rodriguez, sostenuto tra gli altri dagli USA.

Il Cile era una repubblica presidenziale, ma con una costituzione simile a quella italiana per quanto riguarda la rappresentatività. Un governo senza la maggioranza assoluta funzionava poco ormai anche in Italia (fino ad allora modello politico per tutti i paesi di cultura latina, grazie alla sua stabilità sostanziale), figuriamoci in una situazione arroventata come quella sudamericana.

Allende ebbe il mandato presidenziale dal Congresso, e non fece mistero fin da subito di volerlo usare per costruire una via cilena al socialismo. Questo finì di mettergli contro gli Stati Uniti, ed un’economia fino a quel momento in crescita notevole si ritrovò improvvisamente in recessione. Lungi da portare benessere alle masse popolari che l’avevano eletto, il presidente socialista ne rese involontariamente più difficili le condizioni di vita.

Henry Kissinger con il generale Pinochet

Henry Kissinger con il generale Pinochet

Gli USA non volevano un’altra Cuba, e l’amministrazione in carica, quella di ultradestra del Presidente Nixon e del suo segretario di stato Henry Kissinger, dimostravano di essere disposti a tutto per tenere i rossi fuori dal continente americano, tanto più mentre stavano perdendo il Sud est Asiatico.

Le nazionalizzazioni delle imprese più produttive come quella estrattiva del rame da cui il Cile in pratica dipendeva, le riforme agrarie e scolastiche aumentarono i nemici di Allende fino ad annoverarvi la Chiesa Cattolica, gli imprenditori e i latifondisti più potenti, e l’esercito. Lo sciopero degli autotrasportatori del 1972 mise il paese economicamente in ginocchio, e fu allora probabilmente che i piani di intervento dell’esercito cominciarono ad essere messi a punto.

Un primo golpe era stato sventato nel giugno 1973, allorché alcune unità corazzate al comando del capo di stato maggiore Roberto Souper avevano circondato la Moneda, il palazzo presidenziale. Essendo riuscito a sventarlo malgrado l’incerta lealtà dei Carabineros, la polizia nazionale, Allende commise un errore gravissimo nominando al posto di Souper il generale Augusto José Ramòn Pinochet Ugarte. Colui che di lì a poco sarebbe diventato il suo boia, e uno dei più feroci dittatori del ventesimo secolo.

L’estate del 1973 trascorse in un clima di tensione, mentre il resto del mondo si divideva in due auspicando o temendo gli esiti probabili della contesa. A Santiago del Cile ci si affrontava sulle diverse interpretazioni dello stato di diritto (conservatore o socialista), i partiti comunisti europei si dividevano sull’opportunità di imitare il modello cileno, le cancellerie si preparavano aspettandosi il peggio.

Che ebbe luogo la mattina del 11 settembre, quando i carri armati di Pinochet circondarono nuovamente la Moneda assediandovi dentro il presidente Allende, stavolta senza lasciargli scampo. I caccia dell’aviazione cilena bombardarono il palazzo presidenziale, mentre l’esercito cominciava i rastrellamenti della popolazione sospettata di simpatizzare per Unidad Popular nelle strade della capitale e delle altre maggiori città.

SalvadorAllende180911-003Allende ebbe il tempo di lanciare un ultimo drammatico appello radiofonico al paese, prima di rendersi conto di non avere via di salvezza. La storia ufficiale vuole che si volgesse verso l’AK 47 Kalashnikov donatogli da Fidel Castro e che aveva tenuto simbolicamente nel suo ufficio, lo rivolgesse contro se stesso e si togliesse la vita. Ricostruzioni più recenti da parte di esuli cileni all’estero parlano di una sua eliminazione ad opera delle forze di Pinochet ormai penetrate nel palazzo.

Cosa successe dopo, i dissidenti ammassati nello stadio del sangue a Santiago, le soppressioni e i desaparecidos, la dittatura instaurata con sospensione delle istituzioni democratiche fino a nuovo ordine, un paese tagliato fuori dalla comunità internazionale fino al 1991 (anno in cui Pinochet restituì il potere e andò in esilio), lo shock dei partiti socialisti e comunisti europei (soprattutto italiano, che si rese conto per ammissione del suo segretario Enrico Berlinguer, che per un partito comunista non era possibile governare in ambito NATO neanche con il 51%, e di qui la svolta verso il compromesso storico con la DC e l’eurocomunismo), sono storia nota.

Santiago, lo stadio della morte

Santiago, lo stadio della morte

I simboli del rifiuto di ciò che era successo a Santiago, che si sarebbe ripetuto a Buenos Aires e che poteva ripetersi a quel punto dovunque, divennero gli Inti Illimani, il gruppo musicale che si ispirava a Victor Jara (una delle prime e più prestigiose vittime di Pinochet, assieme a Pablo Neruda) e che per combinazione si trovava in tournée in Italia nei giorni del golpe. Simbolica fu anche la vicenda della squadra italiana di Coppa Davis che doveva andare in Cile a giocare una controversa finale, e che la spuntò solo per l’intercessione degli stessi comunisti cileni in clandestinità (o in carcere, come il segretario Luis Corvalan) che chiesero ai dirigenti nostrani di non lasciare la Coppa a Pinochet.

Pietrangeli e Panatta (con indosso la celebre "maglietta rossa" a Santiago del Cile con la Coppa Davis

Pietrangeli e Panatta (con indosso la celebre “maglietta rossa”) a Santiago del Cile con la Coppa Davis

Ma soprattutto, simbolica restò la foto che molti ragazzi appesero in camera, accanto a quella di Che Guevara e degli Inti Illimani. Una foto macabra, sinistra, non adatta normalmente alla cameretta di un adolescente ma giustificata da un sentimento che quasi tutti i loro genitori condividevano: l’ultima foto del presidente Salvador Allende, insanguinata e sottolineata dalle sue ultime parole consegnate a Radio Magallanes, prima di suicidarsi o essere suicidato:

«Sicuramente è l’ultima occasione che ho di rivolgermi a voi……. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, ci sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento».

Gli Inti Illimani nella formazione del 1973

Gli Inti Illimani nella formazione del 1973

El pueblo unido jamas serà vencido

(Sergio Ortega, 1970, cantata dai Quillapayùn e dagli Inti Illimani)

ElPuebloUnido180911-001

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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